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Schedine: Cesare Falletti e Roberto Alciati

Cesare Falletti, La custodia del tempo. Appunti di un monaco nei giorni che passano, Effatà 2018. Avevo ascoltato con molto interesse la testimonianza di Cesare Falletti, allora priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, intervistato in una puntata della bella serie di Tv2000, I passi del silenzio, sicché, attratto anche dal titolo, ho preso subito il volume che raccoglie i suoi interventi pubblicati sulla rivista «Nuovo Progetto» del Sermig (il Servizio Missionari Giovani). Le riflessioni di p. Falletti – volutamente, è ovvio – non si appoggiano in maniera esplicita alla sua esperienza monastica, o almeno così mi è parso, affrontano aspetti della fede da un punto di vista più generale e forse perdono un po’ della loro efficacia se lette di seguito e non con la periodicità con la quale sono state pensate e pubblicate. Lo dico perché spesso mi sono trovato a «protestare» contro la ripetizione di uno schema che prevede soltanto due alternative. Un solo esempio, su un tema peraltro ricorrente nelle pagine di p. Falletti, e che tuttavia non ne esaurisce l’estensione: «La nostra fragilità, la nostra povertà umana, quando non sono viste con uno sguardo che si piange addosso, ma con lo slancio della speranza che non tiene conto dei limiti, ma è attirato dalla bellezza e dalla grandezza della meta, sono qualcosa di estremamente grande; sono infatti l’unica via per amare sul serio, quindi per essere simili a colui che è Amore». Tra il piangersi addosso e «lo slancio della speranza» penso, ad esempio, che vi sia posto anche per una specie di disperato (privo di speranza, ma anche privo della disperazione come di solito la s’intende) realismo che, pur non considerando in alcun modo altra meta che quella conosciuta, non precluda un tentativo di «via per amare» differente. Non sarà «sul serio»? Pazienza.

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Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli IV-IX, Carocci 2018. Trovo sempre molto salutare ripassare tratti della vicenda monastica attraverso saggi di autori estranei alla medesima. Non è una possibilità che si dà con frequenza, per quanto riesco a seguire l’offerta editoriale sulla materia, soprattutto se si prendono in considerazione periodi medio-lunghi e prospettive sintetiche. Ho trovato assai proficua quindi la lettura di Monaci d’Occidente di Roberto Alciati, docente di Storia del cristianesimo all’università di Firenze e attivo ricercatore sul monachesimo alto medioevale, che copre un arco di circa cinquencento anni, da una data equidistante da quella convenzionale della morte di Antonio (356) e quella del Concilio di Calcedonia (451), alla morte del «secondo Benedetto», Benedetto d’Aniane (821). Un periodo che si potrebbe definire «di fondazione», durante il quale vengono messe a punto le forme con cui poi i monaci stessi si «racconteranno» le origini della propria storia (la comunità apostolica) e le figure centrali di essa (Antonio, Paolo, Ilarione, Martino, Benedetto, Patrizio, Colomba e Brigida, per fare qualche esempio), i luoghi primari (il deserto, le isole, la foresta) e i concetti/comportamenti intorno ai quali si organizzerà la loro forma di vita (lo studio, l’ascesi, il lavoro, la preghiera). Un periodo di grande fluidità, sorvolando il quale Alciati invita a distinguere quello che poi si dirà da quello che effetivamente fu (da quello che possiamo ragionevolmente affermare che fu sulla base dei documenti e delle indagini).

La regola, ad esempio, non è il codice che plasma la forma organizzativa di una comunità, lo è molto di più la divisione del lavoro, che si basa sull’identificazione preventiva di ruoli e funzioni, sulla preminenza della comunità sul singolo e sull’eliminazione della possibilità di autodeterminazione individuale («Ciò che conta è instillare nelle menti dei praticanti questa forma di vita che quello che si fa è per l’altro»). Le ricerche archeologiche, per fare un altro esempio, ci dicono che spesso i monasteri vengono fondati in luoghi già «addomesticati» dall’uomo (diversamente dal prototipo del gruppo di monaci che strappa alla wilderness un rettangolo di paradiso, ordinato e coltivato), in particolare le villae tardoantiche si prestano assai bene a essere «ristrutturate» come sede di comunità dedite al lavoro e alla preghiera. Comunità – e questo è il paradosso cui il libro di Alciati cerca di dare conto – che si formano all’insegna della «fuga dal mondo», salvo poi organizzarsi e vivere (e prosperare) all’interno di una rete di rapporti con quel medesimo mondo: se l’altra faccia del coro notturno che canta le lodi del Signore è un’azienza agricola che produce e scambia, il contatto col mondo sarà necessario. Differenziandosi dalla forma di vita ascetica tout court, la forma di vita monastica diventa oggetto di attenzione da parte del mondo, soprattutto da parte dei poteri che lo amministrano: «Distinguendola (con i vari De monachis), nominandola (con l’imposizione dell’uniformità normativa) e governandola (riducendo l’autonomia nei processi decisionali), il potere fa della forma di vita monastica una “cosa” interamente mondana, trascinandola all’interno di quel recinto organizzato da cui il monaco dichiara di volersi allontanare e, possibilmente, staccare definitivamente».

 

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