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Il mare, davanti, di fianco e di dietro (Riccardo di San Vittore)

 Per prolungare la sosta presso la prestigiosa Scuola di San Vittore ho letto il De exterminatione mali et promotione boni di Riccardo1, che è un bel trattato di avviamento alla contemplazione dei cælestia, composto intorno al 1160, non molto prima che dell’abbazia parigina che ospitava la suddetta scuola Riccardo diventasse priore2.

È un testo pieno di immagini e metafore acquatiche (mari, fiumi, torrenti, onde, correnti, abissi), soprattutto nel Libro primo, che per svolgere l’argomento del disprezzo del mondo e di sé prende le mosse dal versetto 5 del Salmo 114 (113), quello che comincia con «In exitu Israël de Ægypto» e prosegue celebrando l’elezione di Israele e l’ossequio degli elementi «al passaggio della maestà divina attraverso il popolo». Dice appunto il versetto: «Che hai tu, mare, per fuggire, / e tu, Giordano, per volgerti indietro?»3, ricordando i famosi episodi di Mosè «che stese la mano sul mare» e della traversata prodigiosa del Giordano di Giosuè e degli israeliti. Curiosamente, per la sensibilità moderna, il mare di Riccardo è prevalentemente un’immagine negativa, «infatti il peccato è il mare, dal momento che non è in grado di fornire acqua dolce».

Il disprezzo del mondo e di sé sono due passaggi obbligati, come lo furono quelli appena ricordati. Quando gli israeliti uscirono dall’Egitto, dapprima il mare era davanti al loro come un ostacolo; poi, quando si aprì, fu difesa sui due lati; infine, alle spalle, fu sicurezza. Allo stesso modo «il mare di fronte a noi è la paura dei pericoli futuri. Il mare di fianco a noi è la fatica delle lotte che incombono. Il mare dietro a noi è il dolore delle malvagità compiute». E ancora, il mare, questa «onda di amarezza», per taluni è qui, nella vita/via presente, per altri è al di fuori di questa vita/via; il dolore per i beni eterni che temiamo di perdere «è il mare a destra», quello per i mali eterni che temiamo di meritare «è il mare a sinistra»: «Con ragione, se siamo ragionevoli per entrambi dobbiamo avere timore, soffrire e piangere […]. Abbiamo così un doppio mare che ci fa inesorabilmente da muro, da entrambe le parti».

E ancora, attraversare sì, ma rendendosi conto del miracolo: considerate, infatti, «se sia stato forse sufficiente per noi e per voi l’aver mutato luogo, ma non l’animo; coloro che corrono al di là del mare cambiano la condizione ma non l’animo» (qui un corsivo, mio ci sta). Bisogna quindi uscire dall’Egitto con il corpo, ma anche con il cuore, ma questo secondo «passaggio» non è cosa di un momento. Il disprezzo del mondo è «affare di un giorno», il disprezzo di sé è il lavoro di una vita: «È duro, difficile, grandioso, abbandonare sé stessi, esaminarsi in profondità e disprezzarsi fino in fondo, mettersi del tutto alla prova e respingersi completamente». Poco alla volta bisogna educarsi, imparare, cambiare… cioè far sì che la dolcezza ingannatrice dell’acqua del «torrente della cupidigia carnale» si annulli nell’amarezza del mare, che il peccato si sciolga nella penitenza, che poco alla volta il flusso («l’impeto violento della carne») languisca e infine si arresti… Inverti la corrente, come accadde al Giordano, non lasciare che le acque fluiscano in basso, «non sai che tutte le acque che scorrono verso il basso scendono al mare? Tutti i fiumi si gettano nel mare e ogni infimo desiderio si risolve in dolore».

Come mi piacerebbe sapere se nella sua non lunga vita, una cinquantina di anni passati per la maggior parte nell’abbazia di Parigi, dopo una, pare, brevissima infanzia scozzese, irlandese o inglese, Riccardo abbia mai passato una giornata di totale sereno su una spiaggia inondata dal sole più caldo e battuta dai cavalloni. Secondo me no (ma non gliene faremo una colpa).

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  1. Riccardo di San Vittore, Lo sterminio del male (De exterminatione mali et promotione boni), a cura di D. Racca, Il leone verde 1999.
  2. E non si dimentichi l’apprezzamento dantesco: «Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro / d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, / che a considerar fu più che viro» (Paradiso, X, 130-132).
  3. «Quid est tibi, mare, quod fugisti? / et tu, Jordanis, quia conversus es retrorsum?»

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La fatica degli ipocriti

Premesso che a) torno a leggere certi testi come se avessi deciso di andare in palestra, a recuperare un po’ di elasticità nei movimenti dopo un periodo di inattività; e che b) in generale mi vergogno, dei miei comportamenti, dei cattivi pensieri, dell’ignoranza e soprattutto delle omissioni; è un piacere andare a lezione da Riccardo di San Vittore, uno degli esponenti di spicco della Scuola che fiorì nel monastero parigino di San Vittore nella prima metà del XII secolo. Ti cambi, effettui un piccolo riscaldamento e presto ti ritrovi in un ambiente «ordinato e moderato», nel quale vige la fiducia che un’attenta osservazione delle cose sensibili possa dar luogo a un ragionamento, e cioè a un passo avanti della conoscenza, di sé e del mondo (senza dimenticare che l’anima non può nemmeno «pervenire alla conoscenza delle cose invisibili senza passare dalla conoscenza  di quelle visibili»).

Ragione e sentimento siano dunque i nostri fari, poiché sono la fonte di ogni bene: giudizi retti, desideri santi, pensieri spirituali e affetti ordinati – verità e virtù, sapienza e giustizia («Tutti vogliamo essere giusti, ma non possiamo esserlo per caso. […] La sapienza la puoi anche amare molto e mancarne completamente. Invece, indubbiamente, quanto più amerai la giustizia tanto più sarai giusto»). Ragione e sentimento aprono il trattato di Riccardo Beniamino minore, ovvero La preparazione dell’anima alla contemplazione, una specie di manuale di mistica per tutti coloro «che vogliano intraprendere una cammino di perfezione», e lo fanno nella figura delle due mogli di Giacobbe. Commentando la storia raccontata in Genesi 29-35, Riccardo mette ordine nel caos della vita umana e delle sue passioni, fa esegesi del testo biblico e al tempo stesso raccoglie le sue osservazioni quotidiane, indica una strada, traccia uno schema che, personalmente, in quanto schema, mi conforta. Non importa che all’arrivo non mi aspetti nulla, anzi che mi aspetti proprio il nulla e certo non la contemplazione, muta e appagante, di un mistero divino; è questo sforzo di ordine, questo passaggio all’astratto, che, anche dopo oltre otto secoli di emancipazione, in un certo senso «condivido».

Lia e Rachele, dunque. Sì, perché Lia (il sentimento) e Rachele (la ragione), e le loro due serve Zilpa (la sensibilità) e Bila (l’immaginazione), hanno dato a Giacobbe tredici figli che altro non sono che indicazioni stradali: Ruben (il timore), Simeone (il dolore), Levi (la speranza) e Giuda (l’amore), questi sono i primi quattro figli di Lia. Poi Dan (la considerazione dei mali futuri) e Neftali (la considerazione dei beni futuri), figli di Bila. Poi Gad (l’astinenza) e Aser (la pazienza), figli di Zilpa. Seguono altri tre figli di Lia: Issacar (la letizia interiore), Zabulon (l’odio dei vizi) e Dina (la vergogna). Infine, a coronamento, i due figli di Rachele: Giuseppe (il discernimento e la conoscenza di sé) e Beniamino (la conoscenza di Dio e la contemplazione).

Sia perché è l’unica figlia, e in sostanza in quanto tale immeritevole di fondare una tribù in Israele come i suoi dodici fratelli, sia per la seconda premessa che ho posto all’inizio, a Dina va la mia preferenza. Dina viene dopo Zabulon «perché spesso dopo uno zelo eccessivo, se c’è la colpa, viene la vergogna» e rappresenta non quella umana, che ha a che fare con il disonore, con la reputazione, bensì quella «vera e ordinata». Non è vera vergogna, esemplifica Riccardo, quella di coloro che parlando fanno un errore grammaticale («e se nella discussione rendono una sillaba lunga breve (come spesso accade), si vergognano maggiormente del difetto linguistico che del vizio dell’orgoglio»), né lo è quella della nudità («certamente anche quelle parti del corpo che chiamiamo “vergogne” le ha fatte Dio; le vergogne del cuore, invece le hai fatte tu»), la vera vergogna è «quel giudizio per il quale ognuno è convocato, convinto, condannato e costretto dalla propria coscienza a una degna pena di imbarazzo».

Ed è una virtù che indebolisce, una virtù fragile (Riccardo non può esimersi dal commentare che «è per questo che non è uomo ma donna»), esposta ai cedimenti e alla corruzione. Come Dina, che esce di casa e viene rapita e violentata da Sichem (Genesi, 34, 1-4), cosa che susciterà la tremenda vendetta di due dei suoi fratelli. La lettura allegorica di Riccardo dell’episodio è chiara: la vergogna deve mantenere lo sguardo rivolto all’interno, altrimenti, guardando fuori, saremo spinti «a indagare con curiosità eccessiva le attività degli altri, a guardare spesso ora il volto, ora un gesto, e infine l’atteggiamento di tutto il corpo, e a imparare volentieri dai racconti degli altri i loro segreti». Allora le colpe altrui, così simili alle nostre, saranno dapprima fonte di conforto, e poi, in breve tanto peggiori delle nostre, saranno la nostra rovina, cioè la vanagloria. E Dina soccombe a Sichem che, ci ricorda Riccardo, significa «omero» e «fatica», «e perché venga detto “fatica” lo testimonia la fatica degli ipocriti, che si affannano soltanto per guadagnarsi il vano favore degli uomini».

Riccardo di San Vittore, La preparazione dell’anima alla contemplazione (Beniamino minore), a cura di C. Nardini, Nardini Editore 1991.

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