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Via Benedicti

LaViaDiBenedetto La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».

È un testo estremamente «utile» e molto consigliabile a chiunque sia interessato ad ascoltare una voce autorevole del monachesimo contemporaneo, a capire come una badessa emerita di grande esperienza vede, pensa e rappresenta la propria forma di vita («Più che il parafulmine della Chiesa, la vita monastica deve essere il serbatoio della Chiesa, da dove poi, per vie a noi stessi ignote – ma in parte anche note – si dirami la sua segreta fecondità apostolica», il corsivo è mio), ma c’è un altro aspetto che mi ha colpito di più e in parte distratto nella lettura. In tutto il testo, infatti, si dipana, sottile ma solidissimo, un filo polemico nei confronti del cosiddetto relativismo contemporaneo, dell’«uomo relativista del XXI secolo che si annida in tutti noi» (neanche fosse lo sporco che appunto si annida negli angoli della casa e nelle fibre degli indumenti…) e una rivendicazione della «superiorità» del sapere divino rispetto al sapere mondano.

Già il giovanissimo Benedetto dimostra di avere la capacità – il carisma – di discernere tra vero e falso, tra bene e male (un aspetto «fondamentale anche nella Regola e in tutta la tradizione monastica»), quando abbandona Roma per cercare altrove la verità, «una sapienza più grande», e «sulla base di questo rifiuto Benedetto (Dio tramite Benedetto) fonderà una nuova scuola di Sapienza, diverrà padre della cultura europea, di tutto ciò che di buono, di tutto l’immenso tesoro che la civiltà europea ha prodotto», l’allibito corsivo è mio). E per ottenere questa nuova, vera, sapienza «è indispensabile rifiutare il mondo, cioè la sua visione della vita», fuggire la gloria e la vanagloria, non vivere per l’ammirazione, la lode altrui, non soccombere al culto di se stessi, «smettere di vivere costantemente sotto gli occhi degli altri, per iniziare a vivere sotto lo sguardo di Dio». Possiamo dire che c’è una punta di manicheismo in questa posizione? Come se il mondo fosse stato storicamente e sia un’entità unica e immutabile, caratterizzata da un’altrettanto immutabile visione della vita; come se una comunità orientata al bene comune non potesse per principio trovare proprio nello «sguardo degli altri» uno strumento positivo di comportamento. «Il problema vero, ai tempi di Benedetto come ai nostri, è quello di ben pensare per ben fare e non peccare. Di distinguere il bene dal male e il vero dal falso, di scoprire la Sapienza vera e di respingere quella falsa», certo, ma è saggio tagliar fuori da quest’opera di discernimento chi, sempre per così dire, non rifiuta il mondo, senza per questo accettarne le storture?

Quanto sia degna di rispetto e considerazione la via di Benedetto, cioè la via di Gesù, cioè «la quotidiana rinuncia a noi stessi per vivere come dono», non credo di aver bisogno di ripeterlo. Quanto l’egocentrismo sia responsabile di errori e sofferenze si sa. Quanto sia decisiva l’umiltà, questo «pensiero nuovo» che è «l’unico atteggiamento veramente ragionevole della mente umana», è assodato. Ma nelle parole della badessa emerita, prive anche del più piccolo residuo di dubbio, ancora una volta pare che l’alternativa alla «Verità con la V maiuscola», quella che l’essere umano può ricevere solo da Dio, ci sia il caos, lo scatenamento degli istinti più bassi, la guerra delle «voglie» (quasi fossero uccelli rapaci svolazzanti), la dittatura dell’io che divora tutto – mettere l’io al centro produrrà «una visione che non corrisponde a verità e inevitabilmente tenterà di violentare la realtà in un modo o nell’altro»: sì, certo, mettendo l’io al centro, ma mettendo il noi? Un noi storico, multiforme, immanente, faticoso?

«Non sprecheremo qui parole», scrive m. Della Volpe, «per dimostrare che l’uomo che non cerca la Verità e non cerca Dio, lungi dal raggiungere una più grande comunione con gli altri uomini, si rinchiude in se stesso, nell’individualismo o nella disperazione, e tende in questo modo a perdere le sue più genuine caratteristiche umane. La cosa è sotto gli occhi di tutti coloro che sono capaci di vedere».

Forse non sarebbero state sprecate, poiché, evidentemente, non sono capace di vedere. Pace.

(1-segue, forse)

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  1. Monica Della Volpe, La via di Benedetto. Dalla Vita alla Regola, prefazione di G. Meiattini, osb, presentazione di M.F. Righi, ocso, Nerbini 2022 (Quaderni di Valserena; 12).

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Di belve, rivolte e domande

Non posso negare come talvolta, in questa quotidiana frequentazione degli scritti di argomento monastico, io mi senta del tutto estraneo1. La sensazione è assai più comune nel caso di testi contemporanei, e la cosa non sorprende. Ciò accade spesso, e non senza ragione, quando cerco di avvicinare testi che non si rivolgono a tutti, ma che sono concepiti e scritti (o pronunciati) da monaci per monaci. Come nei congressi medici, tuttavia, anche se il linguaggio è specialistico, e anche se l’argomento del dibattito è la professione stessa, i pazienti vengono sempre evocati, così i non credenti non sono mai completamente assenti anche quando una delle più stimate badesse di oggi riflette sull’«Essenza e grazia della nostra vocazione contemplativa e profetica»2.

L’essenza della vita contemplativa, scrive s. Monica Della Volpe, badessa del monastero cisterciense di Valserena, è, da sempre, la ricerca di Dio. Il risultato dell’oblio di questa cruciale tensione è il mondo come lo vediamo oggi, colpito com’è dalla dimenticanza di Dio, dalla «silenziosa apostasia della fede». L’attuale deriva occidentale è «l’operazione diabolica nel mondo post-cristiano, che vorrebbe chiudere il cerchio iniziato con la rivolta primordiale di Satana a Dio, coinvolgendo con sé l’umanità e il creato tutto». Ecco, è qui che mi sento immediatamente proiettato all’interno di un disegno dai toni apocalittici, del quale sarei inconsapevole vittima e al tempo stesso attore. Et pour cause, direbbe la badessa.

«Il mondo è pieno di morte», continua Della Volpe, e di fronte alla «tenebrosa gloria di Satana» non possiamo restare indifferenti. Di certo non lo possono le contemplative, ma nel «noi» cui fa riferimento la badessa, parlando alle sue compagne di viaggio, si avverte spesso l’eco di una comunità più larga, quella degli esseri umani: «Siamo chiamate, da Colui che abbiamo incontrato e seguito, a una vita umana; ci spiega Lui cosa questo vuol dire e come e perché questo debba essere diverso dalla vita delle belve – per capirlo dovremo anche passare attraverso l’esperienza delle belve, passioni, tentazioni, che si trovano dentro di noi e attorno a noi». Ed eccomi qui fratello delle belve, trascinato da passioni e tentazioni, sordo al richiamo di «una vita degna del nome di umana», perché sordo alla domanda posta dalla Parola.

La Parola di cui parla la badessa, con toni ora ispirati, viene incontro all’individuo, lo soprende e lo interpella, e l’individuo si mette seduto e affronta il «lavoro di capirla e di interiorizzarla, di iniziare un dialogo, anche una lotta, un corpo a corpo» con uno scopo preciso, quello di rispondere. «L’essenza della nostra ricerca di Dio», conclude temporaneamente Della Volpe, «è in questa risposta; non c’è vita contemplativa se non c’è davvero, al centro dell’essere, questa risposta». Ed eccomi qui cittadino di «un mondo di chiasso e frastuono, per il quale anche la parola è altro», cioè, per lo più, chiacchiera superficiale.

Estraneo, sordo, distratto. Stando ai meccanismi retorici, adesso dovrei obiettare e avversare con un «ma» un discorso che, comunque, è scevro di aggressività e durezze. E invece non lo farò. Sia perché non potrei ribattere sullo stesso piano, non inserisco la «posizione esitenziale» della monaca cisterciense – e tantomeno la mia – in un disegno di cui sarebbe inconsapevole: non vedo infatti alcun disegno, né percepisco alcuna domanda; sia perché credo che l’obiezione a ogni costo non sia sinonimo di «dialogo», bensì un automatismo improduttivo.

Quindi mi limito a un sommesso «no», anche se probabilmente alla badessa proprio questo «no» suonerebbe come una conferma.

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  1. Non mi sfugge che il mio confronto di non credente con questa dimensione della fede cristiana si sia basato sinora soltanto sulla parola scritta. Tale parzialità mi pare almeno un po’ mitigata proprio dalla centralità che la parola (non soltanto la Parola) ha appunto in questa fede.
  2. Monica Della Volpe, ocso, Profezia della vita integralmente contemplativa, in «Forma Sororum» 2/2017, marzo-aprile, pp. 90-107.

 

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