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Ferite pulite e non troppa acqua (Diadoco di Fotica)

C’è una gran quantità di immagini e metafore nella centuria di Diadoco, vescovo di Fotica in Epiro nella seconda metà del V secolo1, preoccupato, sopra ogni altra cosa, della salvezza dei fedeli a lui affidati. Non gl’importa di fare teologia2, bensì di essere capito con chiarezza e che le sue parole si incidano nella memoria dei suoi fratelli cristiani e possano tornare utili ogniqualvolta il male, cioè i demoni che ci spingono a farlo, rischierà di perderli («il male non esiste se non soltanto quando viene commesso»).

Molte di queste immagini, che, come rileva anche il curatore, contribuiscono al senso di «attualità» del breve testo, sono ben note a chi ha un minimo di dimestichezza con la letteratura cristiana, e non solo, sulle passioni, altre assai meno e possiedono quel tratto di fresca quotidianità che mi attira sempre tanto in queste testimonianze. Eccone alcune che mi hanno colpito più di altre.

L’anima, coperta dalla «lebbra delle passioni» e «fasciata come da un velo pesante: l’affanno della vita» non sente il timor di Dio e trascura la scintilla della somiglianza – allo stesso modo «le ferite che ledono il corpo, quando sono per così dire non pulite e trascurate, non sentono il farmaco che viene ad esse applicato dai medici» (17): pulire e disinfettare sempre prima di medicare.

Bisogna bere moderatamente, affinché i semi dello Spirito non marciscano nella «terra del cuore» – «come la terra irrigata in giusta misura fa crescere il seme che vi si getta senza erbacce…, ma inzuppata da piogge incessanti fin quasi all’ebbrezza produce soltanto spine e triboli» (48): mi raccomando, non le dia troppa acqua.

Quando usciamo in una bella mattina invernale di sole, e ci volgiamo a est, non dimentichiamoci che se sul petto sentiamo un bel calduccio, la schiena si raffredda – «allo stesso modo anche quelli che sono agli inizi della vita spirituale hanno il cuore solo in parte riscaldato dalla grazia divina» (88): sì, c’è il sole, ma copriti lo stesso.

Se la nostra volontà vi consente, il «lavoro» della grazia può cominciare e proseguire un po’ alla volta – «con la medesima tecnica con cui, infatti, i pittori in un primo momento disegnano lo schizzo d’una figura umana con un solo colore, e poi stendendo poco alla volta tinta su tinta con varia intensità di accordi rendono l’aspetto del modello fino alle sfumature dei capelli» (89): se non parti non arrivi da nessuna parte.

E infine la mia preferita, utilissima sempre e oggi più che mai, che va citata per esteso: «Come le porte dei bagni, se aperte continuamente, fanno presto a disperdere all’esterno il calore che c’è all’interno, così anche le parole, quando l’anima cede alla voglia di parlare molto anche se di cose del tutto buone, dissipano il suo ricordo per il varco della voce. Privatasi così infine delle idee che dovrebbe opportunamente utilizzare, essa non fa che sciorinare con chiunque le capiti una vera e propria accozzaglia, direi, di vani pensieri, dal momento che non ha più lo Spirito Santo [la Ragione?] che preservi appunto la mente dalle fantasie» (70): cambiare aria va bene, ma chiudi che c’è corrente…

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  1. Diadoco, Cento considerazioni sulla fede, introduzione, traduzione e note di V. Messana, Città Nuova 1978 («Collana di testi patristici»; 13).
  2. «Come acqua che fa dimenticare i mali, la profondità della fede non tollera di essere contemplata da curiosi ragionamenti.»

 

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