(la prima parte è qui, la seconda qui)
La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».
Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.
Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».
Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».
Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).
Questo, e non tutto il resto.
(3 – continua)
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- Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.
Come nella migliore tradizione la vicenda è cominciata con un libro adocchiato su una bancarella. Figuriamoci: Il libro della trappa, di un tale Agustín Roberts1, comprato all’istante, anche con lo stupore che esistesse un libro con un titolo del genere – che infatti si rivelerà essere un «titolo editoriale» di un originale ben diverso, Hacia Cristo. Apertolo all’impiedi davanti alla bancarella medesima, si è presentato con un’avvertenza dal tono e soprattutto dal contenuto assai singolari, che hanno acceso immediatamente il mio interesse. Nella «Nota di edizione» a pagina 9 ho letto infatti che le suore trappiste di Vitorchiano avevano contattato l’editore circa la possibilità di pubblicare in italiano il libretto, assai utile per le postulanti, che loro lo «avrebbero anche semplicemente ciclostilato in un numero limitato di copie»; l’editore aveva letto e valutato, e scoperto che il testo «forse più di ogni altro poteva far conoscere in cosa consiste lo svolgersi quotidiano della vita contemplativa».