Anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità

CercareDioNellaSuaParola «Ogni relazione con Dio si basa su un diligente ascolto», afferma il benedettino Guy-Marie Oury (1929-2000, professo a Solesmes) nella prima pagina del suo libro sulla lectio divina1, ed è anzitutto nella Sacra Scrittura «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso».

Per il monaco – il monaco di tutti i tempi, come d. Oury mostra nell’excursus storico cui dedica uno dei capitoli del libro – la lectio divina è la pratica fondamentale di accesso alla Bibbia: pratica di ascolto, durante l’ufficio; di lettura, ancora durante l’ufficio e nel tempo personale; di «meditazione incessante», che si «intromette» in tutte le sue occupazioni.

Ruminatio, masticatio, manducatio – tutti termini che si riferiscono alla pratica della lectio e che rimandano a un processo di ingestione, digestione e nutrimento: «La Lectio è dunque una refezione spirituale dell’anima nel suo cammino verso Dio». Studio e preghiera vi sono intimamente collegati, perché non è mai un’attività per così dire «oggettiva» (tutto quello che Dio ha detto «ci riguarda personalmente»), è anche uno strumento, un «luogo» di trasformazione, che per essere tale ha bisogno di essere liberato dalla pressione continua degli impegni materiali, dalle distrazioni («la distractio è la causa di tutti gli abbattimenti del monaco»), dal fiume di immagini che provengono dal mondo, dal desiderio di sapere «mille cose inutili».

La lectio si può estendere, e di fatto si è estesa, anche oltre la Bibbia, alle opere ascetiche, ai trattati sulla preghiera, alle memorie autobiografiche, ai libri di meditazione e naturalmente alle agiografie: «Si pensi al beneficio che hanno ricavato le anime semplici – e i monaci sono anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità», dalle raccolte di miracoli e dalle vite dei santi.

Al di là dei pochi aspetti evidenziati qui, a differenza della esaustiva trattazione di d. Oury, che esplora gli aspetti storici, pratici, dottrinali, teologici, ecc., sono molte le… lezioni della lectio che possono tornare utili per non rimanere confinati in una delle funzioni oggi consuete della lettura: informazione, studio, svago e consolazione. La continuità, anzitutto, il contenimento della distrazione, l’ascolto, l’atteggiamento discente, la meditazione e l’abitudine di porre domande – le proprie domande – al testo che si legge. Anche qui, insomma, mi pare ci sia «qualcosa» che sarebbe insensato scartare sulla base di un pregiudizio. Se la lectio nasce con la qualifica di divina, credo si possa provare a cambiare quell’aggettivo così carico di «problemi» e tentare di definire una lectio humana. Che poi, quando leggo del rapporto che monaci e monache hanno con la Bibbia, e attraverso di essa con Dio, mi viene da dire che la lectio, a occhi contemporanei, può quasi sembrare un prototipo della psicoanalisi: stesi sul lettino della Sacra Scrittura, a leggere/parlare di sé con un Analista che non si vede, parla davvero poco, ma ascolta tutto. In fondo, quando d. Oury dice che è nella Bibbia «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso», aggiunge anche: «È qui che si può meglio vedere, come in uno specchio, ciò che gli uomini… sono e devono essere».

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  1. Guy-Marie Oury, Cercare Dio nella sua parola. La Lectio divina, presentazione di A.M. Cànopi, traduzione di L. Zardi, Edizioni Paoline 1987.

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Vento, mare, tempesta (Dice il monaco, CXVII)

Dice Isacco della Stella, monaco e abate cistercense, dopo il 1150:

Perciò, fratelli miei, dobbiamo vigilare con somma cura, e farlo con tanta maggiore attenzione avendo noi scelto una solitudine remotissima, a che nella barca del nostro uomo interiore, per il quale l’uomo esteriore è come un mare, mai dorma la parola di Dio, dato che lui in sé né dorme né sonnecchia mai. Un Cristo che sia ozioso non può vegliare su di noi e, per dirla breve, egli vuole sempre che gli si chieda qualcosa o che lo si interroghi, e certo vuole che, mentre parla lui, lo ascoltiamo da svegli. Infatti, fratello, se mentre lui parla cominci a dormire di fronte a lui, subito egli dormirà di fronte a te. Ma guai a te se egli ti si addormenta davanti! Per te è sveglio il vento, è sveglio il mare, è sveglia la tempesta, sono svegli i flutti dei pensieri e il ribollire di mille tentazioni se per te soltanto lui dorme. Perciò prega e digli con il Profeta: «Illumina, Signore, i miei occhi perché non mi addormenti mai nella morte». […] Dove sono quelli che nel chiostro sonnecchiano sui loro libri, durante la lettura nell’oratorio russano, e di fronte a un discorso fatto a viva voce nel capitolo dormono? In questi casi il Verbo di Dio parla, ma non gli si fa caso. Il Signore, il maestro parla, e l’uomo, il discepolo dorme.

♦ Isacco della Stella, Sermone secondo per la quarta domenica dopo l’Epifania, in I sermoni, vol. II, Mariale – Santorale – Tempo ordinario, a cura di D. Pezzini, Paoline 2007, pp. 248-49.

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Fuori, dentro (Reperti, 66-67: Volponi; Nooteboom)

66. Tra gli inediti di Paolo Volponi resi disponibili dalla nuova edizione della sua opera poetica1 è emersa una poesia, databile al 1960, dedicata alla monacazione della sorella Maria Luisa. È un testo triste e non privo di rammarico per quella che Volponi vive come una definitiva separazione, se non addirittura come una «perdita». Non sente più la sorella, anche se sa che «laggiù, in fondo / dove tutto è più scuro / laggiù canta mia sorella, / la mia bianca sorella / ormai sorella di tutti»; non la vede più, anche se sa che è dietro quel muro «di mattoni sconnessi», fragile eppure impenetrabile, confusa in «quel povero branco di sventurate», di «dolci sciagurate» il cui fiato vitale dilegua nel canto. Il fratello è rimasto solo, in piedi davanti al recinto del monastero, e vede «soltanto / un albero, un tetto, / il muro di un giardino», guarda e cede al rimpianto:

Laggiù, in fondo

canta una sorella non più mia

io chiudo gli orecchi

perché vorrei sentire la sua voce.

67. Nei suoi «itinerari spagnoli»1, sulla strada da Barcellona a Soria, lo scrittore olandese Cees Nooteboom fa una tappa al «convento di Veruela», cioè al Real Monasterio de Santa María de Veruela, la più antica fondazione cistercense in Aragona. Il brano che ricava dalla visita può essere definito la tipica pagina di libro di viaggio di epoca pre-Internet: un po’ di descrizioni di ambienti, monumenti e sepolture – accurate, come oggi si verifica con facilità in rete; un po’ di informazioni sul monachesimo per contestualizzare – succinte, ma precise e ben dette; e le «impressioni» dello scrittore, che – siamo nel 1981 – gode della clamorosa possibilità di aggirarsi per il monastero in assoluta solitudine. E in queste impressioni ho riconosciuto un tratto assai familiare, sensazioni che ho provato molte volte. Ho riconosciuto l’effetto di «trasferimento» che si attiva al passaggio dall’esterno all’interno: «La macchina del tempo esiste davvero», scrive Nooteboom, «mi trovo in una capsula, protetto dalla morte e da ogni sventura, calato negli abissi del medioevo per sempre scomparso. Dove sono ora invece questo tipo di vita continua a esistere come in una coltura microbica del secolo ventesimo» (ecco, forse non direi «microbica»). E in particolare ho condiviso un sentimento preciso che deriva dal camminare in quello come in tutti i chiostri, se non in quella come in tutte le chiese:

Anche se si toglie a queste esperienze ciò a cui non si crede, resta pur sempre l’imponderabile, che altri in questo luogo credono e, soprattutto, hanno creduto.

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  1. Paolo Volponi, Poesie, a cura di E. Zinato, Einaudi 2024 (p. 439-40).
  2. Cees Nooteboom, Verso Santiago. Itinerari spagnoli, traduzione di L. Pignatti, Feltrinelli 1994 (ora Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna, Iperborea 2023). Il «reperto» in questione è alle pagine 14-19 dell’edizione Feltrinelli.

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Non dimezzato, non amputato, non diminuito (Dice il monaco, CXVI)

Dice Giuseppe Dossetti, nel 1990, commentando l’ottavo gradino dell’umiltà come espresso nella Regola di san Benedetto:

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Più vado avanti negli anni e nell’esperienza, più mi sento di mettere in guardia contro questa tendenza che può esserci, e che può essere suggerita anche da zelo buono, ma non illuminato, non costruttivo. Fare di meglio e fare di più, anche se non desse luogo a nessun inconveniente esterno, è già presunzione, dice san Benedetto. Quello che invece è veramente la norma sicura, da cui non si può uscire ingannati o imbrogliati, è quello di fare tutto quello che è prescritto dalla regola comune nel modo migliore possibile, tutto, ma non di più. Farlo interamente, non dimezzato, non amputato, non diminuito, farlo cioè in pienezza, senza presumere di andare solo un pochino più in là: questo è grado di umiltà.1

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Per la verità, tutto il capitoletto, intitolato «Concorrere alla sinfonia comune, con tutta la pienezza delle proprie forze», è assai interessante. Qui più che mai occorre contestualizzare le parole che vengono pronunciate: Dossetti infatti sta parlando a una comunità femminile della Piccola Famiglia dell’Annunziata (da lui fondata), svolgendo una serie di meditazioni su alcuni capitoli della Regola benedettina. Ma come spesso accade, per lo meno a me, è facile estendere il discorso al di fuori del suo contesto, per vedere se ci può essere qualche insegnamento di carattere più generale.

In questo senso, e in questo caso, la difficoltà è palese, e tuttavia, forse, proficua. Dossetti sottolinea come la tendenza a «fare di più» rispetto alla «norma comune» possa produrre effetti squilibranti per il singolo, oltre che inconvenienti comunitari, perché si tratta in fondo di un «desiderio più o meno conscio di segnalarsi e di distinguersi, quindi con sicura perdizione». Accidenti, con sicura perdizione… Lo spingersi oltre, sempre originato da orgoglio e vanità, conduce a una solitudine pericolosa, perché ci «si trova delle volte scoperti alle spalle, come uno che avanza e la sua linea di difesa, quella comune, non avanza; e, a un certo punto, si trova con le spalle scoperte e il nemico dietro di sé, oltre che davanti a sé». Mentre «è una forza grandissima quella di fare le cose in comune, è una garanzia rispetto alla mutevolezza dei sentimenti e alla debolezza inevitabile della natura o ai momenti, che vengono a tutti, di stanchezza e sazietà».

Ecco la difficoltà che affiora nell’«esportare» questo pensiero in ambiti diversi (e lasciando da parte la storia monastica plurisecolare, punteggiata da figure che hanno sentito la necessità di «fare di più», stabilendo nuove regole e fondando nuovi Ordini): che dire se la «norma comune» è solo stanca consuetudine, «morale corrente», protocollo imposto? È sempre biasimevole il voler fare qualcosa in più? È sempre e comunque frutto di orgoglio e volontà di farsi notare? E d’altra parte, come stimare quella cieca «volontà di emergere» (senza distinzioni) che dovrebbe tutto giustificare? Da quelle «puntine oltre», come le chiama Dossetti, non possono derivare talvolta effetti positivi che ricadono su tutta la comunità? Ma d’altra parte, come negare la «forza grandissima» di un anonimo sforzo comune?

È tutto molto intricato, e non so rispondere in maniera univoca a tali domande. Che però, probabilmente, sono mal poste, poiché non si può mai generalizzare, ma si deve sempre fare riferimento alla situazione concreta, al «che cosa» e al «perché» di una comunità quale che sia.

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  1. Giuseppe Dossetti, Sulla Regola di san Benedetto. Meditazioni, Edizioni San Lorenzo 2023 (collana curata dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata). Si tratta della trascrizione di una serie di meditazioni tenute durante il ritiro delle sorelle della Famiglia ad Ain Arik (Ramallah) dal 22 al 28 ottobre 1990.

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«La causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo»

DodiciGradiUmiltà La copia in mio possesso del Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto del benedettino Jean de Monléon1 è datata 1958 ed è consumata dall’uso di tanti ignoti lettori che mi hanno preceduto. Religiosi e religiose, presumo. Ed è questo il motivo per cui ho letto un’opera che mi sento di definire in larga misura «superata», per quanto improprio sia l’uso del concetto di «superato» nel caso della letteratura monastica: nulla è mai del tutto «superato» come si può dire di un trattato di fisica della fine dell’800. L’ho letta perché innumerevoli persone si sono identificate con il pensiero che vi è espresso, vi hanno per così dire sinceramente creduto. Superata, in realtà, è forse dir poco; di certo pre-conciliare (ma è stata ristampata nel 2021, e non a caso dalle Edizioni Piane, la casa editrice della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons, Lefevre) e percorsa da un evidente tratto antimodernista (nonché punteggiata da qualche osservazione vagamente antisemita e razzista).

DodiciGradiUmiltàB La scelta di commentare non la Regola nella sua interezza, bensì un solo capitolo, quello dedicato all’umiltà, il più lungo, è sintomatica. Se infatti, teologicamente, l’umiltà è preceduta da altre virtù, «nell’ordine pratico questa virtù è la prima perché… rimuove quell’ostacolo che con la sua presenza arresta la grazia di Dio», cioè l’orgoglio, «causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo e anche il principio di tutti i nostri traviamenti». Da qui, il Commento discende e al tempo stesso ascende i dodici gradini dell’umiltà (suddivisi secondo lo schema che riporto qui a fianco) con un tono prevalente di ferrea durezza che mi pare alieno dallo spirito con il quale san Benedetto ha steso la sua Regola. Già, «perché la nostra vita religiosa non è affatto una bella strada carrozzabile che permette di salire comodamente verso la perfezione in una vettura ben molleggiata; è invece un sentiero ripido, stretto, scabroso, nel quale si va avanti solo aiutandosi con le mani e con i piedi».

È un vero tour-de-force, del quale si può dare solo qualche esempio e dal quale si esce, per usare un’espressione dell’autore, «piallati, raschiati, modellati e lisciati». Noi, che dimentichiamo che siamo delle creature effimere, inette, cui il demonio ronza continuamente intorno, capaci di una varietà di peccati quasi infinita, negligenti, accecati, incapaci di sorvegliare i desideri cattivi che salgono dal fondo più oscuro della nostra natura (peraltro guasta); pronti a scaricare la responsabilità delle nostre colpe (è stato il caso, la sfortuna, il vento, il demonio, il gatto) e ad assolverci con la scusa del così-fan-tutti (state ben attenti che il Signore ha detto: «Io sono la verità», e non: «Io sono la consuetudine»); che inseguiamo fantasie, frivolezze, oscenità; che ridiamo e facciamo ridere, che ci guardiamo intorno facendo entrare di tutto attraverso gli occhi; che ci sbagliamo in continuazione…2

E invece dovremmo rifuggire dall’uomo vano, che si lascia trascinare dal movimento spontaneo della sua natura; dovremmo calpestare incessantemente la nostra volontà con l’obbedienza, l’unico mezzo per riparare il peccato di Adamo (anche perché Dio non ci domanderà conto delle azioni fatte per obbedienza [e già…]); dovremmo accettare le ingiurie, le sofferenze, le prove, spogliandoci del mantello delle illusioni di cui ci rivestiamo, estinguendo il prurito della singolarità, il desiderio di farsi centro… e d’attirare sopra di sé l’attenzione degli altri3; basta con tutto questo «io», che se è odioso perfino in letteratura, quanto più lo sarà presso coloro che pretendono cercare la perfezione!; dobbiamo fonderci nello stampo della Regola e purificarci con la forma di penitenza più grande ed efficace, la vita in comune.

Giobbe tra i primi metteva in guardia l’uomo vano che si crede libero «come il puledro dell’asino selvatico»: perché l’asino selvatico, si chiede d. Monléon? Perché non è come quello domestico, condannato a tirare il carretto e portare il basto, no, lui nasce libero, «niente lo ostacola, niente lo trattiene… nessuno gli impedisce di seguire i movimenti della sua natura; può galoppare in pianura, ruzzolarsi nell’erba, correre all’impazzata con i suoi simili, mangiare, bere, dormire come meglio gli sembra. [Allo stesso modo l’uomo vano] non considera la vita che come un prato fiorito dove gli è permesso di correre e divertirsi secondo l’attrattiva del momento».

Be’, anzitutto, chi ha mai detto che la vita sia un prato fiorito; e poi, ammettiamolo, mica male qualche giorno seguendo la routine dell’asino selvatico, no?

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  1. Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958.
  2. «La nostra memoria non è stata fedele, la nostra logica ha zoppicato, il nostro ragionamento ha trascurato dei dati importanti, la nostra immaginazione soprattutto, e le nostre passioni, hanno deformato, a nostra insaputa, ciò che pretendevamo, con molta buona fede, aver visto o inteso.»
  3. «Questo difetto lo ereditiamo dalla nostra madre Eva, di cui la primissima deviazione, nel Paradiso terrestre, fu probabilmente il piacere che provò nel vedere che il serpente si interessava di lei.»

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«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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Questo (Augustine Roberts, pt. 3)

ConfiguratiACristo (la prima parte è qui, la seconda qui)

La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».

Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.

Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».

Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».

Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).

Questo, e non tutto il resto.

(3 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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Fazzoletti, spezie odorifere e vaghi colori (Voci, 35)

SpecchioDellaDisciplina Cap. X. Che non si devono avere cose curiose.

Appresso ti esorto che non ti curi di tenere nella tua stanza cose curiose, come sono immagini adorne, tavole, fazzoletti, coronette polite e preziose, e cose simili; né dèi riceverle, né darle altrui in dono, perché simili traffichi e negozi occupano il cuore, e dispiacciono a’ nostri maestri, come quelli che ti fanno parere tra gli altri notabile e singolare; e ancora ti aggravano la coscienza di alcuna proprietà, conciossiaché tali cosette spesse fiate incautamente si ricevono, o si danno senza licenza de’ Superiori, sia per increscimento, o per rispetto, o per vergogna di ricorrere così spesso per sì picciole cose da’ Maestri.

Non dèi tenere appresso di te spezie odorifere per condire i cibi, eccetto se per evidente necessità tu non potessi lasciarle: e chi potesse vivere privo di tutte le cose particolari, sarebbe felice, perché avrebbe tolta via la materia di gran distrazione: far di avere quanto più pochi bisogni è possibile, o se pur ti bisogna tenere alcuna cosa privata, come sono libri, per cagione di studio, e cose appartenenti allo scrivere, non ne tenere mai alcuna soverchia o curiosa, ma sii contento di aver solamente cose necessarie in numero ed in valore.

Similmente il tuo abito, e le altre cose che comunemente ti bisognano e tieni per tuo uso, sieno semplici e rozze; e così anche i gesti del corpo e tutte le cose, che fuori di te sono manifeste, fa che sieno schiette, facili e pure, in modo che tu non desideri, né procuri di aver cosa veruna linda, né curiosa, né di alcun singolare o vago colore tinta.

♦ San Bonaventura, Istruzioni a’ novizi, II, X, in Specchio della disciplina. Istruzione e Regola de’ novizi. Con alcuni salutevoli ricordi del ben vivere, terza edizione, Quaracchi, presso Firenze, Tipografia del Collegio di S. Bonaventura, 1891, pp. 264-65. (Chissà quale può essere la «evidente necessità» di tenere nella cella delle spezie…)

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L’altra guancia destra

Un’altra ignoranza, mia, sanata. «Porgi l’altra guancia»: l’altra (alteram) non è la sinistra, bensì l’altra destra. «Secondo i mistici», insegna la Glossa (in particolare la Catena aurea di san Tommaso, dal commento a Matteo di san Gerolamo), «quando viene colpita la nostra guancia destra, non ci viene comandato di offrire la sinistra, ma l’altra, cioè l’altra destra. Il giusto, infatti, non ha la sinistra».

Lezione appresa grazie a Giovanni Cassiano, che nella sedicesima delle sue Conversazioni con i padri, per bocca di abba Giuseppe, fa menzione di una categoria di monaci che manifestano un particolare genere di stoltezza «sotto le mentite spoglie della falsa pazienza»1. Costoro non si peritano di irritare i confratelli e «quando sono toccati anche solo lievemente, offrono prontamente anche l’altra parte del corpo per essere colpiti», credendo di mettere in pratica il precetto evangelico. E invece stravolgendolo completamente.

«Se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche l’altra – qui», precisa Giovanni Cassiano, «bisogna intendere senza dubbio l’espressione destra come “l’altra destra”, vale a dire il volto dell’uomo interiore»2, perché occorre partecipare intimamente, con umiltà, al dolore dell’uomo esteriore, abbandonandosi, corpo e anima, all’ingiuria e custodendo con umiltà la tranquillità del cuore.

Ecco perché – leggo da un’altra parte3 – Gesù davanti ad Anna non porse materialmente l’altra guancia quando un servo del sommo sacerdote gli mollò uno schiaffo. Il «divino Maestro» l’aveva già fatto, intimamente, «e ha voluto farci intendere che l’atto della virtù, in simili circostanze, non si deve confondere con l’atto esteriore di presentare l’altra guancia, ma bisogna cercarlo nella disposizione segreta dell’animo».

E i passivi-aggressivi (o almeno una loro variante) sono sistemati.

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  1. Giovanni Cassiano, Conversazioni con i padri, II, XVI, 20, a cura di R. Alciati, Paoline 2019, p. 961.
  2. II, XVI, 22, ivi p. 963.
  3. Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al Capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958, p. 146.

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Sovente, spesso, il più delle volte (Dice il monaco, CXV)

Dice Basilio di Cesarea, intorno al 378:

Tra gli animali irragionevoli ce ne sono anche di quelli che vivono in comunità, se è proprio del vivere in comunità il far convergere verso uno scopo comune l’attività di ciascuno, come si può vedere nelle api. Esse abitano, infatti, in comune, volano insieme, uno solo è il lavoro di tutte. La cosa più sorprendente è che si dedicano al lavoro sotto il comando di un re1 e non accettano di andare nei prati prima di aver visto il re che guida il volo. Il loro re non è eletto con una votazione (sovente, infatti, per la mancanza di saper scegliere rettamente, la gente ha collocato al potere il peggiore); non ha il potere per sorteggio (gli esiti dei sorteggi sono, infatti, irrazionali e consegnano spesso il potere a quello che lo merita meno di tutti) e neppure per successione ereditaria si asside nel palazzo reale (anche questi, il più delle volte, sono incompetenti, ignorano qualsiasi virtù a causa della mollezza lussuosa e dell’adulazione); egli tiene dalla natura il primato su tutti; spicca per il vigore fisico, per la bellezza della sua linea, per la mitezza del suo comportamento. Il re certo possiede un pungiglione, ma non ne usa per difendersi. Queste sono una sorta di leggi di natura non scritte, le quali prescrivono che siano restii a punire quelli che arrivano ai massimi poteri.

♦ Basilio di Cesarea, Omelia VIII, Sui volatili e sugli animali acquatici, 4, in Omelie sull’Esamerone e di argomento vario, a cura di F. Trisoglio, revisione dei testi greci, indici e bibliografia di V. Limone, Bompiani 2017, p. 311.

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  1. È noto che gli antichi credevano essere re quella che noi sappiamo essere regina. (N.d.C.)

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