Il bestiario di Pier Damiani

Nell’autunno del 1061 Pier Damiani è a Roma, impegnato a fianco del papa Alessandro II, ma trova il tempo per scrivere una lunga lettera (l’Opusculum LII delle sue Opere) agli amati monaci di Montecassino, guidati allora dall’abate Desiderio («arcangelo dei monaci»), che è «un vero e proprio bestiario moralizzato ad usum monachorum»1. A leggere queste pagine con occhiali moderni bisogna resistere alla tentazione del divertimento e anche a quella, tipicamente medioevale, del «meraviglioso» (cui pure l’«Avellanita» dedicherà altri scritti). Qui, infatti, il grande monaco eremita – e il grande scrittore – è mortalmente serio, perché ne va sempre e comunque della salvezza dell’anima e perché Dio ha disposto le cose «affinché, perfino per mezzo delle bestie, l’uomo sia in grado di apprendere ciò che deve imitare, ciò che tocca, a lui, di fuggire, ciò che può utilmente, da loro, prendere a prestito». È da notare anzitutto che Pier Damiani non si vanta di essere un esperto del mondo animale, ma che riporterà «solamente ciò che, da quanti con sudore hanno osservato le realtà della natura, è stato messo a nostra disposizione nel modo più certo e inconfutabile». L’inciso sottolineato è assai significativo, e Piero ribadirà più volte il concetto, ad esempio nel capitolo 15, parlando del pellicano («Come tramandano coloro che si diedero da fare per conoscere a fondo la varia natura degli animali»), suggerendo chiaramente, direi, come la conoscenza richieda attività sul campo e costi fatica. Che poi il fatto che il pellicano uccida i suoi piccoli (come Dio castiga la prole ingrata) non sia né certo né inconfutabile è un altro discorso.

Eh sì, di certo e inconfutabile, oggi, non c’è pressoché niente in queste pagine, in cui la stessa osservazione non è mai neutra, ma si basa su presupposti morali, in particolar modo di origine biblica. È difficile non rimanere affascinati (e forse non soltanto affascinati) dalla rete di citazioni, riferimenti, citazioni, analogie dispiegata dal testo: una rete che ricopre il mondo (in questo caso quello naturale) senza smagliature. Gli animali dunque si dividono senza esitazioni in esempi buoni, esempi cattivi, simboli di tragica inconsapevolezza o di realtà superiori cui ispirarsi per non perire in questo «covile del diavolo» che è il mondo.

Così, il leone è buono, perché dorme con gli occhi aperti, come dovrebbero fare i monaci; il riccio è figura del diavolo, perché entra nelle vigne all’epoca della vendemmia e, scuotendo i tralci, fa cadere i chicchi maturi («che hanno il turgore delle virtù spirituali»), li infilza sugli aculei e se li porta via; la volpe non ne parliamo nemmeno, e neanche il polipo, che si finge roccia per catturare gli ignari pesci che si avvicinano: «Che altro è il polipo, se non l’uomo malvagio e fraudolento, e perciò eretico?»; molto meglio la fenice, che risorge «come il nostro Salvatore»; bene l’upupa, l’aquila e la folaga, ancora meglio le api, che «sono immuni dal coito, così nel partorire non sono costrette a subire nessun guasto»; «livido e immondo» l’ibis, per non parlare della iena, bene invece la dorcade, «che latinamente chiamiamo “capriolo”, [e che] offre al nostro stile di vita il non inutile esempio della propria indole naturale»: sguardo acuto e capacità di discernimento; lo sguardo acuto è anche della lince, «non solo in grado di penetrare qualsiasi corpo solido, ma anche le pareti in pietra»: mettete un pezzo di carne dietro un muro e vedrete…; ottimo il serpente, che cerca una fenditura nella pietra (la penitenza) e si toglie di dosso la vecchia pelle (dei peccati), ottima la formica, che sa discernere i chicchi delle messi, supremo infine il castoro, che ha capito che gli si dà la caccia per le virtù terapeutiche dei suoi genitali, sicché, «quando si accorge che il cacciatore lo insegue… se li recide a morsi e li getta davanti al cacciatore», se poi capita un altro cacciatore, il castoro gli si alza di fronte mostrandogli «che gli manca ciò che per cui è così ambito», dunque «pure tu, se vuoi sfuggire al cacciatore che ti insidia nella più profonda intimità, studiati con ogni mezzo di troncare di netto da te i dilettosi eccitamenti del piacere». Ecc. ecc.

A un certo punto Pier Damiani si ricorda «che non a un libro, ma a una lettera abbiamo dato inizio» e che bisognerebbe concludere. Non ce la fa, ha ancora due o tre storie che muore dalla voglia di raccontare: il granchio e l’ostrica, la scimmia, la balena, e visto che di monaci parliamo, sapete come fa il granchio a catturare l’ostrica di cui è ghiotto? Come fa a papparsi il «cibo carneo» ben difeso dalle due valve «assai robuste» che scattano alla minima minaccia? Fa così: si apposta e quando l’ostrica si apre butta lì un sassolino, cosicché non possa più richiudersi, e allora «introduce le chele senza correre alcun rischio, e dall’ostrica estrae la parte più interna e riposta». La morale è ineccepibile: «A cosa sembra più convenientemente alludere l’ostrica, se non al monaco? Sicuramente questi vive finché lo circonda l’obbligo rigoroso del silenzio, al contrario perisce quando si apre per parlare senza moderazione». E che cos’è il sassolino se non la «pietruzza, per dir così, della cattiva abitudine»? Già, perché «di che altro è figura il granchio, la cui natura è di procedere a ritroso, se non dello spirito ribelle», cioè del diavolo?

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  1. Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Opusc. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 103-142.

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Il vivaio delle anime (Dice il monaco, CXXIII)

Scrive Pier Damiani ai monaci di Montecassino, nel 1061:

Dunque, quando Dio onnipotente vi ha tratto in salvo dal mondo e vi ha immesso al suo servizio sotto la disciplina del monastero, a guardar bene, che altro ha fatto se non, come un tempo, durante il diluvio, di molti che perivano, scegliere voi, pochi, e, perché continuaste a vivere, farvi trovare riparo sull’arca spalmata di bitume? Poiché il recinto del monastero è il vivaio delle anime. Poiché vi vivono i pesci, che, come proclama la legge, sono provvisti di pinne, e, onde trasformarsi nel corpo di Cristo, si offrono come cibo prelibato per le mense degli israeliti. Poiché i pesci che sono provvisti di pinne sulle squame hanno pure l’abitudine di saltare sopra il pelo dell’acqua. Dunque, di che altro sono figura i pesci provvisti di pinne, se non delle anime elette, che sole – è sicuro! – si trasformano nel corpo della chiesa celeste? Giacché, non appena si reggono sulle penne della virtù, per il desiderio del cielo bramano ardentemente saltare, onde assurgere alla contemplazione delle cose di lassù, pur se di nuovo, per la carne soggetta alla morte, sdrucciolano giù su se stesse.

♦ Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Op. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 105-106.

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Con dignità

«Molti di noi pensano che Dio ci abbia abbandonato in questo momento in cui siamo chiamati dallo stesso Signore a vivere il carisma cistercense.» Una frase del genere non può lasciare indifferente chi si dichiara «interessato» al monachesimo, tantomeno chi è vicino a esso, figuriamoci chi ne fa parte.

A maggior ragione se si considera che ad averla pronunciata è stato l’abate generale dei trappisti, d. Bernardus Peeters, nel corso di una riunione della Regione Oriens (Filippine, Indonesia, Giappone, Hong Kong e Australia) dell’Ordine, il 7 maggio scorso. Ho potuto leggere il testo della sua conferenza sul numero 2 di quest’anno del semestrale «Vita Nostra»1, e ne sono rimasto assai impressionato. È difficile sottrarsi all’impressione che l’abate generale si sforzi di trovare una «chiave di lettura» positiva, o quantomeno «teologicamente sostenibile» di quanto sta accadendo al suo Ordine, al monachesimo tutto. Si sforzi «disperatamente»? No, disperatamente no, poiché la speranza, anche nel buio sempre più fitto, è inseparabile compagna della sua fede. Diciamo allora che si sforza con uno slancio verso il futuro che gli è imposto anche dal suo ruolo. D’altra parte sono i suoi stessi monaci a chiederglielo: «Ricevo lettere da fratelli e sorelle che non sanno più dove dobbiamo andare… Desiderano nuovi percorsi, ma si sentono intrappolati nell’oscurità del presente. Si aspettano da me, dall’Ordine, una maggiore iniziativa per intraprendere qualcosa di nuovo… “Per favore, enfatizza il positivo e dacci speranza!”» E l’abate generale lo fa.

Lo fa esplorando cinque «movimenti» nei quali vede «lo Spirito Santo attivamente presente» nella vita dell’Ordine, senza tuttavia per questo nascondere le corrispondenti difficoltà. Cominciando dal «coraggio di abbracciare la nostra vulnerabilità» (che potrebbe quasi sembrare un eufemismo), si viene a sapere, ad esempio, che nel 2022 è stato promulgato uno «Statuto per l’accompagnamento delle comunità fragili», che invita a vedere nella vulnerabilità un’opportunità di rinnovamento e che, tra le altre cose, evidenzia un percorso in cinque «ben note fasi», che ricordano molto i cinque momenti dell’elaborazione del lutto definiti dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross: «Sono le cinque fasi della morte annunciata», commenta l’abate generale con crudo realismo. Lo Statuto introduce anche la figura del Commissario monastico, il cui «primo e principale compito» è quello di cercare insieme alle comunità in crisi (undici al momento quelle «commissariate») una via di rivitalizzazione o di riconoscere l’eventuale inevitabilità della chiusura: perché «alla fine, quindi, si tratta di vivere e di morire con dignità».

Gli altri «movimenti» individuati dall’abate generale sono la crescita delle collaborazioni innovative tra diversi monasteri (un solo esempio: la condivisione del noviziato fra tre abbazie); la presenza comunque di qualche nuova fondazione; l’importanza sempre maggiore del ruolo delle monache, espressa con una formula prudentissima ac evidentissima: «La crescente consapevolezza della complementarità tra uomini e donne nell’Ordine»; infine, il senso di corresponsabilità collettiva: «L’attuale fragilità delle comunità di tutto il mondo ci ha fatto anche capire che esiste una responsabilità condivisa da tutti i membri di una comunità e da tutte le comunità dell’Ordine».

Le conclusioni dell’abate generale sono, come richiesto, piene di punti esclamativi incoraggianti, ma a me è parso ancor più coraggioso, per un monaco nella posizione di d. Peeters, aver lasciato trasparire da tutto il testo la sensazione di trovarsi per così dire sull’orlo dell’abisso. «Forse è giunto il momento di cercare di nuovo le parole per formulare la nostra missione nella Chiesa e nel mondo di oggi, per dare una direzione alla nostra vita», ammette l’abate generale, là dove il sottinteso e ben più drammatico di quanto chiaramente espresso.

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  1. Bernardus Peeters, ocso, Credo in Spiritum Sanctum, Dominum e vivificantem. Credo nello Spirito Santo, il Signore, il datore di vita. Come lo Spirito Santo è all’opera nella vita dell’Ordine oggi, in «Vita Nostra» XIV (2024), 2, pp. 3-15.

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Un mal di piedi non trascurabile (Dice il monaco, CXXII)

Dice Origene, intorno al 234:

Non si può mettere in dubbio che, per quanto numerose possano essere le posizioni del corpo, a tutte sia da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti, come ad esempio quando si soffra un mal di piedi non trascurabile; oppure stando a letto a causa delle febbri, o altre simili infermità. Analogamente, se ad esempio siamo sulla nave o se il disbrigo di affari non permette di ritirarsi per la dovuta preghiera, si può pregare senza averne l’aria.

♦ Origene, La preghiera, XXXI, 2, introduzione, traduzione e note a cura di N. Antoniono, Città Nuova 1997.

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Tonalità certosina

SanBrunoMonachesimoCertosino Da qualche tempo la casa editrice Rubbettino ha avviato una pregevole «collanina» di pubblicazioni di argomento certosino; si chiama «Amore e silenzio» (dal titolo di un famoso scritto del certosino Jean-Baptiste Porion) ed è diretta da Antonio Cavallaro, Tonino Ceravolo e dom Ignazio Iannizzotto. Ultimamente ne ho letti due titoli. Il primo è una raccolta di saggi offerta dai monaci di Serra San Bruno al loro ex priore, e ora procuratore generale dell’Ordine, Jacques Dupont, in occasione del suo 75° compleanno1. I contributi riuniti nel volume sono suddivisi per grandi aree tematiche (san Bruno, le caratteristiche della vita e della spiritualità certosina, il carisma, le prospettive ecumeniche) e sono opera di studiosi laici ed ecclesiastici, a esclusione di due scritti firmati, come vuole una tradizione ormai quasi millenaria, da «un certosino». Un aspetto, questo, che, per quanto comporti la cancellazione del nome, paradossalmente non mi pare rientri nel concetto di anonimato, e che trovo perfettamente riassunto in una frase di Adelindo Giuliani, uno degli autori: «I protagonisti e i seguaci di questa ricerca [i certosini, nei secoli] non sembrano assillati dal bisogno identitario, dall’esigenza di definirsi di fronte agli altri e a se stessi». Caratteristica, questa, al cuore del fascino che promana, per me, dal monachesimo certosino.

Nonostante l’eterogeneità dei saggi presentati, il volume offre un quadro molto articolato della suo malgrado singolarissima realtà certosina, che ha la caratteristica altrettanto singolare di affaticare, per così dire, più chi la osserva dal di fuori, che chi la vive; come se il monachesimo certosino non smettesse di rappresentare un «problema» per chi cerchi di inserirlo in un panorama più ampio, mentre fosse la dimensione più semplice e meno bisognosa di spiegazioni per i suoi membri. Come dice uno di loro: «Il monaco non cerca qualcosa nel suo silenzio, cerca la presenza dell’amato. Non gli chiede nulla. Non chiede cose. Vuole lui. Stare accanto a lui. Vivere con lui».

AnimaSanBruno Il secondo volume, firmato dal certosino Maurice Laporte, è in realtà il «frammento conclusivo della prima parte» di una monumentale opera in otto volumi che lo studioso ha dedicato al suo Ordine e che, pur essendo circolata praticamente soltanto all’interno dell’Ordine medesimo, «costituisce uno spartiacque negli studi del monachesimo certosino e sul suo iniziatore»2. Frutto di una lettura minuziosa, si direbbe parola per parola, delle poche opere di san Bruno (la Lettera a Rodolfo il Verde, la Lettera ai Fratelli di Certosa, un Commento alle Lettere di san Paolo e un Commento del Salterio, gli ultimi due di non assoluta autenticità) e i famosi «Titoli funebri» raccolti in seguito alla lettera che annunciava la morte di Bruno, Laporte traccia un ritratto del fondatore isolando una serie di suoi tratti caratteristici: l’amore della solitudine; l’ascolto della sapienza divina; l’amore di Dio; la vita abstracta, cioè interamente dedicata alla contemplazione; la stabilità; l’equilibrio, nel giudizio, nelle forme di vita quotidiana, nell’esercizio del ruolo di priore; l’obbedienza; la gioia («la più gran gioia che possa esistere»), e così via. E ancora quella superiore semplicità, come se per un certosino non fosse possibile altra scelta che essere, naturalmente, un certosino: «Monaco come tanti nel suo secolo, e più specialmente eremita come molti, [Bruno] non cerca affatto una forma singolare. Ma la vita monastica vissuta da lui ha ricevuto una tonalità propria dovuta alle aspirazioni della sua anima e al suo temperamento personale, e questa vita è rimasta senza dubbio, con queste sfumature, la caratteristica del suo Ordine».

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  1. San Bruno e il monachesimo certosino. Per Dom Jacques Dupont in vera amicitia, Rubbettino 2023.
  2. Maurice Laporte, L’anima di san Bruno, prefazione di T. Ceravolo, traduzione a cura dei monaci della Certosa di Farneta, Rubbettino 2024. L’opera di cui questo scritto rappresenta un estratto è Aux sources de la vie cartusienne, 8 voll., in domo Carthusiae, 1960-1971.

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In movimento (Schedine: Corlazzoli; Giorda)

DiarioDaUnMonastero Alex Corlazzoli, Diario da un monastero. Parole di un ateo in cammino, EDB 2024. Giornalista, scrittore, insegnante di classe 1975, Alex Corlazzoli ha trascorso qualche mese presso il monastero di Cellole, filiazione di Bose dalle parti di San Gimignano, e ne ha tratto un «diario» di osservazioni (del luogo, delle pratiche quotidiane, dei boschi circostanti), riflessioni (sulla vita dei monaci che l’hanno accolto, su di sé), incontri e conversazioni e ricordi (di letture, di altri luoghi e altri incontri), raccogliendoli sotto trenta parole-guida, da quelle più «canoniche» come Silenzio, Cella, Orto, a quelle meno prevedibili come Nocino, Bisaccia, Sesso. Come dice Enzo Bianchi nella Prefazione: «Grande è il tatto, la delicatezza, direi il pudore con il quale [Cortazzoli] racconta i momenti più importanti che scandiscono la vita monastica, ma anche quelli più intimi della vita personale e comune». Il testo, sia concesso dirlo, scorre sui binari ben lubrificati del genere, cioè della testimonianza di «quelli di fuori» che provano a vedere, con reale partecipazione e apertura, quello che c’è «dentro». Una nota per Sincletica, la gatta che vive con la comunità e che nei mesi più freddi puoi trovare «sulla poltrona di vimini della piccola sala nel refettorio o sul letto in una delle celle di qualche monaco. Non ha preferenze, ama “impadronirsi” delle coperte di chi vuole, quasi a dire loro che quel luogo le appartiene alla pari».

MonachesimoEIstituzioniEcclesiastiche Maria Chiara Giorda, Monachesimo e istituzioni ecclesiastiche in Egitto. Alcuni casi di interazione e integrazione, seconda edizione riveduta, Morcelliana 2023. Che le «cose» non si manifestino da un giorno all’altro è esperienza comune. Più si va indietro nel tempo, tuttavia, più facilmente si può cadere nella semplificazione e pensare, tanto per fare un esempio, uno a caso, che un giorno non esistessero i monaci e i monasteri, e il giorno (o al massimo l’anno) successivo, eccoli lì, perfettamente definiti, con tanto di abito, regole, chiostro e dormitorio dei novizi. Il periodo di emergenza, definizione e assestamento del fenomeno è proprio quello che cerca di esplorare, basandosi in larga misura sulle fonti scritte, il saggio di Maria Chiara Giorda, professoressa associata di Storia delle religioni all’Università di Roma Tre, con particolare riguardo alla realtà egiziana (sottolineo le «fonti scritte» perché esiste una notevole attività di ricerca in campo archeologico sulle origini degli «edifici monastici» cui l’autrice fa comunque riferimento). I cinque capitoli che seguono quello introduttivo indagano via via, da un punto di vista terminologico, lo sviluppo dei momenti liturgici (eucaristia, sinassi, prosfora, eulogia, agape) e degli edifici (aghios, ecclesia, monasterion, eukterion, kellion, laura); quindi le diverse forme diciamo così «istituzionali» dei primi monaci, sospesi per così dire tra laicato e chiericato, i loro rapporti con il clero secolare e gli scivolamenti da un gruppo all’altro (come nel caso dei vescovi-monaci o dei monaci-vescovi); e ancora la progressiva definizione delle «funzioni monastiche» (chi faceva cosa), ad esempio la direzione spirituale (che può comprendere l’accoglimento della confessione), l’applicazione della disciplina, la gestione della malattia e dell’ospitalità, l’economato. La lettura, non sempre agilissima, mi ha offerto l’accesso a una serie di fonti originali di grandissimo interesse e mi ha lasciato l’immagine di un momento di incredibile fermento e mobilità, concettuale ed esistenziale: «Le tracce che le fonti attestano, relative ad una confusione e sovrapposizione dei ruoli (si pensi alla gestione del sistema di perdono dei peccati/penitenza/pentimento, spartita tra chierici e monaci), ad un’identità plurale dei soggetti, che sono monaci ma anche chierici (diaconi, preti, financo vescovi), veicolano informazioni interessanti a riguardo del mondo religioso dell’Egitto tardo antico. La società egiziana pensava e tale pensiero, messo per iscritto nei testi letterari e documentari che abbiamo presentato in questo percorso, costruiva un ambiente religioso fatto di immagini, di una rete di relazioni, connessioni, interazioni appunto, e capace di modellare a sua volta gli individui e i gruppi».

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Basilio risponde (le «Regole brevi»)

BasilioRegole È così facile, e bello, immaginare il grande Basilio attorniato dai giovani monaci delle comunità cui offriva il suo sostegno mentre, nella semioscurità, risponde alle loro domande sulla vita cristiana. È lui stesso a ricordare, in una lettera del 375 a Eustazio di Sebaste, la circostanza: «Visitavo le fraternità e vi passavo le notti in preghiera, e parlavo e ascoltavo, intrattenendomi in discorsi su Dio». Era lui stesso, come si è visto, a sollecitare quelle domande, per «passare quel che resta della notte nella ricerca sollecita di ciò che è necessario». E per rispondere attingeva alla Scrittura (soprattutto al Nuovo Testamento e in particolare ai Vangeli, agli Atti e alle Lettere paoline), unico vero codice della vita cristiana, in cui sono contenute tutte le risposte. Sì, nella Scrittura si possono trovare tutte le risposte, ma non tutte le domande.

Quelle che oggi, per nostra fortuna, possiamo leggere sotto il titolo generalmente accettato di Regole brevi1, anche se vere e proprie regole non sono, non è «soltanto una testimonianza di valore storico incalcolabile, ma una ricchissima summa di sapienza evangelica» (Umberto Neri): trecentodiciotto domande e risposte che spaziano da semplici e assai meno semplici questioni di esegesi biblica a questioni molto concrete sui problemi minuti del vivere quotidiano in comunità. Leggendole, tra l’altro, si può cogliere il meccanismo grazie al quale si è passati da sequenze potenzialmente infinite appunto di singole questioni, ai testi che conosciamo come «regole», nei quali le domande si coagulano in categorie e trovano una sintesi, dal particolare al generale: come si prega, come ci si veste, come si mangia, come si accolgono i nuovi arrivati, e gli ospiti, e così via. E forse, soprattutto, leggendole, si prova la netta e impagabile sensazione di trovarsi di fronte alla trascrizione di scambi di battute che si sono realmente verificati.

Basilio, maestro di vita cristiana, risponde a tutto, con un’infinita pazienza che traspare dai testi, tracciando l’immagine di una comunità di persone serie, ispirate dalla carità, pronte all’obbedienza, soccorrevoli le une con le altre, attente a non far mai prevalere se stesse sui fratelli. Una comunità ideale di perfetti che tuttavia, proprio attraverso le domande, riconoscono le proprie imperfezioni, le mancanze, il bisogno di perdono reciproco. Sono le domande che traducono l’ideale in realtà.

E poi ci sono i casi particolari e particolarissimi, che inevitabilmente catturano l’attenzione, proprio perché dimostrano che di reali situazioni vissute si tratta (e testimoniano l’eternità dell’aspirazione al «che cosa devo fare, che cosa dobbiamo fare?»). Gli esempi sono numerosi: Da dove provengono le sconvenienti fantasie notturne? (Tra parentesi: «Dai moti disordinati dell’anima durante il giorno».) Com’è possibile non adirarsi? Se chi viene svegliato se ne risente o addirittura si adira, che cosa merita? Se uno, pur rifiutando gli indumenti più preziosi, tuttavia vuole che l’abito o le calzature, anche se di poco prezzo, siano di suo gradimento, commette peccato? Se uno in comunità si comporta in modo sconveniente durante il pasto mangiando e bevendo con ingordigia, bisogna rimproverarlo? È permesso avere una veste di pelo o di altro genere per la notte? Come dobbiamo considerare quelli che un tempo hanno vissuto con noi o i parenti che vengono a farci visita? Fino ai sempiterni problemi di carattere fiscale: Se uno viene in comunità lasciando delle tasse da pagare e i suoi parenti sono molestati a causa sua da chi reclama il pagamento, questo non genera forse indecisione e danno per lui o per quelli che l’hanno accolto? (Tra parentesi, risposta prevedibile: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare…» a meno che il «novizio» non abbia lasciato tutto ai parenti…)

Anche in questi casi Basilio risponde con pazienza, ricorrendo spesso a un insieme ristretto di citazioni che si adattano un po’ a tutto, quasi dei passe-partout sempre buoni all’occorrenza. Anche quando la domanda è al limite dello sconveniente. Domanda: «È possibile dedicarsi incessantemente alla preghiera dei salmi oppure alla lettura o a profonde conversazioni sulle parole di Dio senza che vi sia alcuna interruzione per quelli cui accade di dover provvedere ai più vili bisogni del corpo? (Un bel giro di parole per chiedere cosa fare quando scappa…) Risposta di Basilio: «L’Apostolo ci indica la regola da seguire dicendo: Tutto avvenga con decoro e ordine. Bisogna perciò aver cura del decoro e del buon ordine, e tener conto del luogo e del momento».

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  1. Basilio di Cesarea, Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022. Vedi anche Basilio di Cesarea, Opere ascetiche, a cura di U. Neri, traduzione di M.B. Artioli, Utet 1980.

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Funamboli (Dice il monaco, CXXI)

Dice Giovanni Cassiano (riferendo le parole di abba Teona):
Giustamente allora direi che i santi – coloro che, trattenendo stabilmente il ricordo di Dio procedono con incedere sospeso come su linee stese in alto – si possono a ragione paragonare agli equilibristi, volgarmente detti funamboli. Questi, affidando tutta la loro salvezza e la loro stessa vita all’angusto passaggio su quella corda, non dubitano di imbattersi nella più atroce delle morti se repentinamente una minima incertezza deviasse il loro passo o li distogliesse dalla direzione giusta. Se non assicurano al proprio passo quel sottilissimo sentiero con estrema prudenza mentre, in modo ammirevole, compiono le loro evoluzioni aeree, la terra, che è come il sostegno di tutte le cose naturali e il solidissimo fondamento per tutti, diventa per costoro una rovina immediata e certa, non perché la sua natura sia cambiata, ma perché questi cadono su di essa per il peso del proprio corpo.

♦ Giovanni Cassiano, Conversazione 23 (terza conversazione con abba Teona: L’essere senza peccato), 9, 1-2, in Conversazioni con i padri, a cura di R. Alciati, Edizioni Paoline 2019, p. 1319.

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«Usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto»

Le edizioni Qiqajon hanno di recente, e meritoriamente, pubblicato gli atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, evento che ha ormai una lunga tradizione alle spalle e che ha riunito uomini e donne di chiesa, di religione e di studio di vastissima provenienza intorno al tema singolarmente inesauribile della sapienza dei Padri del deserto1.

Il volume si apre con il contributo della studiosa polacca Ewa Wipszycka che, a differenza dei successivi relatori, in larga parte concentrati sugli aspetti di spiritualità, si incarica di aggiornare lo «sfondo» storico, geografico, sociale di quella esperienza, alla luce di nuove letture mirate dei testi e delle recenti scoperte archeologiche. È tutto molto interessante, e se ne riparlerà, ma a metà del suo intervento viene citato un «detto» (il 34° sotto il nome di Antonio nella «Serie alfabetica») che brilla come una pepita. Vale la pena di leggerlo interamente (con qualche libertà…)

Un giorno, abba Antonio fece visita ad abba Amun sul monte di Nitria. Quell’apertura così tipica mi piace sempre, fa pensare a un mattino luminoso e a un vecchio (non necessariamente) anacoreta che si dice: «Ma sì, andiamo a trovare Amun». Pratica, quella delle visite reciproche, assi diffusa, a riprova del bisogno ogni tanto di confrontarsi, magari per discutere un passo delle Scritture, ma anche per «vedere un po’ come vanno le cose», e del fatto che le distanze fossero accettabili, considerando il sole sotto il quale si sarebbe camminato. A volte, mi viene quasi in mente un villaggio «diffuso» con i «bungalow» dei Padri… «Nitria, il più antico dei centri monastici che ci interessano», ci ricorda la studiosa, «nacque non nel deserto vero e proprio, ma in un territorio incolto all’interno della zona coltivata [del Delta]», a circa 65 chilometri da Alessandria; Amun vi si stabilì verso la fine degli anni venti dei IV secolo.

E, dopo che si furono incontrati… Qui lo spazio è lasciato all’immaginazione: come si salutavano due Padri? Non credo si abbracciassero, ma secondo me si sorridevano.

… abba Amun gli dice: «Poiché per le tue preghiere i fratelli sono cresciuti di numero e alcuni di loro vogliono costruire delle celle lontano per immergersi nell’unione con Dio, che distanza vuoi che ci sia di qui alle celle che verranno costruite?» Classico problema: aumentano i seguaci, i discepoli e anche i visitatori, e per alcuni la pace è compromessa e la preghiera (e la compunzione) ne risente. I fratelli, va bene, ma qui c’è troppa gente. L’obiettivo è costruire (occhio a questo termine) delle «celle» e Celle infatti si chiamerà il posto.

Egli disse: «Mangiamo qualcosa all’ora nona e poi usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto». Questo è il diamante all’interno della pepita, perché, se ci si pensa, questa frase non può essere inventata, queste parole Antonio le ha proprio pronunciate. Una frase la cui assoluta naturalezza evidenzia, per me, l’amicizia che legava i due oltre alla scelta di vita che entrambi avevano fatto.

Dopo che ebbero camminato nel deserto fino al tramonto… Camminato non a caso: «I monaci di Nitria conoscevano bene il deserto circostante, sapevano dunque che a circa 18 chilometri di distanza c’era un luogo adatto per un insediamento monastico».

… abba Antonio gli dice: «Preghiamo e piantiamo qui una croce: qui costruiscano quelli che lo vogliono… Due particolari interessanti. Anzitutto l’acqua, quella sorgiva, presente a pochi metri di profondità, e quella piovana: la zona infatti è più piovosa rispetto ad altre del corso del Nilo e l’archeologia ha confermato l’esistenza di cisterne per la raccolta. Inoltre sotto un sottile strato di sabbia il suolo è duro («il deserto di sabbia con dune mobili, su cui non si può vivere, comincia più lontano») e offriva materiale per la realizzazione di mattoni, con i quali «venivano costruite le abitazioni dei monaci delle Celle».

… in modo che quelli di laggiù [Nitria], quando vogliono incontrarsi con questi, possano consumare la loro leggera refezione all’ora nona [un light lunch, per carità, verso le tre del pomeriggio], e arrivare qui al tramonto; e quelli che partono di qui, facendo allo stesso modo, potranno incontrarsi con gli altri senza averne distrazione». Ora, tale distanza è di dodici miglia. Ecco, si parte già mangiati (per modo di dire) quando il sole si è abbassato almeno un po’, tre orette di cammino, con la garanzia di arrivare quando c’è ancora luce. Tutto calcolato, con quella fusione di astratto e concreto, di coerenza di principi e rispetto del luogo, di aspirazioni e praticità che i primi monaci hanno insegnato a tutti i fratelli che nei secoli li avrebbero seguiti.

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  1. La sapienza del deserto: i detti dei Padri e delle Madri, atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Bose, 5-8 settembre 2023, a cura di L. d’Ayala Valva e L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2024.

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Basilio e il «chilometro zero»

Nella sezione incentrata sulla temperanza delle sue Regole lunghe1, destinate a definire una «vera vita cristiana», Basilio di Cesarea, il grande Basilio, risponde a quattro «domande» (18-21) sulla questione del cibo, a cominciare da una che ha una singolare risonanza attuale: «Bisogna assaggiare ogni cibo che ci viene messo innanzi?» La risposta è sì, poiché tutto ciò che Dio ha fatto è buono: «Occorre che, quando se ne presenta l’occasione, si prenda ogni cibo per mostrare a quelli che ci guardano che… ogni creatura di Dio è buona e nulla va rifiutato, se…» Se? Se si rende grazie e si sta attenti al piacere, «la grande esca del male». Cibi semplici e non più del necessario, evitando assolutamente la sazietà, «quanto a quelli che procurano piacere, dopo averne assaggiato un poco, ce ne ritrarremo subito» – un quadratino di cioccolato al massimo. (Non andrebbe passato sotto silenzio quell’«a quelli che ci guardano», quelli cioè che non vedono l’ora di prendere in castagna il cristiano continente per giustificare la propria incontinenza.)

D’altra parte non «è possibile stabilire un’identica regola per tutti riguardo all’orario dei pasti, al modo o alla misura con cui prendere cibo», poiché diverse sono le età, le costituzioni e le occupazioni; ci sono i malati, c’è chi fa un lavoro pesante, chi viaggia, ecc. Ogni giorno il corpo si svuota e si consuma, quindi «ha bisogno di essere riempito», è naturale, dunque «l’uso corretto dei cibi suggerisce di immettere ciò che è stato esaurito per provvedere al sostentamento dell’essere vivente sia per i cibi solidi sia per i liquidi» – non dimenticare una corretta idratazione.

Cibi semplici ed economici, si diceva, in nome della sobrietà ed evitando le ricercatezze, con una curiosa anticipazione del famigerato «chilometro zero»: «Bisogna invece scegliere ciò che in ciascuna regione è facilmente reperibile, costa poco ed è di uso comune». Prodotti esotici («da fuori») solo se assolutamente necessari per vivere («quali l’olio e simili») o utili ai malati.

E se abbiamo ospiti? Sempre massima sobrietà, sia nei cibi offerti sia nel cosiddetto tovagliato. Non è proprio il caso di pensare a qualcosa di diverso dal nostro solito, o peggio di raffinato e lussuoso, perdendo tempo, denaro e soprattutto umiltà. Se l’ospite è un fratello (nella fede), «riconoscerà la mensa a lui familiare»; mentre se è «uno di quelli di fuori» (e qui la curatrice annota «cioè un non credente», cosa che mi spinge ad adottare per me d’ora in poi questa definizione di derivazione paolina: uno di fuori), nel caso si irritasse o ridesse di noi, meglio: «non ci darà noia una seconda volta». «Il modo di vivere del cristiano ha una sola forma», che si applica quindi anche alla tavola, che in nessun caso deve superare i confini del necessario, al di là dei quali c’è soltanto l’abuso, cioè «quel consumo che va oltre il bisogno».

Un’ulteriore nota per quanto riguarda i posti a tavola. Il comandamento sia quello dell’umiltà, cioè preferire sempre l’ultimo posto, evitando però quei ridicoli balletti del tipo prego-si-metta-a-capotavola, no-no-spetta-a-lei, dopo-di-lei, no-prego-dopo-di-lei, insisto… «Ed anche l’insistere l’un con l’altro e litigare per questa ragione ci renderà tali e quali a quelli che litigano per i primi posti.» L’ordine dei posti lo stabilisce chi ospita, «come ha suggerito il Signore dicendo che spetta al padrone di casa decidere queste cose». Definitivo.

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  1. Basilio di Cesarea, Regole lunghe, 18-21, in Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022, pp. 133-41.

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