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Nella maniera più solenne che fare si potesse, ovvero: a scanso di equivoci (Voci, 40)

 Capitolo VII. Elezione, Conferma e Benedizione di D. Orsa da Buora Abadessa di S. Parisio

Essendo felicemente trapassata nell’anno 1462, a dì 10 di Dicembre la Badessa Lucia Rosso, nel di cui governo erasi sostenuta l’acerrima lite co’ Gesuati, e sotto della quale il Monastero di S. Parisio s’era mantenuto con decoro di santità e di regolare osservanza, si divisero le Monache nella creazione della nuova Abadessa; mercecché alcune elessero Biagia Rosso congiunta della defunta Lucia, ed altre scelsero Orsa da Buora. Portata in Roma a Pio II una tal causa, ne commise la cognizione il Sommo Pontefice a Mosè Buffarelli Vescovo di Pola, il quale pronunziò nulla la elezione fattasi di Biagia e dichiarò doversi confermare la elezione di Orsa, come di fatto con autorità Apostolica la confermò. Appellò Biagia da questo giudizio alla Sede Romana, ed impetrò lettere di commissione a Marco Veniero Arcidiacono di Costantinopoli e ad Antonio Canonico di Durazzo, che in Treviso soggiornavano, e trasse in causa Orsa, e pendendo ancora la lite, senza far punto menzione di quelle prime lettere, ottenne dalla medesima S. Sede altre lettere in forma di Breve a Simone de’ Viviani Canonico di Concordia e Vicario di Treviso. Tanto i due primi, quanto il secondo riprovarono la sentenza di Mosè Vescovo di Pola. Riappellò Orsa, ed impetrò delle seconde lettere Apostoliche dirette a D. Pietro Boldù Monaco Camaldolese ed Abate di S. Maria delle Carceri, e ad Alessandro del Nino Canonico di Vicenza, i quali approvarono il giudizio del Vescovo di Pola. Biagia per la terza volta reclamò, ed ottenne un Breve di cognizione ad Andrea Bon Vescovo di Equilo, il quale confermò la sentenza de’ due Canonici e del Vicario; ed Orsa similmente per la terza volta impetrò l’anno 1464 a dì 5 Gennaio da Paolo II nuovamente eletto Romano Pontefice, la deputazione di questa causa a Marco Vescovo di Cataro, il quale risiedeva in Padova, e ad Antonio Capodilista Canonico padovano, acciocché chiamati in giudizio Andrea Vescovo di Equilo e Biagia, determinassero secondo la retta giustizia.

Qualche componimento al certo succedette nelle parti; imperciocché Biagia continuò ad essere Abadessa fino all’anno 1467, in cui morì; dopo la quale fu di nuovo concordemente eletta Orsa in Abadessa. Ma perché non potesse farsi alcuna opposizione alla elezione, questa fu fatta nella maniera più solenne che fare si potesse.

Furono invitati Lodovico Longo Vescovo di Modone Suffraganeo, Galassio Capodilista Canonico di Pergamo e Vicario di Francesco Barozzi Vescovo di Treviso, e Lionardo di Teremo Arcidiacono di Treviso, come suddelegati e sostituiti dal Vescovo di Treviso nella riforma e visita del Monastero de’ Ss. Cristina e Parisio; la quale eragli stata delegata da D. Mariotto Allegri di Arezzo Generale Camaldolese. Furono inoltre chiamati Giovanni Mocenigo Podestà e Capitano di Treviso, Francesco Scrosa suo Vicario, Girolamo de’ Barisani, Giovanni Tireta, Francesco di Verona ed altri moltissimi della primaria nobiltà e cittadinanza trevigiana. Ed in presenza di tutti fu congregato il Capitolo delle Monache, le quali di uniforme consenso elessero per loro Abadessa la suddetta Orsa da Buora, che allora faceva l’uffizio di Priora. Tostoché fu eletta, venne immediatamente per Abadessa riconosciuta col solito giuramento ed ossequio di ubbidienza, e dappoi da tutte le stesse Monache con le Abadesse e le altre Monache de’ Monasteri di S. Teonisto e di Ognissanti dello stesso Ordine di S. Benedetto, le quali erano anch’esse intervenute a questa elezione, cantando inni di lode a Dio, fu Orsa condotta solennemente alla chiesa ed accompagnata all’altare, e quivi la seconda volta ricevette il sagramento di ubbidienza, e finalmente venne collocata sovra la sedia sua Abaziale e con solennità intronizzata dal Vescovo, e quivi pure per la terza fiata furonle prestati gli atti di soggezione e di obbedienza.

♦ Memorie della vita di S. Parisio, monaco camaldolese, e del monastero de’ SS. Cristina e Parisio di Treviso, raccolte da un monaco camaldolese, in Venezia, 1748, nella Stamperia Fenzo.

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Le prime sillabe dell’alfabeto del mondo (Voci, 39)

 Capo IV. Quanto sia difficile salvar l’anima, stando nel secolo

Dalle cose già dette viene in conseguenza la difficoltà grande, qual provasi da ognuno che da vero si risolve d’attendere alla propria salute, in compire questo suo santo desiderio stando nel mezzo di tanti pericoli. Imperoché se è vero, come pur’è verissimo, quel ch’insegnano i Santi Padri, e S. Tomaso in particolare in più luoghi, che l’essercitio delle virtù sante, che sono i mezzi per acquistar la salute, doppo il peccato è divenuto talmente difficile che Giovanni Cassiano paragona un’anima che camina per la via delle virtù ad una nave che, trovandosi in mezzo d’un rapidissimo fiume, si sforza d’andare contro il corso, questa nave se con remi e con violenza non si spinge avanti, ogni poco che si rallenti tornerà a dietro; che sarebbe poi se oltr’al corso contrario del fiume, che è la causa di tanta fatica, havesse chi con funi, o con altri istromenti, la tirasse indietro, non solo non anderebbe avanti, ma arrischiarebbe ancora di far naufraggio. Ben provano questa difficoltà nell’operare virtuosamente quei ancora che vivono nei chiostri per il contrapeso grave di questa carne e senso depravato: che faranno poi i poveri mondani posti tra tanti pericoli del mondo?

La maniera di vivere del mondo, le sue maledette leggi contrarie del tutto alla legge di Christo, e tanto pratticate e osservate, non sono eglino grandissimi intoppi al caminare per la via della virtù? Il mondo non ha cosa più miserabile della povertà, più ignominiosa che il sottoporsi ad altri e vivere in servitù o l’esser disprezzato; per il contrario reputa per cosa felice haver delle ricchezze, honori e preeminenze, commandar’ad altri, risentirsi dell’ingiurie, il vestirsi bene, il mangiar meglio, il compiacer al senso. Queste sono le prime sillabe dell’alfabeto del mondo, che infin dalli primi anni dà ad imparare a suoi seguaci, e perché sono conformi a questo nostro senso facilmente s’apprendono e più facilmente s’essequiscono; ma perché la legge di Christo e la vera virtù, e del tutto opposta e contraria, che maraviglia poi se riesce tanto difficile e amara a cui vuole vivere secondo la legge del mondo e gusto del senso? E quel ch’importa è che, se ben tal volta l’huomo conosce la necessità della virtù e il bene in essercitarla, nondimeno, vedendo che il contrario è pratticato dal mondo, si vergogna di far quell’atto di virtù, e vuole più tosto fallar con gl’altri che esser per singolare tenuto nel bene.

♦ La Monaca Perfetta ritratta dalla Scrittura Sacra, Auttorità et Essempi de’ Santi Padri, da Carlo Andrea Basso, Theologo Oblato, e Preposito di Trezzo. Opera utilissima a chiunque desidera servir a Dio con perfettione e dall’Auttore dedicata alla Serenissima Sempre Vergine Madre di Dio, Milano, per l’erede di Pacifico Pontio e Gio. Battista Picaglia, stampatori arcivescovili, 1627, p. 20-21.

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«Potrebbe averlo fatto, ma non ne è certa» (Voci, 38; pt. 2)

 (la prima parte è qui)

Continua il verbale della visita del vescovo di Lincoln al priorato di Catesby (17 luglio 1442).

Suor Agnes Allesley afferma che la priora semina discordia tra le suore, dicendo: «Così e così ha parlato una di voi», se colei a cui si rivolge ha trasgredito in qualche modo. Afferma inoltre quanto sopra riguardo allo scandalo della priora e di Sir William Taylour, che ora risiede a Boughton, vicino a Northampton; e afferma che l’eccessiva gentilezza tra loro è stata causa di scandalo, perché alla mattina usciva per andare ai laboratori da sola con quel cappellano; e quando la priora è stata informata di tale scandalo, quel cappellano, dopo la sua partenza, è venuto alla casa tre volte in un mese. Le rendite della casa, tredici anni prima, valevano sessanta sterline all’anno e ora a malapena cinquanta; e questa diminuzione è dovuta al cattivo governo della priora e di sir William Taylour, e alla negligenza nella riparazione delle case e nell’acquisto di tenutari, ecc. Inoltre, due ovili sono rimasti senza tetto negli ultimi due anni: quindi il legno sta iniziando a marcire e gli agnelli che vi crescevano sono morti a causa dell’umidità. Dice inoltre che al momento dell’ingresso della priora la casa era poco o per niente indebitata. Allo stesso tempo ha trovato anche tovaglie adatte a servire il re e un set di dodici cucchiai d’argento; e ora tutto è scomparso, e i cucchiai e gli altri utensili che si trovano nella casa appartengono alla madre della priora. Dice inoltre che il coro non viene osservato, poiché la priora chiama le giovani suore per svolgere suoi affari.

Suor Alice Kempe afferma che, poiché le suore durante l’ultima visita rivelarono ciò che doveva essere rivelato, la priora ne ha frustate alcune; e che la priora è troppo crudele e dura con le suore e non le ama. Inoltre, se per caso le suore trasgrediscono, le rimprovera, e lo fa davanti ai laici, e persino durante l’ufficio divino, senza esitare. Inoltre, la priora svela i segreti della loro religione ai laici.

Suor Agnes Halewey afferma che la priora, sia in coro che fuori, strappa i veli dalla testa delle suore, chiamandole mendicanti e prostitute. Inoltre, sebbene sia giovane e desiderosa di imparare la disciplina religiosa e altre cose, la priora la incarica di rifare i letti, cucire, filare e altri compiti. Dice anche che…

E la priora cosa dice? 

La priora nega l’accusa di crudeltà per quanto riguarda il chiamarle prostitute e mendicanti; nega anche l’uso violento delle mani con le monache. Quanto al non aver reso conto, lo confessa, e lo fa perché non ha un segretario in grado di scrivere. Quanto al peso del debito, rimanda al resoconto che verrà fatto ora. Quanto alla negligenza nel riparare gli ovili, rimanda alle prove visibili. Quanto al calice impegnato, afferma che è stato fatto con il consenso del convento per il pagamento delle decime. Quanto all’abbattimento degli alberi, afferma che è stato fatto a vantaggio della casa, in parte con la consapevolezza e in parte all’insaputa del convento. Quanto alle rivelazioni durante l’ultima visita e ai rimproveri a coloro che le hanno fatte e alle frustate, nega l’accusa. Quanto alle minacce affinché le suore non rivelassero nulla, nega l’accusa. Quanto alla divulgazione dei segreti della loro religione, nega l’accusa. Quanto a sua madre e a Joan Coleworthe, nega l’accusa. Quanto al rifare i letti e ad altri lavori, nega l’accusa. Quanto al negare cibo e vestiario alle suore, lo confessa in parte. Quanto al degrado degli edifici esterni, afferma che sono in parte in riparazione e in parte no. Quanto al seminare discordia, afferma che potrebbe averlo fatto, ma non ne è certa. Quanto al fatto che abbia affermato di essere venuta a conoscenza di tutte le rivelazioni dell’ultima visita in cambio di una borsa e del denaro, nega categoricamente l’accusa. Quanto a sir William Taylour, nega il crimine in qualsiasi tempo.

La priora ha avuto il giorno successivo per scagionarsi [dalle accuse] che ha negato insieme a quattro delle sue sorelle, e per ricevere la penitenza per quelle che ha confessato. Al quale termine non ha presentato alcuna compensazione, e pertanto è stata dichiarata inadempiente e, non avendo presentato nulla, dichiarata colpevole; ha abiurato dal suddetto uomo e da ogni rapporto di familiarità con lui da allora in poi.

Isabel Benet confessa il suo crimine, ma non con Sir William Smythe. Ciò nonostante ha abiurato da lui e da ogni rapporto di familiarità [con lui] da allora in poi, e dovrà scontare la sua penitenza il giorno successivo. Dopodiché si è scagionata con Juliane Wolfe, Elizabeth Langley, Alice Holewelle e Alice Kempe.

Riguardo alle candele, la priora dice che saranno fornite. Riguardo ai cappellani, la priora dice che non se ne possono avere; farà tutto il possibile affinché ve ne siano.

Quindi [il signor vescovo] ha rinviato la sua visita al giorno dopo, essendo presenti Depyng, Thorpe e io, Colstone. Il signor vescovo ha ordinato che ci fossero due [suore] ricevitrici, [per ricevere e pagare il denaro da conservare in una cassa] sotto tre serrature; e che tutte avessero un incarico comune, lasciando da parte le proprie famiglie, e che queste cose avessero inizio dal prossimo giorno di San Michele. E tutte sono state ammonite di allontanare tutti i secolari dal dormitorio il giorno dopo l’Assunzione. E tutte sono state ammonite, sotto pena di scomunica, che nessuna rimproverasse un’altra a causa delle sue rivelazioni. E la priora è stata ammonita di [chiudere] e aprire le porte della chiesa e del chiostro agli orari stabiliti, e di tenere le chiavi con sé durante la notte. Quindi ha rinviato la sua visita al martedì successivo, dopo la festa di Sant’Andrea, essendo presenti Depyng, Thorpe e io, Colstone.

(2-fine)

♦ Visitations of Religious Houses in the Diocese of Lincoln, vol. II: Records of Visitations Held by William Alnwick, Bishop of Lincoln (1436-1449), part I, edited by A. Hamilton Thompson, W. K. Morton & Sons 1918. A indirizzarmi all’esplorazione di questi fantastici verbali di visite vescovili è stata Eileen Power, con il suo Vita nel Medioevo (Einaudi 1966), in particolare con il capitolo dedicato alla badessa, M.me Englentyne.

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«Le chiama prostitute e le tira per i capelli» (Voci, 38; pt. 1)

 La visita al priorato delle monache di Catesby, dell’ordine di Cîteaux, della diocesi di Lincoln, celebrata nella sala capitolare il 17 luglio dell’anno del Signore 1442, dal reverendo padre in Cristo e Signore, Lord William, per grazia di Dio, vescovo di Lincoln, nel sedicesimo anno della sua consacrazione e nel sesto del suo trasferimento.

 In primo luogo, poiché il suddetto reverendo padre sedeva in qualità di giudice per la questione della suddetta visita, nel giorno e nel luogo sopra indicati, si presentarono davanti a lui la priora e la comunità del suddetto luogo, pronte, come era evidente, a sottoporsi a tale visita; e poi, prima di tutto, la parola di Dio fu pronunciata in lingua volgare, per il procedimento che si sarebbe svolto e per l’assemblea che l’avrebbe ascoltata, dall’onorevole maestro John Beverley, professore di Sacra Scrittura, e secondo queste parole: «Uscite, figlie di Sion, e guardate il re Salomone» [Ct 3, 11], ecc. E quando ciò fu fatto, la priora consegnò al signor vescovo il certificato del mandato [che le era stato indirizzato] per l’inizio di tale visita, dopo queste parole: «Al reverendo padre in Cristo», ecc. Dopo averlo letto, la priora mostrò il suo titolo e una bolla di conferma della fondazione, e giurò obbedienza e fedeltà. E poi lo stesso reverendo padre procedette alla sua inchiesta preparatoria nel modo seguente.

Suor Margaret Wavere dice che suor Agnes Allesley permette che sei o sette giovani di entrambi i sessi dormano nel dormitorio. [Inoltre] afferma che i secolari frequentano spesso le stanze delle monache all’interno del chiostro, e che vi si svolgono conversazioni e consolazioni [solacia] all’insaputa della [priora]. [Inoltre] afferma di tenere quattro monache come domestiche, e che ci sono altri tre casi del genere all’interno del chiostro. [Inoltre] afferma che il servizio divino non viene celebrato nelle ore stabilite dalla regola, e che il silenzio non viene osservato nei luoghi dovuti. [Inoltre] che le monache inviano e ricevono lettere senza il consenso della priora. [Inoltre] afferma che i segreti della casa vengono rivelati nel circondario dai secolari che la frequentano. Inoltre, che le monache inviano i servitori del priorato per loro affari personali e ricevono persone con le quali [tengono] colloqui e conversazioni, di cui la priora è all’oscuro. Afferma inoltre che Isabel Benet è stata vista da Sir William Smythe, già cappellano della casa, e che ha concepito con lui e gli ha partorito un figlio, e che non l’ha corretta perché non ha osato. Anche che la suddetta Isabel non obbedisce alla priora. Allo stesso modo, le altre monache a volte obbediscono, a volte no; e non portano il velo fino alle sopracciglia, ma tengono la fronte scoperta.

Suor Juliane Wolfe afferma che dovrebbero esserci due candele accese nella chiesa superiore e nel coro durante il servizio divino. Afferma inoltre che la priora non mostra il resoconto della sua amministrazione alle suore. Afferma inoltre che la priora ha impegnato i gioielli della casa, ovvero, per un periodo di dieci anni, un calice per il Corpo di Cristo, che rimane ancora in pegno, e anche altri pezzi d’argento. Dice anche che la priora ha minacciato che, se le suore avessero rivelato qualcosa durante la visita, le avrebbe messe in prigione. Afferma inoltre che la priora è solita recarsi da sola nella città di Catesby, ai giardini, con un solo prete, di nome William Taylour. Inoltre che Isabel Wavere, la madre della priora, gestisce quasi tutta la casa insieme a Joan Coleworthe, parente di un certo prete, e queste due tengono le chiavi di tutti gli uffici. Inoltre che, quando arrivano ospiti, la priora manda le giovani suore a rifare i loro letti, il che è uno scandalo per la casa e un pericolo. La priora, inoltre, non dà soddisfazione alle suore per quanto riguarda il vestiario e il denaro per il vitto; e afferma che, per quanto riguarda i locali, la priora è in debito con le suore per tre quarti d’anno. Inoltre che gli edifici, sia all’interno che all’esterno del priorato, sono fatiscenti e molti sono crollati a causa delle mancate riparazioni.

Dame Isabel Benet afferma che, quando la priora è infuriata con una delle suore, le chiama prostitute [meretrices] e le tira per i capelli, anche in coro. Afferma inoltre che la priora si è disonorata [diffamata] con Sir William Taylour. L’uomo è comparso di persona davanti al signor vescovo nella chiesa di Brampton e, dopo che gli è stato contestato il reato, ha sempre negato il crimine. Pertanto, su sua richiesta, il signor vescovo gli ha prescritto, il sabato successivo alla festa di Santa Margherita, di discolparsi con cinque cappellani di buona reputazione a conoscenza del suo comportamento, nella chiesa di Rothwell, ecc. Le suore non sanno nulla delle entrate e delle spese della casa, così come dello stato della casa, perché la priora non ha mai reso conto. In questi dieci anni la priora non ha effettuato alcuna riparazione se non in una parte del chiostro, e poi ha venduto alberi per un importo di venti scellini, e un’altra particella della chiesa, per la quale ha ricevuto 26 scellini e 8 pence del lascito della moglie di Brewes di Daventry. […] Afferma inoltre che il servizio divino viene cantato con tale rapidità che non si fanno pause. Inoltre, la priora è così dura e ostinata che non può in alcun modo essere placata. Inoltre, la madre della priora conosce bene i segreti del capitolo e li diffonde in città. Così come la stessa priora li diffonde. Anche nell’ultima visita fatta da Lord Wilham Graye, la priora ha detto che, in cambio di una borsa e di una certa somma di denaro, un segretario del suddetto vescovo avrebbe reso noto ciò che ogni suora aveva rivelato in quella visita.

Non è mica finita…

(1-segue)

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La salute delle loro persone (Voci, 37)

 Anno a Domini millesimo quadringentesimo trigesimo nono, statuta sunt haec apud Cistercium in Cisterciensis Ordinis Capitulo generali, cioè questi sono gli Statuti del Capitolo Generale dei Cistercensi riunitosi a Cîteaux nel 1439 (definizione generale 26).

* * *

Poiché quasi tutti gli abati dell’Ordine sopportano malvolentieri e si lamentano di dover partire per il Capitolo Generale in un momento in cui sono presi dalle messi, dalla vendemmia, dalla semina delle terre e dalla raccolta degli altri beni di cui si vive durante tutto l’anno, e dato che il tempo stesso in cui viene celebrato il Capitolo Generale sembra il meno opportuno perché, di solito, in quella stagione quasi dappertutto infieriscono pestilenze e guerre, e in alcun modo è sicuro per nessuno, in particolare per religiosi ecclesiastici, attraversare i campi e viaggiare in regioni lontane, il presente Capitolo Generale vuole provvedere con lungimiranza alla prosperità e alla pace dei monasteri dell’Ordine e alla tranquillità degli abati e alla salute delle loro persone. Considerate le ragioni e le cause sopra esposte, seriamente proposte dai suddetti abati, e avendo infine considerato che se, per l’avvenire, il Capitolo Generale venisse celebrato durante i tre giorni delle Rogazioni [fine aprile], ai suddetti abati non rimarrebbe alcun pretesto per esentarsi, perché con certezza i giorni delle Rogazioni cadono sempre nel tempo in cui i giorni sono propizi a cavalcare o a camminare, dal momento che né il calore eccessivo né il freddo prevalgono; e considerato anche che tutti gli abati di qualsiasi nazione, partendo dai propri monasteri dopo la festività della Pasqua, possono raggiungere Cîteaux prima dei giorni delle Rogazioni e, poi, ritornare ed essere presenti nei loro monasteri per la raccolta dei frutti; e poiché in questa stagione non cominciano ancora a infierire le pestilenze, le sementi della terra non sono ancora mature e non è giunto il tempo in cui i re e gli armati sogliono uscire in guerra, il Capitolo Generale stabilisce, ordina, definisce che d’ora in poi il tempo e il termine per celebrare l’annuale Capitolo Generale venga mutato e anticipato ai suddetti giorni delle Rogazioni, e d’ora in poi modifica e trasferisce allo stesso termine e tempo che, secondo la Carta di Carità e gli altri statuti dell’Ordine, sia apostolici che regolari, si celebri annualmente e indefettibilmente presso Cîteaux, come è stato celebrato finora, il Capitolo Generale, al quale, secondo il tenore dei suddetti statuti, saranno tenuti a partecipare tutti gli abati dell’Ordine. Il primo giorno del Capitolo, che soleva essere il giorno 12 del mese di settembre, sarà il primo giorno delle Rogazioni, in qualsiasi mese possano ricorrere i suddetti giorni, e in quel primo giorno si celebreranno due messe in ogni monastero dell’Ordine, la prima delle quali sarà per il digiuno e la seconda per l’ingresso nel Capitolo dello Spirito Santo, e successivamente si celebreranno trenta giorni dopo la fine del Capitolo, come tutte le altre cose che sono state osservate finora saranno osservate dopo la fine del Capitolo stesso. Il presente Capitolo Generale comanda severamente a tutti e a ciascuno degli abati dell’Ordine, pena la disobbedienza e le altre pene stabilite nei suddetti statuti pubblicamente noti, di partecipare al Capitolo; inoltre cancella, annulla e revoca qualunque esenzione o grazia sia stata concessa a qualcuno di essi, ordinando che si presentino personalmente per il giorno delle Rogazioni al Capitolo che si celebrerà a Cîteaux, oppure, essendone impediti da una delle circostanze stabilite dagli statuti, vi mandino qualcuno che, legittimamente, possa lavorare alla necessaria riforma dell’Ordine stesso e accettarne le decisioni sul modo di difendere i privilegi, le libertà e i diritti dell’Ordine, che – ahinoi! – vengono minacciati ovunque e sono soggetti a una lamentevole desolazione.

♦ Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis ab anno 1116 ad annum 1786, t. IV, a cura di J.-M. Canivez, Louvain 1936, pp. 468-470. Citato parzialmente in Federico Farina e Igino Vona, L’organizzazione dei Cistercensi nell’epoca feudale, Edizioni Casamari 1988, pp. 157-58. (Chiedo comprensione per le parti, poche, che ho tradotto io.)

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Chi controlla i controllori? (Voci, 36)

Vetus Disciplina Monastica Capitolo IV. I controllori

I controllori [circatores; circuitores] che, come prescrisse san Benedetto, devono ispezionare in determinate ore gli ambienti del monastero, notando le negligenze dei fratelli e le eventuali trasgressioni all’Ordine, sono scelti tra i più religiosi e ferventi di tutta la congregazione, affinché non denuncino maliziosamente alcuno per odio privato, né per privata amicizia, né, ad esempio, per il gusto di qualche scurrilità tacciano una inadempienza. Costoro si muovono ogni giorno dopo l’offerta della messa maggiore e di quella minore, e dopo cena, quando i fratelli si ristorano due volte, o dopo il pranzo, quando si ristorano una volta; partecipano all’ufficio dei defunti; si alzano spesso dalla mensa, durante la cena o il pranzo, ma non tutti, solo alcuni, quando sospettano di trovare  qualche negligenza nella cantina, o all’infermeria, o altrove vicino al refettorio, in modo che, nel caso, possano immediatamente riunirsi agli altri a fine pasto.

Sono soliti muoversi anche nell’intervallo di tempo che va dal suono della campanella fino al pranzo. Per consuetudine devono camminare religiosamente, sì da incutere paura in chi li vede e mostrare un chiaro esempio di comportamento. Devono procedere in modo silenzioso e severo, e non parlare mai con nessuno, né fare alcun segno, né buono né cattivo. Nel mentre, devono osservare con la massima diligenza e scoprire le offese e le negligenze. Quando trovano qualcuno che parla, devono ascoltare quanto possono mentre passano, affinché nessuno dei fratelli, come il cellerario o l’elemosiniere, o chiunque altro, si intrattenga con i servi di favole e cose inutili.

Questa deferenza deve essere da loro contenuta, sì che quando trovano due che conversano, posto che non vi siano né servi né laici, costoro possano rivolgersi a loro e dire che hanno il permesso di farlo, se è vero; ma se non lo è, debbano smettere. È consuetudine, infatti, che se trovano due fratelli che parlano, e che ne hanno avuto il permesso, uno di loro dica: Abbiamo il permesso di stare qui e di parlare. Dopodiché il controllore non deve denunciarli in capitolo. Ma se un controllore trova qualcuno che parla con un servo o con un laico, costui non deve giustificarsi in alcun modo, né fare alcunché, sia che ne abbia il premesso o no, né insorgere contro di lui.

Si noti anche che i controllori non devono mai andare in giro contemporaneamente, ma in modo tale che mentre uno esce dall’infermeria, l’altro vi entri poco dopo; e nello stesso modo si faccia riguardo agli altri ambienti e a tutti i luoghi in cui si vengano a trovare. Non devono mai uscire dal chiostro; coloro che sono stati comandati, tuttavia, possono talvolta sostare all’interno delle officine che sono collegate al chiostro, fermandosi sulla porta, dalla quale possano vedere ed essere visti, in modo da accorgersi di chi se ne va in giro.

I controllori vengono ascoltati con molta attenzione e riverenza in capitolo, poiché spetta soprattutto a loro di parlare, dopo che colui che presiede il capitolo abbia detto: «Parlate del vostro Ordine».

♦ Bernardo di Cluny, Ordo Cluniacensis, in d. Marquard Herrgott, Vetus Disciplina Monastica, Parigi 1776. [E mi auguro che la traduzione non contenga degli strafalcioni…]

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Fazzoletti, spezie odorifere e vaghi colori (Voci, 35)

SpecchioDellaDisciplina Cap. X. Che non si devono avere cose curiose.

Appresso ti esorto che non ti curi di tenere nella tua stanza cose curiose, come sono immagini adorne, tavole, fazzoletti, coronette polite e preziose, e cose simili; né dèi riceverle, né darle altrui in dono, perché simili traffichi e negozi occupano il cuore, e dispiacciono a’ nostri maestri, come quelli che ti fanno parere tra gli altri notabile e singolare; e ancora ti aggravano la coscienza di alcuna proprietà, conciossiaché tali cosette spesse fiate incautamente si ricevono, o si danno senza licenza de’ Superiori, sia per increscimento, o per rispetto, o per vergogna di ricorrere così spesso per sì picciole cose da’ Maestri.

Non dèi tenere appresso di te spezie odorifere per condire i cibi, eccetto se per evidente necessità tu non potessi lasciarle: e chi potesse vivere privo di tutte le cose particolari, sarebbe felice, perché avrebbe tolta via la materia di gran distrazione: far di avere quanto più pochi bisogni è possibile, o se pur ti bisogna tenere alcuna cosa privata, come sono libri, per cagione di studio, e cose appartenenti allo scrivere, non ne tenere mai alcuna soverchia o curiosa, ma sii contento di aver solamente cose necessarie in numero ed in valore.

Similmente il tuo abito, e le altre cose che comunemente ti bisognano e tieni per tuo uso, sieno semplici e rozze; e così anche i gesti del corpo e tutte le cose, che fuori di te sono manifeste, fa che sieno schiette, facili e pure, in modo che tu non desideri, né procuri di aver cosa veruna linda, né curiosa, né di alcun singolare o vago colore tinta.

♦ San Bonaventura, Istruzioni a’ novizi, II, X, in Specchio della disciplina. Istruzione e Regola de’ novizi. Con alcuni salutevoli ricordi del ben vivere, terza edizione, Quaracchi, presso Firenze, Tipografia del Collegio di S. Bonaventura, 1891, pp. 264-65. (Chissà quale può essere la «evidente necessità» di tenere nella cella delle spezie…)

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La «vertigine della lista» (Voci, 34)

Encyclopédie_théologique_20 Si sa, nell’oceano fantastico (in più sensi) dell’erudizione, tra l’altro molto più accessibile di un tempo, ci si imbatte spesso in indici, cataloghi, liste che sprigionano, tra le altre cose, uno straordinario potere ipnotico. Riporto qui l’ultimo esempio che ho incontrato perché, se ci si ferma un istante, dai nomi di quell’elenco emergono, seppur indistinguibili, i volti di una schiera infinita di persone. È tratto dall’introduzione al volume ventesimo dell’Enciclopedia teologica, del Migne1, primo dei quattro dedicati agli ordini religiosi, che riprende e integra il Dizionario degli ordini religiosi del p. Helyot.

* * *

Talvolta ci estasiamo eccessivamente al cospetto delle creazioni del Medioevo, ma come non ricordare che gli edifici gotici non sono apparsi sulla terra da soli, e che i chiostri desolati di cui ammiriamo le rovine, di cui malediciamo la distruzione, non erano certamente più apprezzabili dei monaci che hanno ospitato? Gli amanti dell’arte non sono gli unici a piangere questo atto vandalico. Gli stessi protestanti non sono forse del medesimo parere che sia stato il fanatismo, un’empietà, diciamo antipatriottica, a privare l’Europa di questi asili della pietà, del pentimento e dello studio? Li abbiamo visti numerare le pietre dei porticati, i pilastri troncati dei nostri antichi monumenti cattolici, e trasportare tali testimonianze oltre la Manica, per conservarne il ricordo grazie a musei di nuovo tipo. Più sovente, e ovunque, abbiamo visto l’artista, dopo aver sognato e pianto all’ombra dei resti di un chiostro, che il martello dell’operaio avrebbe dovuto abbattere l’indomani, affidare il frutto delle sue impressioni alla matita o al pennello. Così sono arrivati a noi alcuni frammenti di Cluny, di Savigny, di Jumièges, ecc. Ma perché lasciare che la memoria degli uomini si spenga? Diciamo meglio, delle congregazioni a cui dobbiamo questi prodigi, delle società alle quali le lettere e le arti sembrano tributare tanta riconoscenza?

[…]

L’opera che intraprendiamo è il miglior rimedio ai mali prodotti dalle passioni e dai pregiudizi. E dimostrerà che gli ordini religiosi non meritavano né il disprezzo né le persecuzioni di cui furono fatti oggetto; mostrerà che lo spirito del Vangelo durerà tanto quanto il Vangelo, e produrrà meraviglie di perfezione anche ai nostri giorni. Lo giudicheremo dall’indicazione di alcune delle società di cui dovremo parlare, e che nomineremo qui senza obbligarci a seguire l’ordine cronologico.

1. Tra le congregazioni omesse da Hélyot, citeremo i fratelli detenuti di Vendôme, e altre istituzioni simili; la Congregazione dei Benedettini di Chalais, detti Calésiens, sui monti della Chartreuse; le Congregazioni dell’Oratorio, in Provenza; il Seminario dello Spirito Santo; i Benedettini della Congregazione del Paraclito; gli Ospitalieri della Misericordia di Gesù; le Suore dell’Educazione Cristiana di Fougères; le Suore dello Spirito Santo, dette sorelle bianche; i Paolini; la Congregazione di Nostra Signora del Canada; le Suore di Sanata Marta d’Angoulême; le Suore di Sant’Agnese, società d’istruzione della diocesi di Puy; le Suore della Carità e dell’Educazione Cristiana di Nevers; ecc.

2. Tra quelle che si formarono successivamente citeremo i Passionisti Società della Penitenza; i missionari dello Spirito Santo, o Compagnia di Maria; la Congregazione degli Eremiti di Mont-Valérien; la Società del Prezioso Sangue; i Redentoristi; la Società del Sacro Cuore; la società dei Padri della Fede di Gesù; la società dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, detta Picpus; i Marianiti; i Sacerdoti Poveri; la società dei Preti dei Ritiri eremiti di Valloires; i Padri della Misericordia, i fratelli dell’Educazione Cristiana; i fratelli dell’Educazione Cristiana, congregazione bretone; varie società di fratelli sotto l’invocazione di San Giuseppe e altri; la Congregazione di Carità di Mr. Rosmini; gli Oblati di Maria; il Terz’Ordine di Nostra Signora della Trappa; gli Oblati dell’Immacolata Concezione, a Marsiglia; i Mechitaristi; i fratelli delle Buone Opere; gli Eremiti di Nostra Signora di Liesse; i sacerdoti del Sacro Cuore di Tolosa; i Maristi; i missionari della Congregazione della Conferenza di Napoli; la società di Nazaret, Neufchâtel; la Compagnia di San Giuseppe, a Saint-Fuscien; la Congregazione di Nostra Signora della Santa Croce, a Le Mans; la società dei fratelli di Sion-Vaudemont; i chierici di Saint-Viateur; la società dei Preti di Saint-Méen; i fratelli della Sacra Famiglia; la società di San Luigi di Juilly; varie congregazioni di missionari; la società secolare del Sacro Cuore; i fratelli Agronomi, ecc.; la comunità di Sainte-Aure; i Norbertini; le ragazze di Sant’Agata; le figlie di Santa Margherita, la comunità di monache di Auneau; le Suore della Sapienza; le Suore della Carità di Evron; le monache della Congregazione del Santissimo Redentore; le Suore di Ernemont; le Suore degli Esercizi; le Suore di Sant’Alessio, di Limoges; le Suore della Presentazione, di Tours; le Suore di San Maurizio, di Chartres; le Suore della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, dette Zelote; le monache delle Congregazioni del Terz’Ordine di Nostra Signora della Trappa; le monache del Sacro Cuore; i Benedettini del Sacro Cuore di Maria; le Suore di San Carlo; le Suore del Sangue di Gesù; le Suore del Santissimo Sacramento, a Mâcon; le Suore della Croce, dette di Sant’Andrea; le monache dell’Immacolata Concezione, di Roma; i fedeli compagni di Gesù; la comunità delle Suore Paccanariste; la Congregazione della Madre di Dio; le sorelle di San Giuseppe di Cluny; le Orsoline di Gesù, dette di Chavagne; le Dame della Carità di San Luigi di Vannes; le figlie di Santa Genoveffa; i Celestini; le Suore della Misericordia della diocesi di Séez; le Suore della Misericordia, conosciute fin dalle Scuole Cristiane come Suore della Provvidenza, di Porthieux; le Suore della Provvidenza, di Ruillé; altre società omonime; le Dame di Santa Clotilde; la Congregazione di Nostra Signora, in Belgio; le sorelle della Dottrina Cristiana; le Dame degli Esercizi, della Società di Maria; le Suore del Sacro Cuore, della diocesi di Rouen; le Suore della Misericordia, in Inghilterra; le Suore di Gesù Maria, in Irlanda; le Suore di Gesù Maria, della Società di Lione; le Suore di Santa Sofia; le Suore del Buon Salvatore, della casa di Caen; le sorelle di Nostra Signora Ausiliatrice o del Buon Soccorso, dette Gardes-Malades; le Suore della Sacra Infanzia, le Suore della Sacra Famiglia; le Suore della Natività; le Dame della Santissima Trinità, di Valencia; la Congregazione di Nostra Signora dei Sette Dolori, per i sordomuti; le monache di Loreto; le monache trinitarie della congregazione di San Giacomo, diocesi di Coutances; le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione; le Suore della Compassione della Beata Vergine; le Suore dell’Immacolata Concezione di Castres; le monache dell’Assunta; le Suore di San Gildo; le Suore di Santa Maria; le sorelle di San Luigi, di Juilly; le Suore di Nazaret, della diocesi di Parigi; la società delle Suore di Rillé, a Fougères; le figlie del Sacro Cuore di Maria, di Niort; le figlie della Santa Vergine; e varie case, che vivono sotto una regola speciale, come la società secolare del Sacro Cuore, il Terz’Ordine del Monte Carmelo, la Congregazione del Sacro Cuore di Maria degli Eudisti, ecc.

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  1. Enciclopedia teologica, o Serie di dizionari su tutte le parti della scienza religiosa che offrono in francese la teologia più chiara, facile, comoda, variata e completa. Tali dizionari riguardano: Sacra Scrittura, sacra filologia, liturgia, diritto canonico, eresie e scismi, libri giansenisti, messi all’Indice e condannati, proposizioni condannate, concili, cerimonie e riti, casi di coscienza, ordini religiosi (maschili e femminili), legislazione religiosa, teologia dogmatica e morale, passioni, virtù e vizi, storia ecclesiastica, archeologia sacra, musica religiosa, geografia sacra ed ecclesiastica, araldica e numismatica religiosa, religiosi varie, filosofia, diplomatica e scienze occulte. Pubblicato [in 50 volumi] dal signor Abate Migne, editore di corsi completi su ogni ramo della scienza religiosa.

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Strade, navi, fortezze… (Voci, 33: Umberto da Romans)

MaximaBibliotheca È nel clima delle polemiche sviluppatesi nella seconda metà del XIII secolo circa la diffusione (incontrollata?) degli ordini mendicanti che il domenicano Umberto da Romans, concluse le fatiche del generalato nel 1263, durante il quale molto fece per la riforma dell’Ordine, inserì nel suo trattato De eruditione praedicatorum un breve capitolo assai significativo, intitolato:

Ai nuovi religiosi di qualunque genere

Riguardo a questi, va detto anzitutto che non è per niente facile inaugurare una nuova religione, né senza una causa molto ragionevole. Una nuova religione, infatti, è come una nuova via verso il cielo, secondo ciò che è detto della religione cristiana nella Lettera agli Ebrei (10): «Vi ho annunciato una nuova via». È come una nuova nave costruita per sfuggire ai pericoli dei mari del mondo. È come un nuovo accampamento o una nuova fortezza in cui rifugiarsi se il nemico ci insegue. Sicché quando le antiche strade vengono distrutte, o le vecchie navi demolite, o gli accampamenti che un tempo erano un luogo di rifugio vengono abbandonati, è ragionevole che si creino nuove religioni per perseguire quei benefici. Ma se le antiche vie sono ancora buone, e le vecchie navi ancora sane e intatte, e gli accampamenti ancora forti e in buone condizioni, a cosa servono religioni nuove?

Si badi che tali religioni non possono essere iniziate qua e là e proposte da chicchessia, a meno che non siano davvero autentiche, o per dono di Dio, o per capacità acquisite, come fu in passato con Basilio, Agostino e Benedetto, grandi iniziatori di religioni. Se infatti in una grande città non si trovano buoni maestri per i diversi mestieri e le diverse necessità, come potrà qualcuno essere un saggio e idoneo maestro per una nuova opera? Non tutti, inoltre, devono essere ammessi alla fondazione di simili edifici: così come non può chiunque porre le pietre a fondamento delle case, ma deve essere scelto, come avvenne per la Chiesa fondata dagli Apostoli e dai loro discepoli, i quali, sebbene in principio fossero pochi, furono resi grandi da Cristo con molti doni di grazia. Ancora, tali religioni non possono sorgere all’improvviso, per iniziativa personale, ma sotto l’autorità del Vicario di Gesù Cristo, che all’inizio le tiene per così dire sotto attenta osservazione. Quale padre, infatti, senza il suo espresso comando, accetta una famiglia di servi? Pertanto, affinché tali religioni possano nascere e crescere in modo lodevole, devono concorrere una piena capacità nell’iniziatore, un’adeguata idoneità nei primi seguaci e l’autorità del sommo presule prima della nascita.

In terzo luogo è da notare che nello svolgimento dell’opera deve essere posta sapienza, secondo l’esempio di colui che nei Salmi dice: «Hai fatto tutto con sapienza». E perciò in quest’arte bisogna consultare i saggi maestri, come fanno coloro che vogliono costruire saggiamente. […] Anche in questo caso dobbiamo ricorrere ai modelli precedenti, poiché anche il Signore comanda a Mosè di fare tutto secondo l’esempio che gli è stato mostrato sulla montagna. Quale sapienza infatti può introdurre tante novità mai viste prima negli usi, nei doveri e negli altri statuti? Non sono forse gli stessi maestri a creare dei modelli? Allo stesso modo dobbiamo stare bene attenti a non emanare statuti o regolamenti che non possano essere osservati a causa della fragilità umana, altrimenti coloro che vivranno in quella religione non saranno al sicuro. Non è saggio costruire per il Signore una casa nella quale egli non possa abitare senza pericolo.

Molte altre sono le cose che derivano da questa sapienza. E ci deve essere costanza, poiché numerosi avversari sono soliti insorgere contro queste nuove religioni, come contro le nuove fortificazioni… Allo stesso modo, i primi fratelli di queste religioni cadono spesso nell’apostasia, e vanno incontro a fatiche e difficoltà di vario tipo. Perciò è necessario che siano costanti nella costruzione di questo genere di edifici, affinché, a causa degli avversari, o per un crollo, o per la continua stanchezza, l’opera iniziata non venga interrotta, ma conclusa con tenacia.

♦ Umberto da Romans, De eruditione religiosorum praedicatorum, II, 42, che ho letto in (e in qualche modo tradotto da) M. de la Bigne, Maxima bibliotheca veterum patrum, vol. 25, Lyon 1677, su «indicazione» del saggio di C. Caby, Fondation et naissance des ordres religieux. Remarques pour une étude comparée des ordres religieux au Moyen Âge (2007).

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Dai dotti e parimenti dagli indotti (Voci, 32)

HistoriaMonastica Nel 1561, e in edizione accresciuta nel 1575, Pietro Ricordati (anche Calzolari), monaco benedettino e «indagatore eruditissimo», dà alle stampe una monumentale Historia monastica, un «enorme zibaldone storico-narrativo, in forma di repertorio cronologico» che mira a ricordare al mondo la gloria passata dell’ordine benedettino che all’epoca si diceva ampiamente decaduto. Con evidente riferimento al modello boccaccesco, l’immensa materia è ordinata – o forse bisognerebbe dire accatastata – in cinque giornate ed esposta in forma di dialogo, di reciproco racconto, tra un gruppo di religiosi, avviato in uno dei chiostri del monastero di Santa Giustina a Padova.

Verso la metà della quarta giornata, nella quale «si raccontano gl’huomini dotti, che sono stati Monaci, che in qual si voglia professione hanno scritto», si legge un breve profilo del monaco tedesco noto prevalentemente come Niccolò Germano, attivo nella seconda metà del secolo XV. Un piccolo ritratto che è l’occasione per un’interessante precisazione.

* * *

Di Niccolò Cosmografo.

Dopo costui [il monaco cui era dedicato il profilo precedente, Andrea Tedesco] fu fra i Tedeschi un altro gran Litterato Monaco chiamato Niccolò, il quale hebbe delle sacre lettere assai buona cognizione, ma nelle scienze humane fu consumatissimo. Studiò molto svegliatamente la Cosmografia di Tolomeo, e la ricorresse, e la restaurò con gran giudizio e diligenza. Onde è miracolosa cosa il vedere adesso la Cosmografia di esso Tolomeo, da lui ricorretta con le sue pitture, e nuove tavole diligentemente ordinate, e con grande accortezza ricorrette. Scrisse sopra tal materia sette libri, i quali dedicò a Papa Paolo secondo. Un libro de’ Luoghi maravigliosi. Uno di pistole a più persone, & altre cose non poche. Visse sotto Federigo terzo intorno a gl’anni del nostro Salvatore 1470.

Ripigliando qui le parole, M. Bernardo [Olgiati, gentil’huomo di Como] disse: «Io credo che uno il quale, in un luogo dove fussero più persone, dicesse, senza venire al particolare, che i Monaci non solo hanno promossa la Teologia, e condottala a perfezzione, ma tutte l’altre scienze ancora, come la filosofia naturale e morale, la Medicina, l’Astrologia, Cosmografia, Geometria, Musica, Rettorica, Poetica, e parimente le leggi e politezza delle lingue, sarebbe da tutti sbeffato e schernito. Perché se bene si sa che quel Costantino aiutò & arricchì l’arte della Medicina, componendo e traducendo tante e sì belle cose d’essa facultà, e che la Musica è stata ridotta in su la Mano, e che è stato fatto il Decretale, & il Decreto, e che quel Panormita fu la lucerna delle leggi, e che questo Niccolò abbia tanto maravigliosamente illustrato Tolomeo, e che quell’Ambrogio, e tanti altri, habbino avuto sì gran cognizione delle lingue, & arricchita la latina col tradurre tante belle opere della Greca: non dimeno non si sa che quelli che queste cose hanno fatte sieno stati Monaci. E se bene si sa per tutti che S. Bernardo è stato Monaco, non però sa il mondo ch’egli per la Republica Christiana tanto s’affaticasse, trovandosi in tanti Concilij a disputare contro a gl’heretici e scismatici; né che i Papi e gl’lmperadori, i Re & altri Principi si governassero nelle cose importantissime secondo il suo consiglio. Però io pagherei buona cosa che ciò che qui s’è detto si sapesse da tutti gl’huomini. Perché gl’indotti harebbono molto più rispetto e reverenza all’ordine Monastico, che non hanno. E i litterati si terrebbono non poco a esso ordine obligati. E s’io fussi uno di voi altri Monaci, vorrei comporre un libro di tutte le cose che qui fra noi si sono dette, e diranno, per isgannare il mondo, che crede che la maggior parte de’ Monaci, e per il passato & al presente, si sieno dati e si dieno all’ozio, né sappiano far altro che cantar in Coro & andare in refettorio; e lo vorrei fare stampare in lingua volgare, acciò che dai dotti e parimente da gl’indotti potesse esser letto».

Rispose D. Gris[ostomo Niccolini, monaco fiorentino]: «Don Pietro qui nostro ha più volte havuto capriccio di far una simil cosa, come voi dite, e forse un dì la farà. Ma per non perder tempo, e perché mi pare che s’avvicini la sera, ripiglierò il mio parlare».

♦ Historia Monastica, di D. Pietro Ricordati, già Calzolari, da Buggiano di Toscana, Monaco e Decano di S. Paolo fuor di Roma, della Congregazione di Monte Casino, distinta in cinque giornate. Di nuovo dall’autore stesso con somma diligenzia rivista & accresciuta di molte cose notabili, in Roma appresso Vincenzio Accolti, l’anno del Giubileo 1575.

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