Archivi categoria: Le origini

Benefici fiscali per gli anacoreti

Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera1.

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»2. Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.

Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’“anacoresi” (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»3 Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.

______

  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.
  2. La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».
  3. Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.

2 commenti

Archiviato in Anacoreti, Le origini, Libri

Basilio risponde (le «Regole brevi»)

BasilioRegole È così facile, e bello, immaginare il grande Basilio attorniato dai giovani monaci delle comunità cui offriva il suo sostegno mentre, nella semioscurità, risponde alle loro domande sulla vita cristiana. È lui stesso a ricordare, in una lettera del 375 a Eustazio di Sebaste, la circostanza: «Visitavo le fraternità e vi passavo le notti in preghiera, e parlavo e ascoltavo, intrattenendomi in discorsi su Dio». Era lui stesso, come si è visto, a sollecitare quelle domande, per «passare quel che resta della notte nella ricerca sollecita di ciò che è necessario». E per rispondere attingeva alla Scrittura (soprattutto al Nuovo Testamento e in particolare ai Vangeli, agli Atti e alle Lettere paoline), unico vero codice della vita cristiana, in cui sono contenute tutte le risposte. Sì, nella Scrittura si possono trovare tutte le risposte, ma non tutte le domande.

Quelle che oggi, per nostra fortuna, possiamo leggere sotto il titolo generalmente accettato di Regole brevi1, anche se vere e proprie regole non sono, non è «soltanto una testimonianza di valore storico incalcolabile, ma una ricchissima summa di sapienza evangelica» (Umberto Neri): trecentodiciotto domande e risposte che spaziano da semplici e assai meno semplici questioni di esegesi biblica a questioni molto concrete sui problemi minuti del vivere quotidiano in comunità. Leggendole, tra l’altro, si può cogliere il meccanismo grazie al quale si è passati da sequenze potenzialmente infinite appunto di singole questioni, ai testi che conosciamo come «regole», nei quali le domande si coagulano in categorie e trovano una sintesi, dal particolare al generale: come si prega, come ci si veste, come si mangia, come si accolgono i nuovi arrivati, e gli ospiti, e così via. E forse, soprattutto, leggendole, si prova la netta e impagabile sensazione di trovarsi di fronte alla trascrizione di scambi di battute che si sono realmente verificati.

Basilio, maestro di vita cristiana, risponde a tutto, con un’infinita pazienza che traspare dai testi, tracciando l’immagine di una comunità di persone serie, ispirate dalla carità, pronte all’obbedienza, soccorrevoli le une con le altre, attente a non far mai prevalere se stesse sui fratelli. Una comunità ideale di perfetti che tuttavia, proprio attraverso le domande, riconoscono le proprie imperfezioni, le mancanze, il bisogno di perdono reciproco. Sono le domande che traducono l’ideale in realtà.

E poi ci sono i casi particolari e particolarissimi, che inevitabilmente catturano l’attenzione, proprio perché dimostrano che di reali situazioni vissute si tratta (e testimoniano l’eternità dell’aspirazione al «che cosa devo fare, che cosa dobbiamo fare?»). Gli esempi sono numerosi: Da dove provengono le sconvenienti fantasie notturne? (Tra parentesi: «Dai moti disordinati dell’anima durante il giorno».) Com’è possibile non adirarsi? Se chi viene svegliato se ne risente o addirittura si adira, che cosa merita? Se uno, pur rifiutando gli indumenti più preziosi, tuttavia vuole che l’abito o le calzature, anche se di poco prezzo, siano di suo gradimento, commette peccato? Se uno in comunità si comporta in modo sconveniente durante il pasto mangiando e bevendo con ingordigia, bisogna rimproverarlo? È permesso avere una veste di pelo o di altro genere per la notte? Come dobbiamo considerare quelli che un tempo hanno vissuto con noi o i parenti che vengono a farci visita? Fino ai sempiterni problemi di carattere fiscale: Se uno viene in comunità lasciando delle tasse da pagare e i suoi parenti sono molestati a causa sua da chi reclama il pagamento, questo non genera forse indecisione e danno per lui o per quelli che l’hanno accolto? (Tra parentesi, risposta prevedibile: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare…» a meno che il «novizio» non abbia lasciato tutto ai parenti…)

Anche in questi casi Basilio risponde con pazienza, ricorrendo spesso a un insieme ristretto di citazioni che si adattano un po’ a tutto, quasi dei passe-partout sempre buoni all’occorrenza. Anche quando la domanda è al limite dello sconveniente. Domanda: «È possibile dedicarsi incessantemente alla preghiera dei salmi oppure alla lettura o a profonde conversazioni sulle parole di Dio senza che vi sia alcuna interruzione per quelli cui accade di dover provvedere ai più vili bisogni del corpo? (Un bel giro di parole per chiedere cosa fare quando scappa…) Risposta di Basilio: «L’Apostolo ci indica la regola da seguire dicendo: Tutto avvenga con decoro e ordine. Bisogna perciò aver cura del decoro e del buon ordine, e tener conto del luogo e del momento».

______

  1. Basilio di Cesarea, Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022. Vedi anche Basilio di Cesarea, Opere ascetiche, a cura di U. Neri, traduzione di M.B. Artioli, Utet 1980.

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Regole

«Usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto»

Le edizioni Qiqajon hanno di recente, e meritoriamente, pubblicato gli atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, evento che ha ormai una lunga tradizione alle spalle e che ha riunito uomini e donne di chiesa, di religione e di studio di vastissima provenienza intorno al tema singolarmente inesauribile della sapienza dei Padri del deserto1.

Il volume si apre con il contributo della studiosa polacca Ewa Wipszycka che, a differenza dei successivi relatori, in larga parte concentrati sugli aspetti di spiritualità, si incarica di aggiornare lo «sfondo» storico, geografico, sociale di quella esperienza, alla luce di nuove letture mirate dei testi e delle recenti scoperte archeologiche. È tutto molto interessante, e se ne riparlerà, ma a metà del suo intervento viene citato un «detto» (il 34° sotto il nome di Antonio nella «Serie alfabetica») che brilla come una pepita. Vale la pena di leggerlo interamente (con qualche libertà…)

Un giorno, abba Antonio fece visita ad abba Amun sul monte di Nitria. Quell’apertura così tipica mi piace sempre, fa pensare a un mattino luminoso e a un vecchio (non necessariamente) anacoreta che si dice: «Ma sì, andiamo a trovare Amun». Pratica, quella delle visite reciproche, assi diffusa, a riprova del bisogno ogni tanto di confrontarsi, magari per discutere un passo delle Scritture, ma anche per «vedere un po’ come vanno le cose», e del fatto che le distanze fossero accettabili, considerando il sole sotto il quale si sarebbe camminato. A volte, mi viene quasi in mente un villaggio «diffuso» con i «bungalow» dei Padri… «Nitria, il più antico dei centri monastici che ci interessano», ci ricorda la studiosa, «nacque non nel deserto vero e proprio, ma in un territorio incolto all’interno della zona coltivata [del Delta]», a circa 65 chilometri da Alessandria; Amun vi si stabilì verso la fine degli anni venti dei IV secolo.

E, dopo che si furono incontrati… Qui lo spazio è lasciato all’immaginazione: come si salutavano due Padri? Non credo si abbracciassero, ma secondo me si sorridevano.

… abba Amun gli dice: «Poiché per le tue preghiere i fratelli sono cresciuti di numero e alcuni di loro vogliono costruire delle celle lontano per immergersi nell’unione con Dio, che distanza vuoi che ci sia di qui alle celle che verranno costruite?» Classico problema: aumentano i seguaci, i discepoli e anche i visitatori, e per alcuni la pace è compromessa e la preghiera (e la compunzione) ne risente. I fratelli, va bene, ma qui c’è troppa gente. L’obiettivo è costruire (occhio a questo termine) delle «celle» e Celle infatti si chiamerà il posto.

Egli disse: «Mangiamo qualcosa all’ora nona e poi usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto». Questo è il diamante all’interno della pepita, perché, se ci si pensa, questa frase non può essere inventata, queste parole Antonio le ha proprio pronunciate. Una frase la cui assoluta naturalezza evidenzia, per me, l’amicizia che legava i due oltre alla scelta di vita che entrambi avevano fatto.

Dopo che ebbero camminato nel deserto fino al tramonto… Camminato non a caso: «I monaci di Nitria conoscevano bene il deserto circostante, sapevano dunque che a circa 18 chilometri di distanza c’era un luogo adatto per un insediamento monastico».

… abba Antonio gli dice: «Preghiamo e piantiamo qui una croce: qui costruiscano quelli che lo vogliono… Due particolari interessanti. Anzitutto l’acqua, quella sorgiva, presente a pochi metri di profondità, e quella piovana: la zona infatti è più piovosa rispetto ad altre del corso del Nilo e l’archeologia ha confermato l’esistenza di cisterne per la raccolta. Inoltre sotto un sottile strato di sabbia il suolo è duro («il deserto di sabbia con dune mobili, su cui non si può vivere, comincia più lontano») e offriva materiale per la realizzazione di mattoni, con i quali «venivano costruite le abitazioni dei monaci delle Celle».

… in modo che quelli di laggiù [Nitria], quando vogliono incontrarsi con questi, possano consumare la loro leggera refezione all’ora nona [un light lunch, per carità, verso le tre del pomeriggio], e arrivare qui al tramonto; e quelli che partono di qui, facendo allo stesso modo, potranno incontrarsi con gli altri senza averne distrazione». Ora, tale distanza è di dodici miglia. Ecco, si parte già mangiati (per modo di dire) quando il sole si è abbassato almeno un po’, tre orette di cammino, con la garanzia di arrivare quando c’è ancora luce. Tutto calcolato, con quella fusione di astratto e concreto, di coerenza di principi e rispetto del luogo, di aspirazioni e praticità che i primi monaci hanno insegnato a tutti i fratelli che nei secoli li avrebbero seguiti.

______

  1. La sapienza del deserto: i detti dei Padri e delle Madri, atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Bose, 5-8 settembre 2023, a cura di L. d’Ayala Valva e L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2024.

Lascia un commento

Archiviato in Le origini

Tutta la materia del mondo, ovvero: Come ti spiazza Pacomio

Rientrando al suo monastero, dopo una visita ad alcuni fratelli, il santo Pacomio viene avvicinato da un giovane monaco, che gli confida una situazione, diciamo così, irregolare: «In verità, padre, da quando sei partito… fino a ora non ci è stata cucinata né della verdura né della farinata». No problem, risponde Pacomio, ci penso io.

Fatto il suo giro di ispezione, Pacomio entra in cucina e vede il cuoco intento a intrecciare stuoie: E da quand’è «che non cucini ai fratelli della verdura?» «Da due mesi», risponde il cuoco. E si può sapere perché, replica Pacomio. Non mi pare che la regola dica questo, anzi, «i precetti e i santi padri ordinano che al sabato e alla domenica si cucini della verdura per i fratelli», o sbaglio? Lo so, lo so, risponde il cuoco. Guarda, io l’avrei fatto anche ogni giorno, ma poi quelli per la storia dell’astinenza non toccano niente e si finisce col buttare via tutto. Tra l’altro, «spendiamo quaranta sestarii di olio al mese [più di venti litri] per la consueta pietanza cotta dei fratelli». Sicché ho smesso, per evitare tutto quello spreco, tanto quelli mangiano soltanto un’insalata condita «con aceto e olio, aglio e verdura minuta». E allora ti sei messo a fare stuoie… osserva Pacomio. Sì, «per non starmene seduto a far nulla».

Be’, ragionevole, no? No, niente affatto.

Appreso che con quel «sistema» erano state fabbricate cinquecento stuoie, Pacomio le fa portare e, sotto lo sguardo sbalordito del cuoco e dei suoi aiutanti, le fa gettare nel fuoco. Ecco, «come voi avete trascurato la regola che vi era stata assegnata riguardo alla cura dei fratelli, a causa di un pensiero ispiratovi da Satana, così anch’io ho bruciato il lavoro delle vostre mani, affinché comprendiate che cosa vuol dire disprezzare le leggi dei padri date per la salvezza delle anime». E se non avete capito, considerate che c’è un’enorme differenza tra rinunciare a qualcosa che si può avere liberamente e rinunciare a qualcosa per necessità o per forza. Nel primo caso, per l’astinenza si riceverà una ricompensa, «ma se non viene servita [ai fratelli] nessuna pietanza cotta, non sarà loro accreditata alcuna astinenza per ciò che non hanno neppure visto».

E poi, aggiunge Pacomio, che saranno mai ottanta sestarii d’olio. Non stiamo parlando di malati o di bambini, sono monaci adulti e in salute: «Che tutta la materia del mondo intero vada pure in perdizione, e non sia sottratta all’anima un’unica e semplice virtù!»

(L’episodio è tratto, con qualche «licenza», dai Paralipomeni alla vita di Pacomio, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini. Fonti greche sulla vita di Pacomio e dei suoi discepoli, introduzione generale di W. Harmless, introduzione, traduzione e note a cura di L. d’Ayala Valva, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2016, pp. 388-90.)

2 commenti

Archiviato in Le origini, Spigolature

«Agatone, non farlo» (A scuola dai padri del deserto, pt. 2/2)

GouldLaComunità2 (la prima parte è qui)

Dopo aver affrontato il rapporto maestro-discepolo, all’interno delle comunità monastiche primitive, Graham Gould1 allarga la visuale ai rapporti con il prossimo in genere, e il discorso si fa ancora più interessante, perché gli aspetti, le dinamiche, i problemi che emergono sono quanto mai vicini a noi lettori contemporanei. Non bisogna dimenticare, peraltro, che i Detti dei padri del deserto non sono un’«opera» strutturata e coerente, bensì accolgono, come già si accennava, fenomeni apparentemente contraddittori: ricerca della solitudine e senso di comunità, silenzio e parola, inflessibilità (verso se stessi) e misericordia (nei confronti dei fratelli), entrambe a oltranza, e così via2. Sono la testimonianza di un gruppo di individui che, praticando un instancabile discernimento, si sforzano di inseguire il bene e di rispondere alla chiamata di Dio (alla domanda: «Che cos’è un monaco?» Giovanni Kolobos rispose: «Fatica. Poiché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco!»).

Ecco allora che, uno alla volta, emergono e vengono affiancati una serie di comportamenti e insegnamenti che brillano come se fossero appena additati e pronunciati. L’ambito più frequentato dai padri è quello relativo all’ira, al giudizio, alla lite e alla calunnia: quattro circostanze, di evidente «ispirazione» demoniaca, da fuggire a qualsiasi costo. All’ira non bisogna mai cedere, resistendo anche alla tentazione di puntualizzare e di ribattere, sottraendosi senza discutere alle situazioni di conflitto (situazioni cui sarebbe consigliabile addirittura di non assistere: accusato di non essere intervenuto nella lite tra due fratelli [che quindi accadevano], Poemen rispose: «Mettiti bene in mente che io non ero qui»). Ancor più da evitare è il giudizio sull’altrui condotta, per non peccare d’orgoglio, per non arrogarsi una prerogativa che è soltanto di Dio, per non cadere nei tranelli del demonio e per non dimenticare le proprie debolezze: al limite accusare se stessi, mai gli altri. «Agatone, quando vedeva qualcosa che il suo pensiero avrebbe voluto giudicare, diceva a se stesso: “No, Agatone, non farlo”. E il suo pensiero si acquietava». E abba Giuseppe, interrogato da Poemen sul diventare monaco, così rispondeva: «Se vuoi trovare pace in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, di’: “Chi sono io?”. E non giudicare nessuno».

E se si è oggetto di giudizio, se non di calunnia? Niente, fermi, indifferenti, alla lode come all’insulto: «Dobbiamo diventare come questa statua che non si turba né quando è offesa, né quando è lodata», dice abba Anub. La questione della lode, d’altra parte, è legata con sottile distinzione al punto di vista: la lode ricevuta è male, perché ottunde, e perché di sicuro non è meritata, ma la lode offerta è bene, poiché innalza l’altro al di sopra di noi. Meglio ancora la lode testimoniata: «Quanto senti un anziano [abba Matoes, nella fattispecie] che loda il suo prossimo più di se stesso, sappi che è giunto a grande misura: questa infatti è la perfezione, lodare il prossimo più di se stessi».

L’altro dunque, anche per chi lo fugge ritirandosi in una grotta, resta paragone, specchio, occasione di bene, sentinella contro il male, «terreno» sul quale misurare se stessi e le proprie mancanze. Ed è anche colui verso il quale la nostra capacità di «comprensione», pallida ombra della infinita misericordia divina, deve esercitarsi senza sosta. Se i padri rivolgono costantemente a se stessi uno sguardo severo e inflessibile, quando si volgono al fratello sono pronti a sciogliersi.

E su questa nota concludo la mia incompletissima lettura di un libro che, tra gli altri meriti, ha quello di far ripassare al lettore molti dei Detti più belli e interessanti della raccolta, citando questo esempio, perfetto e dolcissimo: «Alcuni anziani si recarono da abba Poemen [ancora lui, uno dei più grandi, se non il più grande, e mi perdonerà se lo esalto…] e gli chiesero: “Se vediamo dei fratelli che sonnecchiano durante la liturgia, vuoi che li scuotiamo, perché rimangano desti durante la veglia?”. Ma egli disse: “Veramente, se io vedo un fratello che sonnecchia, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare”».

(2-fine)

______

  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Sarebbe in ogni caso sbagliato negare l’esistenza di comportamenti differenti o affermare che il parere espresso in un apoftegma debba essere in armonia con gli altri», pag. 158.

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Libri

«Occorre che sia tu a dirmelo» (a scuola dai padri del deserto, pt. 1/2)

GouldLaComunità2 Ancora i padri del deserto? Certo, sempre. L’occasione mi è stata offerta questa volta dall’ottimo volume di Graham Gould, La comunità1, che attraverso una lettura minuziosa dei Detti dei padri esplora gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza del monachesimo primitivo egiziano, con particolare riguardo ai rapporti personali e alla contrapposizione, anch’essa apparente, tra solitudine e comunione.

È assai utile, a inizio lettura, essere richiamati sul fatto che le raccolte dei Detti, come via via sono state affidate alla scrittura, siano intese anche come «un archivio duraturo» dello sviluppo di una comunità desiderosa di «salvaguardare una visione chiara» delle proprie origini2. Molto frequenti, in questo senso, sono i Detti che prendono la forma rivelatrice di «Abba Tizio dice che abba Caio diceva…» Né va dimenticato che molti testi, raccontando di incontri, colloqui e anche frizioni tra i fratelli, finiscono proprio con l’illustrare la natura dei loro rapporti.

La prima dimensione affrontata dall’analisi di Gould è quella del rapporto tra maestro e discepolo. Una relazione che, a guardarla con gli occhi di oggi, suscita al tempo stesso nostalgia, per la sua progressiva scomparsa, e preoccupazione, per le distorsioni che ancora può generare. Anzitutto il maestro, l’abba, aveva il compito di insegnare al discepolo, il nuovo arrivato, i fondamenti pratici della vita monastica (non c’era una Regola da far leggere e rileggere, come avrebbe prescritto san Benedetto) e di illustrargli i problemi che avrebbe incontrato. È una preparazione, e affinché sia efficace il discepolo vi si deve sottomettere con assoluta obbedienza, riconoscendo l’autorità e la saggezza di chi ha maggiore esperienza di lui: «[Abba Isaia] disse ancora di coloro che iniziano bene la vita monastica e si sottomettono ai santi padri: “Come accade alla porpora: la prima tintura non si scolora. E come i rami teneri si innestano e si piegano facilmente, così avviene dei novizi che vivono nella sottomissione”». Le tentazioni sono pericolose per i novizi perché sono sconosciute, non ne hanno fatto ancora estesa esperienza, e «nessuno può essere di aiuto a se stesso soprattutto quando è oppresso dalle passioni». Dopo un atto di volontà di prima grandezza come quello di voler cambiare vita, curiosamente, si potrebbe dire, «la rinuncia alla propria volontà costituisce la pietra miliare del vero progresso nella vita monastica».

L’obbedienza richiede anche la necessità di rivelare i pensieri, cioè l’apertura del cuore, altro aspetto cui guardiamo oggi con la medesima, inestricabile mescolanza di nostalgia e preoccupazione di cui sopra. C’è una speciale risonanza contemporanea, per così dire, in questa vicenda dell’apertura. Un detto della serie anonima contiene un dialogo illuminante al riguardo. Un monaco racconta che da giovane era afflitto da un pensiero, ma non si risolveva a parlarne con un anziano: andava a trovarlo, ma poi si bloccava, finché lo stesso anziano prese l’iniziativa: «Egli si voltò e vedendomi tormentato mi batté il petto e mi disse: “Che hai? Anch’io sono un uomo”. Come disse queste parole, parve che il mio cuore si aprisse. Caddi ai suoi piedi e lo pregai tra le lacrime dicendo: “Abbi pietà di me”. L’anziano mi disse: “Che hai?”. Risposi: “Non sai che ho?”. Ed egli disse: “Occorre che sia tu a dirmelo”. Allora con grande vergogna gli manifestai la mia passione ed egli mi disse: “Perché per tanto tempo ti sei vergognato a parlarmene? Non sono anch’io un uomo? Tuttavia, se vuoi, ti dico quello che so”». L’equilibrio qui è molto delicato, ma ugualmente il momento è bellissimo.

Inutile sottolineare, ribaltando la prospettiva, la responsabilità che deriva al maestro da questo tipo di rapporto. Responsabilità che ha il suo perno nel discernimento, il quale a sua volta «implica l’abilità dell’abba di distinguere tra le diverse capacità spirituali di persone differenti e di comportarsi, rispetto alle loro tentazioni, in modo adeguato». La parola dell’abba dunque non è mai generica, ma sempre personale, ed è basata sulla propria esperienza, e deve sempre accompagnarsi all’esempio, in «una testimonianza concorde di parola e vita».

Vi sono alcuni di esempi di fallimento del rapporto, o di insofferenza da parte di uno dei due «attori». Alcuni anziani, ad esempio, manifestano una certa riluttanza all’insegnamento e talvolta reagiscono col silenzio alle domande (cosa che rappresenta comunque un insegnamento). Nel complesso, però, prevalgono la comprensione e la carità, che si traducono anche in una sorprendente flessibilità di fronte ai vari casi che si presentano. L’abba è colui che è capace di trovare il modo giusto, per quanto strano possa essere, di rispondere alla richiesta di aiuto del discepolo, come in questa magnifica storia, sempre dalla serie anonima, così riassunta da Gould: «Un anziano incoraggiò il suo discepolo a resistere alla tentazione della fornicazione, ma quando il discepolo gli rispose: “Abba, non riesco più a resistere al peccato”, l’abba cambiò tattica, passando dall’incoraggiamento al coinvolgimento. “Anch’io sono tentato, figliolo. Andiamo insieme, facciamo la cosa e ritorniamo nella nostra cella”. Quando arrivarono alla casa della prostituta, l’anziano entrò, con il pretesto di incontrarla per primo, ma una volta dentro la convinse a non contaminare il fratello. Allorché il fratello entrò (presumibilmente credendo che l’anziano avesse già peccato), ella lo persuase a pregare prima di peccare e, “dopo venti o trenta metanìe”, il fratello, preso da compunzione, uscì incontaminato».

(1-segue)

______

  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Abbiamo a che fare con un prezioso archivio della vita concreta, in parole e opere, delle comunità monastiche di Scete e del basso Egitto», pag. 43.

2 commenti

Archiviato in Le origini, Libri

Vieni quando vuoi

C’era un anziano monaco scetiota – ho imparato che scetiota è l’aggettivo di Scete, località del deserto egiziano dove si «coagulò» una delle comunità monastiche primitive, e non ho resistito alla tentazione di usarlo… Dunque, l’anziano monaco, «molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri», era afflitto da un problema assai comprensibile anche oggi: la dimenticanza. Allora va da abba Giovanni per chiedergli consiglio. Lo ascolta con attenzione, ringrazia, torna nella sua cella e… non si ricorda più niente. Uffa. Rivà, riascolta («le stesse parole»), ritorna: daccapo, niente. Eh, ma che diamine. Ci riprova ancora, e ancora, e ancora, «ma, mentre ritornava indietro cadeva vittima della dimenticanza». Okay, non c’è niente da fare, non posso andare ancora dall’abba… Qualche tempo dopo, si direbbe una sera, l’anziano incontra per caso l’abba e gli confessa: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Ma no, non dovevi, gli risponde Giovanni, e sai perché? Allora lo manda a prendere una lucerna e gli dice di accenderla. Poi lo manda a prenderne altre, gli dice di accenderle tutte con la prima e infine gli chiede: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?» No di certo! Ecco, spiega l’abba, «nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare».

So che non c’è alcun bisogno di ri-raccontare i detti dei Padri del deserto, la cui essenzialità rasenta la perfezione narrativa, ma credo che la tentazione (e due) di farlo derivi da quella eccezionale combinazione di storicità e astoricità che li caratterizza: si legge una storiella di due anziani un po’ bizzarri, sperduti in un deserto inospitale, e al tempo stesso (ci) si racconta una circostanza immutata della nostra condizione.

E così, anche senza «scomodare il trascendente», viene fuori la comprensione dei propri limiti (se anche non si vogliono chiamare mancanze o imperfezioni); l’umiltà di riconoscere di avere bisogno di consiglio (da notare che a chiederlo non è un giovane a un anziano, ma un anziano a un coetaneo: si chiede a chi sa, non c’entra l’età); la disponibilità a darlo (e la responsabilità che questo comporta); il tatto di non voler gravare oltre misura il prossimo con i propri difetti; la pazienza e la comprensione (e l’intelligenza di escogitare l’esempio perfetto – la luce che non si consuma – per fugare i sensi di colpa dell’altro); la condivisione a oltranza della conoscenza («anche se tutta Scete venisse da me», detto da un anacoreta che si era ritirato in solitudine!); la gentilezza dell’invito di un amico («vieni quando vuoi, senza esitare»).

Il commento dell’anonimo estensore del «detto» ricontestualizza, per così dire, la storia e ne ricava l’esemplarità, senza spegnerne il brillìo: «Questo è il compito di monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene».

♦ Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Città Nuova (1990) 20085, pp. 236 (Giovanni Nano, 18).

Lascia un commento

Archiviato in Le origini

Tre brevissime lezioni e mezza

Prima lezione. C’era un anacoreta che voleva andare a trovare Poimen per via della sua fama: un sapiente, col quale potrò parlare a un certo livello, pensava. Ci si fa accompagnare da un fratello, entra da abba P e attacca a parlare «di cose spirituali e celesti». E abba P niente, si volta pure dall’altra parte. L’anacoreta, scornato, esce e dice al fratello: son venuto per niente, non parla. Allora il fratello entra nella cella di Poimen e gli fa: che c’è abba P? Questo è venuto apposta per te, perché non gli parli? Così risponde Poimen: «Egli è di lassù e parla di cose celesti, mentre io sono di quaggiù e parlo di cose terrestri. Se mi avesse parlato delle passioni dell’anima, gli avrei risposto; ma se mi parla di cose spirituali, io non ne so nulla». Prima lezione: parlare soltanto di ciò che si conosce.

Seconda lezione. Un giovane andò a vivere con Teodoro, per essergli utile e imparare qualcosa. Ma quello non gli diceva mai niente e non si faceva aiutare: abba T, fai tutto tu, non mi dai niente da fare, perché? Ancora niente, sempre niente. Allora il giovane chiede agli anziani: sono andato da abba T, ma è come se non mi vedesse nemmeno… Gli anziani vanno da Teodoro a chiedere spiegazioni e lui risponde così: «Sono forse il superiore di un cenobio, da dargli ordini? Finora non gli ho detto nulla, ma, se vuole, può fare anche lui ciò che vede fare da me». Seconda lezione: insegnare, se mai, con l’esempio.

Terza lezione. Un anziano di Scete era ancora molto forte, «ma non molto preciso nel ricordare le parole». Va da Giovanni Kolobos, quello gli dice qualcosa, lui torna nella sua cella e non se lo ricorda più; ritorna da Giovanni, ascolta, back to the cella, zac, dimenticato. Repeat. Alla fine lascia perdere. Dopo un po’ incontra Giovanni e gli fa: «Abba G, sai che mi sono di nuovo dimenticato ciò che mi avevi detto, ma per non disturbarti non sono più venuto». Allora Giovanni gli dice di prendere una lucerna e di accenderla, poi di portarne altre dieci e di accenderle con la prima. «Forse che la lucerna ha subito qualche danno per il fatto che da essa hai acceso le altre lucerne?» chiede Giovanni. No, vero? E conclude: «Così neanche Giovanni: anche se l’intera Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Dio. Perciò vieni quando vuoi, senza farti alcuno scrupolo». Terza lezione: condividere sempre la conoscenza, che non si consuma.

Terza lezione e mezza: accettare le lezioni1.

______

  1. Spunti da Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2001.

4 commenti

Archiviato in Le origini

Un piccolo cetriolo

«Un fratello, mentre attraversava il deserto in direzione di Scete, arrivò al fiume Nilo e, poiché era affaticato dal cammino ed era ormai l’ora della grande calura, si spogliò dei suoi vestiti e scese per fare il bagno.» «Un giorno un fratello chiese qualcosa a un diacono, e questi gli disse: “Adesso non ho tempo!”» «Un anziano aveva un discepolo provato e un giorno, per un moto di insofferenza lo cacciò fuori.» «Una volta, mentre parlavo di ciò che è utile ad alcuni fratelli, sprofondarono in un sonno così profondo che non riuscivano più a muovere neanche le palpebre.» «Una volta gli capitò di essere un po’ trascurato.» «I padri dicevano che una volta, mentre i fratelli mangiavano durante un’agape fraterna, un fratello si mise a ridere.» «Un fratello interrogò abba Poimen dicendo: “Che cosa devo fare? Quando sto seduto nella cella sono preso dallo sconforto”.» «Gli dissero: “Abba, come fai a sopportare questi bambini senza ordinare loro di smettere di parlare senza freno?”» «Un anziano a Scete che era molto resistente alla fatica fisica, ma non molto preciso nel ricordare le parole, si recò da abba Giovanni Nano per interrogarlo sulla dimenticanza. E dopo aver udito da lui una parola, ritornò alla sua cella; si dimenticò però ciò che gli aveva detto abba Giovanni e si recò di nuovo a interrogarlo…» «Raccontarono di un anziano che un giorno provò il desiderio di mangiare un piccolo cetriolo»…1

Nei racconti dei Padri del deserto mi piacciono moltissimo i particolari di contorno o, più esattamente, le circostanze, i dialoghi, le battute che servono a introdurre il tema morale che il racconto svolge e «risolve». Mi piacciono perché sono frammenti che possono essere trasportati di peso dal IV al XXI secolo, sono situazioni familiari – «come comporta la natura umana», dice splendidamente san Girolamo – che si ripetono con minime variazioni lungo la scarpata dei secoli (il che è confortante e sconfortante al tempo stesso): tristezze, insofferenze, dimenticanze, risposte brusche, piccole voglie, pigrizie, stanchezze: un tappeto sempre calpestato e sempre ritessuto.

Ai Padri si chiede la parola che salva, li si ascolta e li si guarda colmi di ammirazione, ci si congeda da loro «edificati», ma i miei veri fratelli sono quelli che si addormentano mentre l’abba parla nel cuore della notte.

Per la cronaca occorre aggiungere che il monaco citato in apertura, che cedette al fresco richiamo delle acque del Nilo, venne poi assalito da «una bestia feroce chiamata coccodrillo». Un anziano che passava di lì, visto lo scempio, chiese al coccodrillo perché avesse mangiato un monaco, e «la bestia gli disse con voce umana: “Io non ho mangiato un abba, ma ho trovato un secolare e l’ho mangiato: il monaco eccolo là”. E accennava all’abito».

______

  1. Le citazioni sono tratte da: I Padri del deserto, Detti. Collezione sistematica, introduzione, traduzione e note a cura di L. d’Ayala Valva, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2013.

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Spigolature

Anche soltanto per un capello (Monachesimo di Gaza e direzione spirituale, pt. 3/3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

NecessitaDelConsiglioLa risposta più ovvia dei Grandi Anziani del monachesimo di Gaza (Barsanufio e Giovanni), alla «domanda cruciale» – «Come so che sto facendo la volontà di Dio, invece della mia?» – è: Perché ho chiesto consiglio, ho chiesto cosa fare e ho fatto quello che mi è stato detto. Si è chiesto dunque al padre spirituale, a persona esperta, pronti a eseguire quanto suggerito, badando tuttavia a distinguere tra consiglio, che non comporta obbligazione ma, semmai, rimorso, e comandamento, che rappresenta invece una prescrizione inderogabile, e quindi un eventuale peccato di omissione, in virtù del fatto che a parlare per bocca dell’anziano è Dio stesso. La materia della direzione spirituale, vista da una prospettiva odierna, è delicata, oggetto di ripensamento dalle stesse persone di religione, intrecciata com’è a dinamiche psicologiche non sempre limpide e difficili da districare.

E se invece non si è potuto chiedere? In questo caso la risposta, ad esempio quella di Giovanni di Gaza1, si articola in tre parti. Le prime due, poco importa che siano dedicate alla condizione di monaco, sono semplici, e tuttavia difficili da accogliere oggi, per lo meno nel loro «integralismo». Se si è soli (nella propria cella), l’importante è rifuggire il piacere, «perché la volontà della carne è di ottenere il piacere in ogni cosa»; se invece si è in mezzo agli altri (confratelli), bisogna «morire al loro sguardo, stare in mezzo a loro come se non si esistesse»; come distinguere, infine, le risposte che provengono dai demoni? Qui le poche parole di Giovanni sono per così dire una lama ancor oggi affilatissima: «La volontà che viene dai demoni, invece, è la mania di giustificarsi e di riporre fiducia in se stessi, nella quale si finisce per rimanere intrappolati» (Lettera 173). Come non riconoscere la pretesa di essere nel giusto (non sto facendo nulla di male, io ho agito correttamente) e l’eccessiva sicurezza di sé, che sconfina nell’autocompiacimento (come sono bravo & co.)? E se la sorgente di queste suggestioni, come oggi è risaputo, non è esterna, bensì è dentro di me, non è ancor peggio?

La forma precipua della domanda che, in assenza dell’anziano, si rivolge a Dio è quella della preghiera, «oggetto» ai miei occhi complicatissimo quanto più se ne cerca la definizione. Le indicazioni di Giovanni sono tuttavia interessanti. Quante volte si deve pregare per ottenere l’ispirazione giusta? «Quando non puoi interrogare l’Anziano, devi pregare tre volte per ogni questione, poi osservare dove inclina il cuore, anche soltanto per un capello, e agire. Perché l’ispirazione è chiara ed è chiaramente riconoscibile nel cuore» (Lettera 365). E quando si deve farlo? «Se hai tempo, prega tre volte in tre giorni diversi. Ma se c’è un’urgenza, prendi a modello il Salvatore che, nell’ora del tradimento – circostanza assai dura da sopportare – si è fatto da parte tre volte e ha pronunciato la stessa preghiera.» E se non si viene ascoltati? In fondo anche Gesù non lo è stato… «E se evidentemente non è stato ascoltato, poiché il disegno divino doveva compiersi, ciò è accaduto per insegnarci a non rattristarci quando preghiamo e non veniamo esauditi nell’immediato; perché Egli conosce meglio di noi ciò che è bene per noi» (Lettera 366). E se comunque la risposta tarda a manifestarsi? «Se dopo la terza preghiera l’ispirazione non arriva, sappi che è colpa tua: se non vedi il peccato, incolpa te stesso e Dio avrà pietà di te» (Lettera 367).

È un meccanismo logico blindato, si potrebbe dire, in virtù del quale Colui al quale si rivolgono le proprie invocazioni «ha sempre ragione». Ma questa osservazione deriva dall’applicazione di un criterio razionale a una circostanza che non rientra nel dominio del razionale, e occorre essere disposti a riconoscere che tale dominio non sia l’unico campo di manifestazione della realtà.

Ho tardato a concludere queste note perché questo è lo scalino sul quale regolarmente inciampo.

(3-fine)

______

  1. Queste note, come le precedenti, derivano dalla lettura di Lorenzo Perrone, La necessità del consiglio. Studi sul monachesimo di Gaza e la direzione spirituale, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2021. Le citazioni dai Grandi Anziani sono tratte da Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf; vol. I: Aux solitaires, t. 2 (1998; «Sources Chrétiennes», 427); vol. II: Aux cénobites, t. 1, (2000 «Sources Chrétiennes», 450).

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Libri