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Il cui nome è «stambecco» (Dice il monaco, CXXXV)

Dice Sulpicio Severo, scrittore e monaco, non molto dopo il 400:

 C’era anche un altro anacoreta che viveva nel deserto, dalle parti di Syene [Assuan]. Ritiratosi in solitudine, si nutriva di radici di erbe – la sabbia talvolta le produce, e di un sapore eccellente –, ma, inconsapevole della scelta cattiva, spesso raccoglieva quelle nocive. Né d’altra parte era facile distinguere la qualità delle radici dal loro sapore, poiché erano tutte ugualmente dolci [quia omnia aeque dulcia erant]; la maggior parte di esse tuttavia conteneva un veleno mortale di natura più nascosta [occultiore natura virus letale]. Pertanto, quando mangiava, una forza interna lo tormentava e tutti i suoi organi vitali erano scossi da violenti dolori. Il vomito frequente, con tormenti insopportabili, stava per dissolvere la sede stessa dell’anima, con lo stomaco già al collasso [stomacho iam fatiscente]. Così, timoroso in pratica di tutto ciò che poteva ingerire, stava trascorrendo il settimo giorno senza cibo, quando una bestia selvaggia, il cui nome è «stambecco» [cui ibicis est nomen], gli si avvicinò. L’anziano gli gettò addosso un mazzetto di erbe che aveva raccolto il giorno prima, ma che non aveva osato toccare; la bestia, scartando con la bocca quelle virulente, scelse quelle che sapeva essere innocue. Così, con il suo esempio, il sant’uomo imparò cosa mangiare e cosa era meglio scansare, sfuggì al pericolo della fame ed evitò i veleni delle erbe.

Sulpicio Severo, Dialoghi I, 16, in: Sulpicii Severi libri qui supersunt, a cura di K. Halm (CSEL I), 1866, pp. 168-69. (Devo l’indicazione al commento di Salvatore Pricoco ai Dialoghi di Gregorio Magno.)

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Fare pancia (Dice il monaco, CXXXIV)

Dice Gregorio Magno, prima monaco, poi papa, intorno al 586:

Sbaglia a ritenersi retto chi ignora la regola della rettitudine massima. Spesso viene considerato dritto un legno se non lo si accosta a un regolo. Ma quando esso viene fatto combaciare col regolo, allora si scopre quanto quel legno sia storto e faccia pancia [sed cum regulae iungitur, per quantam tortitudinem tumescit invenitur], poiché la rettitudine disgiunge e condanna ciò che l’occhio ingannandosi approvava.

♦ Gregorio Magno, Moralia in Iob, V, 67, citato in Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005, p. 313.

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Che fretta abbiamo? (Dice il monaco, CXXXIII)

Scrive Atanasio, vescovo di Alessandria, intorno al 360, riferendo le parole di Antonio a proposito dei demoni che insidiano il monaco in solitudine – ma non soltanto lui – suggerendo previsioni:

Anche i medici, che hanno esperienza delle malattie, se vedono in alcuni la stessa malattia che hanno visto in altri, bassandosi sulla loro consuetudine con quel tipo di male, possono fare previsioni. Anche chi guida le navi e i contadini, quando vedono il cielo, sanno predire, grazie alla loro esperienza, se vi sarà tempesta o bel tempo, ma non per questo si può sostenere che abbiano fatto tali previsioni per ispirazione divina, ma solo in base all’esperienza e alla consuetudine. Perciò, anche se i demoni, congetturando, predicono qualcosa di simile, non li si deve ammirare, né prestar loro attenzione. Che utilità c’è, per chi li ascolta, a saper da loro, alcuni giorni prima, quel che accadrà? Che fretta abbiamo di conoscere queste cose, anche se sono vere? Non giova certo a renderci virtuosi, né è segno di una buona condotta. Nessuno di noi viene giudicato per non aver saputo alcune cose e nessuno viene proclamato beato perché le ha sapute e le conosce, ma su questo ciascuno viene giudicato: se ha custodito la fede e se ha osservato fedelmente i comandamenti.

♦ Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 33, 3-6, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 121.

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Quando funziona (Dice il monaco, CXXXII)

Dice Erik Varden, monaco cistercense, già abate del monastero trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra, dal 2020 vescovo di Trondheim, in Norvegia:

Chiunque abbia modo di vedere una comunità monastica procedere verso la chiesa per celebrare il vespro resta colpito dalla sua uniformità. I monaci indossano gli stessi abiti, tengono lo stesso passo, replicano gli stessi gesti e, idealmente, cantano intonati. Ma chi conosce una comunità in prima persona, tuttavia, è colpito dalla sua varietà, spesso francamente improbabile. C’è qualcosa nella vita monastica che, quando questa funziona, libera il carattere. Per anni ho riflettuto su una cosa che Ingmar Bergman una volta disse dei suoi film: l’elaborazione di materiale complesso richiede rigore della forma. La vita monastica offre a coloro che sono chiamati a viverla una struttura formativa che consente alla personalità di prosperare.

♦ Erik Varden, Schola Dei o schola DEI? A lezione da san Benedetto, in «Vita e Pensiero», CVIII, 3, maggio-giugno 2025, pp. 57-68.

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O grande fiume (Dice il monaco, CXXXI)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1130:

Sarebbe lungo dimostrare a una a una le vanità di questo mondo. Sappi tuttavia che di tutte queste cose che vedi, nulla è permanente, ma tutte passano e ritornano là dove sono nate. Come hanno un inizio, tutte le cose hanno anche una fine, ma vi si affrettano diversamente e non ugualmente vi arrivano. Alcune sono sorte di recente, altre sono già perite da tempo, altre transitano nel mezzo, altre ancora seguono quelle già nate, eppure tutte scorrono insieme e tendono a un unico luogo. O grande fiume, dove sei trascinato? La tua sorgente è piccola, sgorghi da una fonte esigua, scaturisci da una modesta vena. Corri e ingrossi, discendi e sei assorbito. Corri, ma verso il basso; ingrossi, ma verso la rovina: vieni e passi, e tuttavia defluisci, e sei assorbito. O vena che non ti esaurisci, o corso che non trovi riposo, o abisso che non ti colmi! Quanto la vanità sottomette! Quanto la mortalità trascina, tanto la morte insanabile inghiotte!

Quantum vanitas subjicit! Quantum mortalitas trahit, tantum insanabilis mors deglutit!

♦ Ugo di San Vittore, De vanitate mundi, PL 176, 711 A-B.

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Qualche speciale notizia (Dice il monaco, CXXX)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1125:

Non sottovalutare nessuna forma di sapere, perché ogni scienza ha valore. Se hai tempo, non esimerti dal leggere i libri che ti si presentano: anche se non ne trarrai particolare utilità, tuttavia non ne avrai nemmeno danno, perché, a mio avviso [secundum meam exsistimationem], non esiste uno scritto che non proponga qualcosa di interessante, qualora sia esaminato a tempo e luogo debito: potrebbe contenere qualche speciale notizia [aliquid speciale], che il lettore avveduto [diligens scructator] potrà apprezzare con tanto più gradimento, quanto più preziosa e singolare sarà l’informazione.

Non è un bene tuttavia ciò che impedisce il meglio: se non ti è possibile leggere tutti i libri, leggi quelli che ti sono più utili. Anche se potessi leggere tutto, non dovresti mai mettere in tutte le letture lo stesso impegno: vi sono alcuni libri che bisogna leggere, affinché non ci siano del tutto ignoti, di altri invece dobbiamo formarci almeno un giudizio, poiché talvolta si rischia di sopravvalutare proprio ciò che si ignora, e si giudica meglio quando si ha qualche conoscenza degli argomenti.

♦ Ugo di San Vittore, Didascalicon, III, 13, introduzione, traduzione e note di V. Liccaro, Rusconi 1987, p. 138.

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Le cose che gli uomini non sono in grado di dire né di fare (Dice il monaco, CXXIX)

Dice Ivo di Chartres nella sua sterminata Panormia («raccolta di tutte le leggi»), compilata tra il 1092 e il 1095 sulla base di tutte auctoritates a lui note:

Bisogna sapere che, poiché la loro natura è aerea, i demoni superano facilmente in sensibilità i corpi terrestri. E anche in velocità, a causa della superiore mobilità del corpo aereo, superano incomparabilmente non solo la corsa di tutti gli esseri, sia uomini che bestie, ma anche il volo degli uccelli [verum etiam volatus avium incomparabiliter vincant]. Dotati di queste due qualità, che sono connesse al corpo aereo, cioè l’acutezza dei sensi e la velocità di movimento, predicono o annunciano molto prima che siano conosciuti fatti di cui gli uomini si meravigliano a causa della lentezza dei loro sensi terrestri. Per via della loro lunga esistenza, inoltre, i demoni hanno anche un’esperienza delle cose di gran lunga maggiore di quella che gli uomini possono ottenere, stante la brevità della loro vita. Grazie a questi poteri efficaci che la natura del corpo aereo ha loro conferito, i demoni non solo predicono molti eventi futuri, ma compiono anche molti prodigi, e poiché queste cose gli uomini non sono in grado di dire né di fare [quae quoniam homines dicere ac facere non possunt], alcuni li ritengono degni di essere serviti e di ricevere onori divini, e la colpa è soprattutto della curiosità, dell’amore per la falsa e terrena felicità e della gloria temporale.

♦ Ivo di Chartres, In che modo i demoni predicono il futuro, in Panormia, VII, 68.

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Tanto più care (Dice il monaco, CXXVIII)

Dice Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus:

Sembra che le reliquie dei santi non siano da venerare. Infatti: 1. Nulla dobbiamo fare che sia occasione derrore. Ma onorare le reliquie dei morti può somigliare allerrore dei gentili che praticavano il culto dei morti. Dunque non si devono onorare le reliquie dei santi. 2. È stolto venerare cose insensibili. Ma le reliquie dei santi sono cose inanimate. Dunque è stolto venerarle. 3. Un corpo morto è specificamente diverso dal corpo vivo e quindi non è numericamente identico. Dunque dopo la morte il corpo dei santi non può essere venerato.

In contrario nel De Ecclesiasticis Dogmatibus si legge: «Noi crediamo che si debbano venerare con tutta sincerità i corpi dei santi e principalmente le reliquie dei martiri, come membra di Cristo». Poi continua: «Se qualcuno vuol porsi contro questa dottrina, non è seguace di Cristo ma di Eunomio e di Vigilanzio».

Rispondo: S. Agostino scrive: «Se le vesti del padre, un anello o altre cose simili sono tanto più care ai posteri quanto più grande è il loro affetto verso i parenti, in nessun modo è da disprezzarsi il corpo che noi ci portiamo come più intimo e più unito di qualsiasi veste, quale elemento costitutivo della stessa nostra natura umana». Da questo risulta che se si ama una persona, si onora dopo la sua morte anche quello che rimane di lei, non solo il corpo o le parti del corpo, ma anche le cose esterne come le vesti e altri oggetti consimili.

♦ Tommaso d’Aquino, Se siano da venerare le reliquie dei santi, Somma teologica, p. III, q. XXV, a. 6.

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Una cordialità inestinguibile (Dice il monaco, CXXVII)

Dice abba Isaia, monaco bizantino, all’inizio del XIII secolo, componendo un florilegio di storie, detti e insegnamenti tratti dalle raccolte tradizionali dei Padri del deserto:

Chi è il monaco vero, sincero e saggio? È colui che è riuscito a serbare una cordialità inestinguibile fino al suo ultimo giorno, che con pazienza ha portato fino alla morte il fardello della vita, che ha dato sempre ascolto a se stesso aggiungendo fervore a fervore, fuoco dell’anima a fuoco dell’anima, sforzo a sforzo.

♦ Gli insegnamenti dell’abba Isaia alla beata monaca Teodora, 155, in Meterikon. I detti delle madri del deserto, a cura di L. Coco, traduzione di A. Sivak, Garzanti 2024, p. 168.

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Non so come mai (Dice il monaco, CXXVI)

Dice Giovanni Climaco, eremita e poi cenobita, verso la metà del VII secolo:

Perché spesso succede che, quando mangiamo in abbondanza e siamo sazi di cibo, riusciamo a vegliare con la mente lucida, e quando digiuniamo e soffriamo la fame, crolliamo miseramente nel sonno? Perché, quando restiamo nell’esichia e nella solitudine, i nostri cuori s’induriscono, e quando stiamo in compagnia di altri, raggiungiamo la compunzione? Perché, quando siamo affamati, siamo tentati durante il sonno, e quando siamo satolli, non subiamo tentazioni? E perché, quando siamo nell’indigenza, diventiamo tenebrosi e incapaci di compunzione, e quando beviamo del vino, diventiamo radiosi e inclini alla compunzione?

In queste cose, chi dal Signore ne ha ricevuto la capacità, illumini chi è senza luce, perché noi su tali questioni non siamo stati illuminati. Possiamo soltanto dire che alterazioni come queste non sono sempre frutto dell’azione dei demoni, ma a volte anche del temperamento che ciascuno di noi ha ricevuto e di questa pinguedine sordida e golosa che – non so come mai – ci avvolge.

♦ Giovanni Climaco, La scala, XXVI/2, 14, traduzione e note di L. d’Ayala Valva, introduzione di J. Chryssavgis, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2005, pp. 383-84.

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