Archivi categoria: Cisterciensi

Radunati in un sol corpo (i Cistercensi)

 Dal punto di vista economico, l’Ordine cistercense rappresenta, nella pratica di quella che tocca chiamare «gestione quotidiana», un momento di rottura rispetto alla società feudale: conduzione diretta della proprietà fondiaria, ricorso al lavoro salariato, rifiuto delle decime e allineamento al movimento di autonomia comunale; mentre dal punto di vista istituzionale il documento fondativo dell’Ordine, la Charta Charitatis (la cui messa a punto copre un arco di tempo che va dal 1119 al 1165), rappresenta «la prima carta costituzionale europea di democrazia a partecipazione diretta», «un originalissimo organismo giuridico escogitato con l’intento di salvaguardare l’autonomia delle singole abbazie e, nello stesso tempo, di conservare l’unità dell’Ordine e l’uniformità della vita monastica».

Per conoscere un po’ più in dettaglio questi ed altri aspetti organizzativi, che, va ricordato, hanno la loro origine oltre che nello «spirito dei tempi», in una rinnovata volontà di adesione al dettato della Regola benedettina e soprattutto a quello del Nuovo Testamento, mi è stato di grande utilità il volume, ancorché di non facilissima reperibilità, di Federico Farina e Igino Vona1. Dopo aver riprodotto e commentato i due documenti fondamentali dell’Ordine, l’Exordium Parvum e, appunto, la Carta di Carità, i due studiosi ricostruiscono il concreto sviluppo della vita per così dire sociale dei Cistercensi facendo perno sui «due pilastri dell’organizzazione dell’Ordine», cioè la visita canonica dell’abate-padre alla casa-figlia, cioè la visita che l’abate di un’abbazia faceva regolarmente a tutti i monasteri che da quell’abbazia erano derivati per «filiazione», e sul Capitolo generale, cioè l’assemblea annuale degli abati di tutti i monasteri affiliati all’Ordine che si teneva a Cîteaux, il Novum monasterium, la culla dell’Ordine: con tutta evidenza i due studiosi, infatti, hanno esplorato minuziosamente gli immensi volumi degli Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis ab anno 1116 ad annum 1786, in cui sono raccolti e consegnati ai fortunati e interessati posteri i verbali e le decisioni di quelle assemblee…

Non posso, e non è molto intelligente, cercare di riassumere qui in poche righe ciò che è stato esposto con ordine e ampiezza di citazioni, ma vorrei almeno esprimere il senso di meraviglia che suscitano queste nozioni. Penso anzitutto alle dimensioni di quell’assemblea, ai numeri (ricordando che «il numero delle fondazioni cistercensi resta una caso unico nella storia»): «Gli abati [seduti in ordine cronologico di fondazione] che nel 1116 erano quattro [oltre a Cîteaux, La Ferté, Pontigny, Clairvaux e Morimond], salirono a dodici nel 1120, a quaranta nel 1130, a trecento nel 1150, con un crescendo sempre maggiore fino a sfiorare il migliaio nel periodo aureo della storia dell’Ordine» – e vogliamo pensare ai «problemi logistici» di tali consessi2… Penso ai viaggi che tale impostazione comportava, una ininterrotta circolazione continentale di persone che coprivano distanze ragguardevoli (gli abati più lontani potevano partecipare con scadenze diverse, fino a una volta ogni sette anni per gli abati di Palestina, Siria e Cipro), affrontando talvolta inconvenienti non piccoli e di cui c’è traccia nei verbali. E poi le conversazioni, di persone che parlavano la stessa lingua e che in quella lingua di certo discutevano di «cose divine»3, ma si scambiavano anche notizie e informazioni su come far «funzionare le cose»: noi abbiamo usato questa pianta, noi per cucire facciamo così, noialtri in cucina abbiamo adottato questo e quest’altro, le mele le conserviamo così, abbiamo scoperto che, il nostro maestro dei novizi procede in questo modo, ecc. ecc. O quando ad esempio un’abbazia ne fondava un’altra i monaci che si trasferivano nel nuovo sito si portavano dietro, oltre a regole e consuetudini, magari anche qualche pianticella, qualche seme o vitigno.4 Penso ancora all’espressione rituale con la quale si dava inizio al Capitolo: «Loquamur de Ordine nostro», parliamo del nostro Ordine, parliamo di noi, frase che peraltro era d’uso nei capitoli quotidiani delle singole abbazie e dalla quale traspare quella riservatezza e quel vago orgoglio di appartenere a qualcosa di nuovo di cui furono accusati.

Certo, molte, moltissime deliberazioni riguardano dispute e controversie, complicazioni in caso di rinunce, elezioni contestate, denunce e dimissioni, precedenze, diritti acquisiti, prerogative, antagonismi tra abbazie5, faccende tributarie, e così via. Quante volte la questione è introdotta da: «Il Capitolo generale è venuto a conoscenza che…» E lo stesso Capitolo vedrà ridursi il proprio potere e crescere ovunque problemi di ogni genere, e dopo verrà la decadenza. Dopo.

Ma come non guardare ancora oggi con estremo interesse a quello slancio iniziale, collettivo e unitario al tempo stesso? A quella singolare forma di «Prima Internazionale», a quella «presenza intessuta a tela di ragno», che fa dire ai due studiosi: «Senza peccare di irriverenza pensiamo che alla mirabile sintesi teologica ubi Petrus ibi Ecclesia, si possa aggiungere, in retrospettiva storica per la durata di oltre un secolo: ubi Ecclesia ibi Cistercium».

______

  1. Federico Farina e Igino Vona, L’organizzazione dei Cistercensi nell’epoca feudale, prefazione di G. Andreotti, Edizioni Casamari 1988.
  2. «Una precisa e minuziosa prescrizione regolava il tempo di entrata nel monastero di Cîteaux, di permanenza (da due a cinque giorni), di partenza, prevedeva per ciascun abate un solo accompagnatore che non poteva essere un monaco ma un converso e due cavalcature, ad eccezione di Savigny che aveva il diritto a tre cavalcature.»
  3. «Già nel 116 “l’abate Stefano stabilì di convocare, in un giorno determinato, i pochi abati di Cîteaux, perché, radunati in un sol corpo, dall’incontro e dallo scambio di opinioni di tutti, formassero una sola anima, e, come all’inizio della Chiesa la moltitudine dei credenti era un cuor solo ed un’anima sola, così pure fosse sempre per i monaci cistercensi; e quantunque, poi, si fossero diffusi per tutto il mondo, facilmente, da questo incontro avrebbero potuto ritrovare la possibilità di pacificazione in caso di discordia”.»
  4. «I monasteri cistercensi, che godevano di larga autonomia di azione, furono in grado di adattarsi alle esigenze ed ai bisogni di vita dei vari paesi e, pur nella solitudine, riuscirono a dare un forte contributo e ad incidere sull’epoca come mai era riuscito a fare il monachesimo prima di allora.»
  5. «In modo particolare brillava di prestigio l’abate di Clairvaux che, godendo di una rappresentatività schiacciante ed esorbitante nei confronti delle altre filiazioni, si trovò ad esercitare una reale azione di guida per le altre e di controllo nei confronti dell’abate di Cîteaux.»

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

La salute delle loro persone (Voci, 37)

 Anno a Domini millesimo quadringentesimo trigesimo nono, statuta sunt haec apud Cistercium in Cisterciensis Ordinis Capitulo generali, cioè questi sono gli Statuti del Capitolo Generale dei Cistercensi riunitosi a Cîteaux nel 1439 (definizione generale 26).

* * *

Poiché quasi tutti gli abati dell’Ordine sopportano malvolentieri e si lamentano di dover partire per il Capitolo Generale in un momento in cui sono presi dalle messi, dalla vendemmia, dalla semina delle terre e dalla raccolta degli altri beni di cui si vive durante tutto l’anno, e dato che il tempo stesso in cui viene celebrato il Capitolo Generale sembra il meno opportuno perché, di solito, in quella stagione quasi dappertutto infieriscono pestilenze e guerre, e in alcun modo è sicuro per nessuno, in particolare per religiosi ecclesiastici, attraversare i campi e viaggiare in regioni lontane, il presente Capitolo Generale vuole provvedere con lungimiranza alla prosperità e alla pace dei monasteri dell’Ordine e alla tranquillità degli abati e alla salute delle loro persone. Considerate le ragioni e le cause sopra esposte, seriamente proposte dai suddetti abati, e avendo infine considerato che se, per l’avvenire, il Capitolo Generale venisse celebrato durante i tre giorni delle Rogazioni [fine aprile], ai suddetti abati non rimarrebbe alcun pretesto per esentarsi, perché con certezza i giorni delle Rogazioni cadono sempre nel tempo in cui i giorni sono propizi a cavalcare o a camminare, dal momento che né il calore eccessivo né il freddo prevalgono; e considerato anche che tutti gli abati di qualsiasi nazione, partendo dai propri monasteri dopo la festività della Pasqua, possono raggiungere Cîteaux prima dei giorni delle Rogazioni e, poi, ritornare ed essere presenti nei loro monasteri per la raccolta dei frutti; e poiché in questa stagione non cominciano ancora a infierire le pestilenze, le sementi della terra non sono ancora mature e non è giunto il tempo in cui i re e gli armati sogliono uscire in guerra, il Capitolo Generale stabilisce, ordina, definisce che d’ora in poi il tempo e il termine per celebrare l’annuale Capitolo Generale venga mutato e anticipato ai suddetti giorni delle Rogazioni, e d’ora in poi modifica e trasferisce allo stesso termine e tempo che, secondo la Carta di Carità e gli altri statuti dell’Ordine, sia apostolici che regolari, si celebri annualmente e indefettibilmente presso Cîteaux, come è stato celebrato finora, il Capitolo Generale, al quale, secondo il tenore dei suddetti statuti, saranno tenuti a partecipare tutti gli abati dell’Ordine. Il primo giorno del Capitolo, che soleva essere il giorno 12 del mese di settembre, sarà il primo giorno delle Rogazioni, in qualsiasi mese possano ricorrere i suddetti giorni, e in quel primo giorno si celebreranno due messe in ogni monastero dell’Ordine, la prima delle quali sarà per il digiuno e la seconda per l’ingresso nel Capitolo dello Spirito Santo, e successivamente si celebreranno trenta giorni dopo la fine del Capitolo, come tutte le altre cose che sono state osservate finora saranno osservate dopo la fine del Capitolo stesso. Il presente Capitolo Generale comanda severamente a tutti e a ciascuno degli abati dell’Ordine, pena la disobbedienza e le altre pene stabilite nei suddetti statuti pubblicamente noti, di partecipare al Capitolo; inoltre cancella, annulla e revoca qualunque esenzione o grazia sia stata concessa a qualcuno di essi, ordinando che si presentino personalmente per il giorno delle Rogazioni al Capitolo che si celebrerà a Cîteaux, oppure, essendone impediti da una delle circostanze stabilite dagli statuti, vi mandino qualcuno che, legittimamente, possa lavorare alla necessaria riforma dell’Ordine stesso e accettarne le decisioni sul modo di difendere i privilegi, le libertà e i diritti dell’Ordine, che – ahinoi! – vengono minacciati ovunque e sono soggetti a una lamentevole desolazione.

♦ Statuta Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis ab anno 1116 ad annum 1786, t. IV, a cura di J.-M. Canivez, Louvain 1936, pp. 468-470. Citato parzialmente in Federico Farina e Igino Vona, L’organizzazione dei Cistercensi nell’epoca feudale, Edizioni Casamari 1988, pp. 157-58. (Chiedo comprensione per le parti, poche, che ho tradotto io.)

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Voci

Chi, se non noi monaci?

Talvolta, quando leggo «Vita Nostra», il semestrale dell’Associazione «Nuova Cîteaux», ho l’impressione, se non proprio di spiare dal buco della serratura, quantomeno di essere un ospite che ascolta una conversazione alla quale non era stato invitato. Non è l’organo ufficiale dell’Ordine Cistercense (dei suoi due rami) a uso interno, si tratta, in fondo, di una pubblicazione, tuttavia la mia sensazione è quella, poiché la quasi totalità degli articoli che vi vengono appunto pubblicati deriva da occasioni interne all’Ordine, spesso strettamente interne, come le «settimane di formazione», le lettere circolari, le «commissioni liturgiche», ecc. È una rivista scritta da monaci e monache che si rivolgono ai propri confratelli e consorelle, quindi, come si può immaginare, di eccezionale interesse per avere un’idea di cosa (alcun)i monaci e monache (cistercensi) di oggi pensano di se stessi e della loro scelta di vita.

Il primo numero del 2024, dal punto di vista sopra indicato, è assai notevole. A cominciare da alcune riflessioni dell’abate generale (ocso) Bernardus Peeters, sollecitate dalla domanda di un postulante che l’ha colto di sorpresa: «Qual è il vantaggio, per me e per la comunità, di appartenere a un Ordine?» La risposta dell’abate è concreta: «È un corpo grazie al quale siamo chiamati a sostenerci gli uni gli altri». E a riprova cita tre casi specifici di aiuto materiale: una colletta internazionale per una comunità in difficoltà («voi avete donato con generosità»); una visita a una comunità lungamente rimandata a causa di una guerra («la cerimonia ha avuto luogo mentre intorno continuavano i combattimenti»); l’ondata di solidarietà in seguito alla morte improvvisa di un abate («il fatto che noi fossimo là come comunità dell’Ordine»). È nella crisi che il legame di carità dell’Ordine si dispiega al massimo grado: «È proprio questo il momento in cui abbiamo disperatamente bisogno l’uno dell’altro come comunità».

A seguire con l’intervento di m. Cristiana Piccardo sul servizio abbaziale, sulle difficoltà del dialogo intra-comunitario, tra «aggiornamento» e rispetto degli Usi e delle Osservanze (come far convivere, ad esempio, lo stimolo al dialogo con l’osservanza del silenzio?) e sulla secolare dialettica tra libertà e obbedienza («la libertà aderisce a… ciò che è giusto e nato dalla ricerca sincera del bene comune»). A seguire ancora con le pacate rivendicazioni di Patrizia Girolami (ocso) in tema di liturgia: «Chi, se non noi monaci, possiamo gustare e testimoniare la bellezza della liturgia? Chi, se non noi monaci, possiamo riscoprirne il senso teologico e aiutare gli altri a riscoprirlo? Chi, se non noi monaci, possiamo offrire, oggi, la possibilità, a chiunque lo voglia, di vivere il mistero della liturgia?»

Per giungere infine, sorvolando su due articoli sull’esperienza di Tibhirine e sull’«attualità» di Guglielmo di Saint-Thierry che meritano un discorso a parte, all’articolo di Monica Della Volpe (ocso), estremamente significativo a partire dal titolo programmatico: Quali aspetti del nostro carisma potrebbero aiutare il monachesimo italiano a un rinnovamento e a rispondere alle sfide di oggi, non privo di punte più o meno velatamente polemiche (Bose, il sacerdozio dei monaci, il cosiddetto monachesimo urbano, le monache camaldolesi, Civitella, anche Viboldone e le «grandi abbazie benedettine [che] sembrano piuttosto soffocate dal peso di una storia») e che attacca con una presa di posizione inequivocabile: «La vita monastica ha avuto una sua resistenza, basandosi su usi e osservanze la cui validità era comprovata da secoli, ed è arrivata sino a oggi, talvolta però in condizioni pietose; dove è conservata, più che rinnovata, sembra tirare gli ultimi respiri». Il discorso si fa da qui complesso e delicato, e io, osservatore impreparato e non invitato, o mi fermo o ci penso bene prima di proseguire.

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Dalle riviste

Scrivere lettere, che traffico! (Dice il monaco, CXVIII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, scrivendo al canonico Ogero, nel 1125:

E la mania di scrivere ci tiene tanto più impegnati, quanto più è faticosa, dato che, mentre neppure quando siamo presenti riusciamo a dire l’un l’altro facilmente quello che vogliamo, ci tocca in più, quando ci volgiamo agli assenti, dover esprimere accuratamente l’uno all’altro sia ciò che ci chiediamo reciprocamente sia ciò di cui siamo richiesti. Quando perciò, standoti lontano, penso, detto, scrivo e t’invio ciò che tu leggendo possa ricevere come se mi stessi accanto, dove va a finire la quiete, dove la pace del silenzio? «Ma questo – mi dirai – lo puoi fare anche stando in silenzio.» Ci sarebbe da meravigliarsi se proprio questa fosse la tua opinione in risposta alla mia. Non lo sai quale agitazione infuria nel cervello di chi detta, dove rumoreggia una caterva di espressioni, dove s’affolla una gran varietà di discorsi e diversità di significati, dove spesso si getta via ciò che viene sotto mano e si va in cerca di ciò che t’è scappato via? Dove si pone mente con ossessiva attenzione a ciò che sembra più bello secondo la forma o più logico secondo il contenuto, a che cosa sia più facilmente comprensibile o più giovevole alla buona coscienza e persino a ciò che va detto prima e ciò che va detto dopo, e a molte altre cose che i dotti son soliti considerare con estrema cura in queste occasioni? E in questo tu osi dirmi che c’è la quiete? E tu puoi chiamare silenzio questo stato di cose, anche se la lingua rimane ferma?

♦ Bernardo di Chiaravalle, Lettera LXXXIX, 1, in Lettere, Parte prima 1-210, introduzione di J. Leclercq, traduzione di E. Paratore, commento storico di F. Gastaldelli («Opere di San Bernardo», VI/1), Città Nuova 1986, pp. 443-445. (La lettera, con la quale Bernardo si rifiuta di rispondere ad alcune questioni di teologia scolastica poste da Ogero, contiene tra l’altro la famosa, e per certi versi famigerata, frase a effetto con cui, appunto, Bernardo motiva il suo rifiuto: «Poiché non è ufficio di un monaco, quale pare che io sia, o meglio di un peccatore quale sono in realtà, insegnare, ma piangere».)

1 Commento

Archiviato in Cisterciensi, Dice il monaco

Questo (Augustine Roberts, pt. 3)

ConfiguratiACristo (la prima parte è qui, la seconda qui)

La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».

Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.

Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».

Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».

Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).

Questo, e non tutto il resto.

(3 – continua)

______

  1. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Inemarginabile (Augustine Roberts pt. 1)

LibroDellaTrappa Come nella migliore tradizione la vicenda è cominciata con un libro adocchiato su una bancarella. Figuriamoci: Il libro della trappa, di un tale Agustín Roberts1, comprato all’istante, anche con lo stupore che esistesse un libro con un titolo del genere – che infatti si rivelerà essere un «titolo editoriale» di un originale ben diverso, Hacia Cristo. Apertolo all’impiedi davanti alla bancarella medesima, si è presentato con un’avvertenza dal tono e soprattutto dal contenuto assai singolari, che hanno acceso immediatamente il mio interesse. Nella «Nota di edizione» a pagina 9 ho letto infatti che le suore trappiste di Vitorchiano avevano contattato l’editore circa la possibilità di pubblicare in italiano il libretto, assai utile per le postulanti, che loro lo «avrebbero anche semplicemente ciclostilato in un numero limitato di copie»; l’editore aveva letto e valutato, e scoperto che il testo «forse più di ogni altro poteva far conoscere in cosa consiste lo svolgersi quotidiano della vita contemplativa».

E qui la nota prendeva una piega inattesa. L’editore infatti riteneva che il testo potesse essere di grande utilità a «tutti coloro che con onestà vogliono fare un passo nella comprensione di un avvenimento che questa società vorrebbe emarginare, ma che di fatto è inemarginabile. L’inemarginabile dall’ideologia di questo mondo è in fondo il contenuto di questo libro». Perbacco! Anche se penso che oggi, passati altri cinquant’anni da quelle parole, «questo mondo» (ammesso che esista una concreta entità corrispondente a tale concetto) in realtà non voglia «emarginare» il monachesimo, ma sia in sostanza indifferente al suo destino (a patto che si possano visitare i monasteri e i relativi gift shop abbiano un orario decente), l’affermazione non poteva non colpirmi.

La prefazione dell’autore, che seguiva la nota dell’editore, affermava che si trattava di «uno studio sul significato dei voti monastici, precisamente come espressione della dinamica benedettino-cistercense. Poiché questa dinamica contemplativa è nel cuore di ogni uomo, speriamo che esse siano di profitto generale». La prefazione era datata «Azul, 1970», cioè, come ho appreso in seguito, dal monastero trappista di Nuestra Señora de Los Ángeles di Azul, a circa 300 chilometri a sud di Buenos Aires, del quale p. Roberts era stato abate dal 2000 al 2008, dopo essere stato per quattro anni procuratore generale dei cistercensi della stretta osservanza presso la Santa Sede.

Insomma, Agustín Roberts, nato Bruce nel 1932, quindi John nel 1953, novizio presso l’abbazia di Spencer, nel Massachussetts, e infine Augustine (poiché c’era un altro John nel monastero) monaco professo nel 1958 «è stato una delle figure più significative e influenti del monachesimo cistercense della seconda metà del XX secolo, quasi sconosciuto al di fuori del suo Ordine». E qualche mese dopo avevo in mano Configurati a Cristo, il corposo volume di 450 pagine2 che rappresenta il punto di arrivo di numerose edizioni e revisioni di quel primo testo, nato in forma di appunti nel 1967, e la cui lettura è stata di estremo interesse e utilità per cogliere dall’interno gli aspetti più importanti di quella che ancora e sempre pare una scelta di difficile comprensione.

Ma a questo punto è lecito domandarsi: Augustine Roberts, chi era costui?

(1-segue)

______

  1. Agustín Roberts, Il libro della trappa. Orientamenti pratico-dottrinali sulla professione monastica, traduzione di F. Mazzariol, Jaca Book 1976.
  2. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Inter nos

I saggi densi e dotti, e un po’ accidentati, di Guido Cariboni sui cistercensi dei secoli XII e XIII1 hanno suscitato di nuovo in me alcune considerazioni, un po’ naïf e confuse, che rimandano al sottotitolo di questi appunti, quegli «occhi laici sul pianeta monaci» che, con altra accuratezza, sono poi lo sguardo che gli storici depongono sul monachesimo, osservandolo come «fatto» in mezzo ad altri «fatti». E già qui si potrebbe discutere sulla legittimità, o quanto meno sulla significatività, di tale sguardo quando prescinde dal «contenuto» religioso. A questa domanda rispondo nel modo seguente. Meno male che ci sono gli storici! Che proprio in virtù di quell’«in mezzo» studiano e ricostruiscono il fenomeno del monachesimo in rapporto agli altri fenomeni, giacché tale rapporto è sempre esistito, in forme più o meno estese e intense (con la parziale eccezione forse dei certosini); al lettore laico non professionista, invece e d’altra parte, è consentito avvicinarsi al monachesimo come se fosse un fenomeno per certi versi astorico e imprescindibile dal contenuto di fede.

E poi. Le vicende istituzionali dei cistercensi dimostrerebbero ancora che, per semplificare, la quantità uccide la qualità. L’estensione numerica e territoriale dell’Ordine porta infatti tensioni, allontanamenti dall’ideale, impulsi ricorrenti di riforma e di «ritorno alle origini» (e anche qui non può non venire in mente il detto certosino: «Cartusia numquam reformata quia umquam deformata» – bella forza, potrebbe persino pensare il cluniacense spazientito, siete quattro gatti). Dunque nella realizzazione pratica dell’aspirazione a Dio, di una forma di vita ispirata alla carità, esiste un punto di equilibrio che starebbe tra il singolo (l’eremita, perennemente esposto alle illusioni) e la massa, che porta con sé inevitabilmente deformazioni, divisioni e conflitti? Forse non soltanto nell’aspirazione a Dio, ma nella vita in comune in generale? Il piccolo gruppo, i cui membri si scelgono liberamente, essendo l’unica via possibile? La chiave del suo «funzionamento» essendo l’accordo delle volontà che può nascere solo dall’esiguità della compagine (l’unanimitas che era uno dei cardini dell’ideale cistercense)? Si può estendere questo concetto, e come, quando si è in tanti? C’è qui una lezione sul numero? (E già, arriva lui, dopo secoli di pensiero politico al riguardo…)

E quale può essere il rapporto tra piccoli gruppi? O tra il piccolo gruppo e il «grande gruppo»? Mi ha sempre colpito rispetto a ciò il trattamento della segretezza presso i cistercensi delle origini: come era percepita e come la vivevano loro stessi (in questo sovente aiutati dalla collocazione reclusa dei loro «nuovi monasteri»). Scrive ad esempio nella prima metà del XII secolo il cistercense Idungo, nel suo Dialogo di due monaci, rivolgendosi a un «collega» cluniacense: «L’elezione e la deposizione degli abati del vostro ordine, insieme ad alcune cause ancor più difficili, sono trattate dai vescovi, quasi in pubblico, contro il decoro della religione monastica; presso di noi, invece, questi problemi sono risolti tra di noi e da noi di nascosto [apud nos, inter nos, et a nobis in secreto], con convenienza per l’ordine». Sembra quasi che Idungo stia evocando gli arcana imperii… E d’altra parte, Oderico Vitale nella sua Storia ecclesiastica, completata sempre nella prima metà del XII secolo, scrive: «[I cistercensi] serrano le loro porte e nascondono i loro luoghi appartati con massima cura [secreta sua summopere celant]. Non ammettono nei loro penetrali un monaco di un’altra chiesa, né gli permettono di entrare con loro nel luogo della preghiera per la messa o per altri servizi liturgici». Ma quali tratti può avere, oggi, un’idea, se non un’applicazione, «sana» della segretezza?

La storia dei cistercensi, soprattutto nei primi secoli di vita dell’Ordine, e in particolare dopo la morte di Bernardo, è quasi un laboratorio in cui si può osservare con estremo interesse, tra le altre cose, il rapporto di tensione – quasi istantanea, verrebbe da dire – che si crea tra ideali e realtà, e anche tra legge e prassi. Come dimostrano con attenzione minuziosa i saggi di Guidi Cariboni, di almeno uno dei quali proverò a dare conto in seguito.

______

  1. Guido Cariboni, Il nostro ordine è la Carità. Cistercensi nei secoli XII e XIII, Vita e Pensiero 2011.

2 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Pensierini

Una buca nel terreno

C’è una breve nota posta tra parentesi, quasi di sfuggita, nel testo di Georges Duby dedicato a san Bernardo che mi ha colpito particolarmente: un dettaglio biografico che non conoscevo, assai crudo, dato senza fonte, ma di non difficile reperibilità. Deriva infatti dal capitolo VIII della Vita di san Bernardo di Chiaravalle di Guglielmo di Saint-Thierry, un capitolo di estremo interesse intitolato Della grande severità della sua vita, e della sua indefessa applicazione in mezzo ai continui intralci dovuti alla sua salute compromessa (De magna vitae ejus severitate, et indefesso inter continua fractae valetudinis incommoda laborandi studio). Ecco il passo in questione:

«Alcuni medici lo visitarono e trovarono ammirevole il suo modo di vivere, dicendo che imponeva alla sua natura sforzi simili a quelli di un agnello attaccato a un aratro e forzato a lavorare. Il suo stomaco distrutto gli faceva vomitare frequentemente il cibo crudo che non aveva potuto digerire, cosa che cominciò a mettere a disagio gli altri, in particolar modo durante l’ufficio nel coro; nondimeno non abbandonò del tutto il consesso dei fratelli, ma, avendo fatto scavare una buca nel terreno, vicino al suo posto, soddisfò in tal modo finché poté quella penosa necessità.»1

In quella «buca nel terreno» («in terra receptaculo») si raccoglie anche, se così si può dire, simbolicamente, la mia complicata «ammirazione» per san Bernardo (e sarebbe necessario definire con accuratezza cosa significa provare ammirazione per una figura lontana nel tempo, il cui profilo ho composto mettendo assieme frammenti di una conoscenza approssimativa). Al di là, infatti, della banale osservazione che non sono acceso dalla medesima fede, molti sono gli aspetti che mi dovrebbero allontanare da lui: e invece. E invece l’attrazione è lì, innegabile, per un essere umano perennemente in rivolta contro se stesso e il mondo («contro tutto», dice Duby), e tuttavia instancabilmente attivo proprio in quel mondo, feroce e dolcissimo, comprensivo ed esigentissimo, umile e consapevole della propria autorità, negligente di sé fino all’autodistruzione e preoccupato della propria traccia lasciata ai posteri – e forse non immune dal desiderio di essere «il migliore».

E mi conforta che lo stesso Guglielmo spenda buona parte del capitolo per una strana «giustificazione» degli eccessi di rigore nel comportamento di san Bernardo; strana perché, mentre ne dichiara più volte l’inutilità, a fronte di quello che Bernardo ha compiuto («nessuno oserebbe condannare colui che Dio giustificò operando con lui e tramite lui tante cose sublimi»), continua a svolgerla, a volte con eleganti giochi di parole: «Se gli imputiamo un eccesso di santo fervore, questo eccesso certamente susciterà il rispetto delle anime pie, e coloro che sono guidati dallo spirito di Dio temeranno di imputare eccessivamente questo eccesso al suo servo».

Ricordando gli anni passati da Bernardo a Cîteaux, Guglielmo ha già fatto un’altra osservazione che mi pare riveli il suo pensiero. Prima di ributtarsi nelle rinunce forsennate, a Cîteaux, infatti, piacque a Dio che Bernardo si sia abituato un po’, uomo lui stesso, a vivere con gli uomini e abbia imparato a comprendere le debolezze umane; che in latino, più concisamente, suona così: «Postquam didicit aliquatenus et consuevit homo cum hominibus esse».

Cioè dopo aver imparato in qualche modo ed essersi abituato a essere un uomo con gli uomini.

______

  1. Cito, traducendo come posso, da La Vie de saint Bernard, par Guillaume de Saint-Thierry, continuée par Arnauld de Bonneval et Geoffroi de Clairvaux, traduit du latin par F. Guizot, nouvelle édition préparée par N. Desgrugillers, Editions Paleo 2010, pp. 55-60.

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi

Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 2/2)

SanBernardoArteCistercense (la prima parte è qui)

«Per capire Fontenay», scrive Duby1, citando l’abbazia «figlia» di Clairvaux, fondata nel 1119 e uno degli esempi più alti dell’architettura cistercense, «in quello che ne forma il significato e il colmo della bellezza, bisogna avvicinarvisi passo passo, per i sentieri della foresta, nella pioggia d’ottobre attraverso i rovi e i pantani, faticosamente.» Occorre quindi raggiungere la radura, che rappresenta il nucleo, la prima conquista del drappello di monaci che si lasciano tutto alle spalle per cercare un luogo, sottratto a forza di braccia alla selva primordiale, dove rintracciare, ricostituire la regolarità dello spirito, la «somiglianza» a Dio smarrita nella «regione della dissomiglianza» che è il mondo con le sue irregolarità.

In realtà non proprio tutto si sono lasciati alle spalle questi monaci: il «soffio dei tempi nuovi» li segue, insieme ad esempio ai progressi tecnici, a una nuova considerazione del lavoro (compreso quello salariato, che viene impiegato) e persino a un diverso rapporto con il denaro come strumento che non viene disdegnato (si produce e si vende, e il ricavato si usa), tutte cose che produrranno una «espansione tumultuosa» e risultati economici ragguardevoli. Li segue, senza che quasi se ne accorgano, il «movimento di rinascita dell’individuo»: le nuove abbazie che sorgono a un ritmo impressionante non sono abitate da una massa indistinta di religiosi salmodianti, bensì da gruppi compatti di individui non ignari della società da cui provengono e non privi di personalità. Nei reparti di uomini che disboscano, bonificano, arano sopravvive quello spirito di cavalleria (lealtà, coraggio, amore), quel gusto per la conquista e in fondo anche per l’avventura che è lo stesso Bernardo ad aver portato a Clairvaux: «San Bernardo non ha mai rivolto il suo sguardo su altri uomini, se non cavalieri, su antichi cavalieri, i monaci di coro, e su gli altri che ha sognato di attirare a sé», dice Duby, e continua: «Bernardo sarebbe stato un cavaliere magnifico. Ma non imparò mai il maneggio delle armi. Se l’avesse fatto forse non si sarebbe mai stornato dal mondo».

Molto si portano dietro anche del monachesimo «vigente»: la scelta cenobitica, l’ascetismo, il rispetto del passato; l’idea è quella di rimettere il monachesimo al suo giusto posto, cioè ai margini: «L’ideologia cistercense, costruita sulla trama del disprezzo del mondo, non vuole aggiungere nulla, taglia, monda, epura, ed è per questa ragione che la costruzione di Cîteaux altra non è che quella di Cluny ripulita». E nei nuovi monasteri, specchio e scuola dove l’uomo giunge alla migliore conoscenza di sé, in nome della misura e dell’equilibrio esteriore ed interiore si distrugge il vecchio uomo e si fa emergere quello che, come si diceva, conserva la somiglianza. Si bonifica l’anima, allo stesso modo in cui si bonifica il luogo: «Una vittoria dell’ordine sul caos, sforzo dell’uomo per spogliarsi della primitiva rozzezza della selva, per ritrovare il posto da lui occupato prima della caduta, prima di smarrirsi nelle regioni di dissomiglianza, dominando le belve e la vegetazione selvaggia.»

Semplificando molto la parte dedicata al declino, in questo progetto di salvezza dell’anima e di edificazione della «città perfetta» c’era secondo Duby una falla, la falla dei fratelli conversi: «Senza accorgersene, i monaci erano sulla via di diventare quello che i fondatori dell’ordine avevano loro prescritto di non essere mai: dei signori» – e fu proprio la popolazione contadina ad allontanarsi per prima dai cistercensi. La vitalità di Cîteaux si raccolse altrove e la loro capacità di interpretare l’evoluzione dei tempi si trasferì ad altri «protagonisti» più in sintonia con tale evoluzione: gli stessi ordini cavallereschi, la Cattedrale, le confraternite, e poi gli ordini, mendicanti.

«La costruzione cistercense è la proiezione di un sogno di perfezione morale», riassume in una formula Duby, e al centro di questa costruzione c’è il chiostro, «crocicchio dell’universo» dove tutto è luce e chiarezza, raffigurazione di un paradiso ricostruito: «Un’area in cui giunge al suo termine l’addomesticamento del caos silvestre, in cui tutto il cosmico ridiventa collezione ordinata, accordo musicale». E non è forse per questo che i chiostri cistercensi piacciono tanto anche oggi, «oggi che ne rimane solo il guscio, che tanto più ci commuove in quanto è perfettamente vuoto»2? Perché quell’ideale, quell’immagine seppur fuggevole allo sguardo del turista, l’hanno conservato?

Ah, dunque esisteva un posto dove… esiste ancora…

(2-fine)

______

  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).
  2. Forse non tutti sarebbero d’accordo su questo «vuoto».

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 1)

SanBernardoArteCistercense Nonostante siano passati quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, o forse proprio per questo motivo, il libro che Georges Duby ha dedicato all’arte cistercense (e a san Bernardo) si legge con grande piacere, e direi anche con grande profitto1. Il piacere è dovuto in gran parte al testo vero e proprio, steso in uno stile storiografico sempre meno frequentato che non rinuncia, in nome della precisione e del rigore, a un evidente impulso narrativo, sfrondato dagli apparati, che lo rende «appassionante»; mentre il profitto deriva dal fatto che la lettura di Duby del fenomeno artistico cistercense, eminentemente architettonico, potrà anche essere datata e da aggiornare (io però non lo so), ma non può essere di certo del tutto fuori fuoco.

Il «racconto» di Duby prende le mosse, e non poteva essere diversamente, da Cluny, dal suo splendore, in cui si sacrificava a gloria di Dio, e dei signori, il frutto del lavoro altrui, in cui si «conservavano» i morti, e si pregava per loro («le abbaziali del XII secolo sorgevano pertanto su uno spesso basamento di tombe»), in cui lo spazio si allargava e si ornava per dare risonanza al canto liturgico della comunità, per accogliere le processioni e per predicare attraverso la scultura figurata e la decorazione, in cui la società tripartita dava spettacolo di se stessa, con un posto assegnato a ogni «personaggio», compreso il «povero».

Questo modello apparentemente immutabile non regge allo «slancio del XII secolo», che partendo dal mondo agricolo investe tutto («l’arte cistercense nasce e fiorisce nella fase di maggior vivacità di un lunghissimo movimento di crescita agricola… si sprigiona da questa stessa fertilità») ed esige e produce nuove forme in ogni campo. Nella luce della crescita economica, tutto, se così si può dire, appare nuovo, persino la povertà, o perlomeno da rinnovare, e il monachesimo non sfugge a questa spinta: ci vuole un «nuovo monastero», Cîteaux. Spoglio, essenziale, funzionale, «ripulito» e «nudo», costruito in radure remote sottratte a forza alla foresta («l’arte cistercense incomincia con il creare la radura»), eremo e chiostro al tempo stesso: un luogo dove pregare e lavorare, e tornare alla lettera della Regola benedettina, e seguire più da vicino Gesù sulla strada indicata da Vangelo.

Da lì, dopo un apprendistato, un «riscaldamento», nemmeno troppo lungo fa irruzione Bernardo, facendo risuonare la sua parola «irresistibile e riecheggiata sino ai confini del mondo». Una «incessante, pungolante aggressione», la chiama Duby, contro gli altri monaci rilassati, contro i signori, contro i vescovi, contro la scuola e i suoi «pensatori», contro i crociati tiepidi, contro i rivoltosi, contro la curia, contro «un papa malamente eletto»: «Contro tutto».

Bernardo parla (scrive) di tutto, perché tutto conosce delle cose terrene e di quelle divine, ma non parla praticamente mai di arte, di quello che noi intendiamo per opera d’arte, non gli interessa. L’odiata «decorazione» va eliminata, per fare chiarezza, per tornare a concentrarsi sull’essenza, cioè sull’anima (la propria anima) dove si svolge la vicenda fondamentale dell’essere umano. Non ne ha mai parlato esplicitamente e tuttavia l’arte cistercense gli deve tutto: «San Bernardo è veramente il patrono di quel vasto cantiere e, come si dice, il maestro dell’opera. La sua parola ha governato, come il resto l’arte di Cîteaux. Perché quest’arte è inseparabile da una morale, ch’egli incarnava, che voleva a ogni costo imporre all’universo, e in primo luogo ai monaci del suo ordine».

All’universo.

(1-segue)

______

  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri