Scrivere lettere, che traffico! (Dice il monaco, CXVIII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, scrivendo al canonico Ogero, nel 1125:

E la mania di scrivere ci tiene tanto più impegnati, quanto più è faticosa, dato che, mentre neppure quando siamo presenti riusciamo a dire l’un l’altro facilmente quello che vogliamo, ci tocca in più, quando ci volgiamo agli assenti, dover esprimere accuratamente l’uno all’altro sia ciò che ci chiediamo reciprocamente sia ciò di cui siamo richiesti. Quando perciò, standoti lontano, penso, detto, scrivo e t’invio ciò che tu leggendo possa ricevere come se mi stessi accanto, dove va a finire la quiete, dove la pace del silenzio? «Ma questo – mi dirai – lo puoi fare anche stando in silenzio.» Ci sarebbe da meravigliarsi se proprio questa fosse la tua opinione in risposta alla mia. Non lo sai quale agitazione infuria nel cervello di chi detta, dove rumoreggia una caterva di espressioni, dove s’affolla una gran varietà di discorsi e diversità di significati, dove spesso si getta via ciò che viene sotto mano e si va in cerca di ciò che t’è scappato via? Dove si pone mente con ossessiva attenzione a ciò che sembra più bello secondo la forma o più logico secondo il contenuto, a che cosa sia più facilmente comprensibile o più giovevole alla buona coscienza e persino a ciò che va detto prima e ciò che va detto dopo, e a molte altre cose che i dotti son soliti considerare con estrema cura in queste occasioni? E in questo tu osi dirmi che c’è la quiete? E tu puoi chiamare silenzio questo stato di cose, anche se la lingua rimane ferma?

♦ Bernardo di Chiaravalle, Lettera LXXXIX, 1, in Lettere, Parte prima 1-210, introduzione di J. Leclercq, traduzione di E. Paratore, commento storico di F. Gastaldelli («Opere di San Bernardo», VI/1), Città Nuova 1986, pp. 443-445. (La lettera, con la quale Bernardo si rifiuta di rispondere ad alcune questioni di teologia scolastica poste da Ogero, contiene tra l’altro la famosa, e per certi versi famigerata, frase a effetto con cui, appunto, Bernardo motiva il suo rifiuto: «Poiché non è ufficio di un monaco, quale pare che io sia, o meglio di un peccatore quale sono in realtà, insegnare, ma piangere».)

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