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Non vorrei che si pensasse (Reperti 70: Samuel Johnson a Iona)

70. Tra i monasteri, attivi e no, che ho potuto visitare, quello il cui ricordo è forse – sorprendentemente? – più vivido è Iona, l’abbazia di Iona, sull’omonima isola delle Ebridi. E allora sono andato a leggere, che ancora non l’avevo fatto, ciò che ne scrive il dottor Johnson nel suo famoso Viaggio alle isole occidentali1.

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Stavamo ora calpestando quell’isola illustre, che un tempo gettava luce sulle regioni della Caledonia e dalla quale clan selvaggi e barbari nomadi traevano i benefici della conoscenza e le benedizioni della religione. Astrarre la mente da ogni emozione prodotta dal luogo sarebbe impossibile, se ci si provasse, e sarebbe folle, se fosse possibile. Tutto ciò che ci sottrae al potere dei nostri sensi; tutto ciò che fa prevalere il passato, ciò che è lontano o il futuro sul presente, ci innalza nella dignità di esseri pensanti. Lungi da me, e dai miei amici, una filosofia tanto fredda da poterci condurre indifferenti e impassibili su qualsiasi terreno che sia stato nobilitato dalla saggezza, dal coraggio o dalla virtù. È poco da invidiare quell’uomo il cui patriottismo non acquisterebbe forza nella pianura di Maratona, o la cui pietà non si infiammerebbe tra le rovine di Iona?

L’abbazia di Iona (foto Potts)

Dopo una notte relativamente tranquilla e confortevole, il dottor Johson e il fido Boswell esplorano, anzi esaminano il luogo e i resti dei due monasteri, quello maschile e quello femminile. Le due chiese sono costruite in pietra grezza, ma solida, e non ineleganti, ma quella del monastero maschile è troppo ingombra di fango e detriti perché si possa scovare qualche iscrizione interessante. Delle celle appartenenti ai monaci rimangono alcuni muri, ma nulla che si avvicini a un alloggio completo. La chiesa del monastero femminile invece è adibita a stalla e il pavimento è di conseguenza troppo fangoso per essere esaminato. Alcune delle pietre che coprivano le badesse che si sono succedute recano iscrizioni che potrebbero ancora essere lette se la cappella fosse ripulita.

Il cimitero di Iona (foto Potts)

Oltre alle due chiese principali, credo che ci siano ancora cinque cappelle in piedi e altre tre siano ricordate. Ci sono anche delle croci, due delle quali portano i nomi di san Giovanni e san Matteo. Un ampio spazio di terreno intorno a questi edifici consacrati è coperto di lapidi, poche delle quali recano un’iscrizione. Chi le esamina, accompagnato da un antiquario conoscitore dell’isola, può apprendere dove sono sepolti i re di molte nazioni e, se ama placare la sua immaginazione con i pensieri che sorgono naturalmente nei luoghi dove i grandi e i potenti giacciono mescolati alla polvere, ascolti in rispettoso silenzio, perché se fa qualche domanda, il suo piacere è finito.

Iona ha goduto a lungo, senza alcuna attestazione molto credibile, dell’onore di essere considerata il cimitero dei re scozzesi. Non è improbabile che, quando era diffusa la fama di santità del luogo, i capi delle isole e forse alcuni principi norvegesi o irlandesi fossero sepolti in questo venerabile recinto. Ma da chi siano popolate le cripte è ormai del tutto ignoto. Le tombe sono molto numerose e alcune di esse contengono senza dubbio i resti di uomini che non si aspettavano di essere dimenticati così presto.

La visita continua poi ai dintorni del recinto monastico, alla cosiddetta «casa del vescovo» e ad altre abitazioni e suscita una serie di osservazioni sugli isolani, notevolmente rozzi e molto trascurati dal clero, e sulla loro fedeltà al clan Maclean. I due hanno qualche problema per tornare sull’isola di Mull, per via della marea, ma tutti accorrono e danno una mano.

Ora lasciavamo quelle illustri rovine, che commossero profondamente il signor Boswell2, né vorrei che si pensasse che io le abbia visitate senza una certa emozione. Forse, nelle rivoluzioni del mondo, Iona potrebbe tornare un giorno a essere la maestra delle regioni occidentali.

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  1. Samuel Johnson, A Journey to the Western Islands of Scotland, Dublin, by Thomas Walker, 1775, pp. 242-249. «Desideravo visitare le Ebridi, o isole occidentali della Scozia, da così tanto tempo che ricordo a malapena come questo desiderio sia nato; e nell’autunno del 1773 fui indotto a intraprendere il viaggio, trovando nel signor Boswell un compagno la cui acutezza avrebbe aiutato le mie ricerche e la cui piacevolezza di conversazione e civiltà di modi sono sufficienti a contrastare gli inconvenienti di un viaggio in Paesi assai meno ospitali di quelli che abbiamo attraversato.»
  2. Scrive Boswell nel suo diario del medesimo viaggio: «Mentre contemplavo quelle venerabili rovine, riflettei con grande soddisfazione sul fatto che i solenni scenari di pietà non perdono mai la loro sacralità e la loro influenza positiva, sebbene le preoccupazioni e le follie della vita possano impedirci di visitarli, o possano persino farci pensare che i loro effetti svaniscano «come ieri, quando è passato», e non siano mai più percepiti. Speravo che, dopo essere stato in quel luogo sacro, avrei mantenuto una condotta esemplare. Si ha una strana propensione a fissare un punto nel tempo da cui può iniziare il corso di una vita migliore».

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