Questo è ciò che si chiedono Giovanni Ferrò e Vittoria Prisciandaro introducendo un dibattito in cui hanno coinvolto «quattro protagonisti italiani della vita consacrata, che sul tema hanno molto riflettuto»: MichaelDavide Semeraro, priore benedettino di Novalesa, Grazia Loparco, salesiana e docente universitaria, Sabino Chialà, priore di Bose, e Paola Arosio, religiosa delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret1. Il confronto muove dai numeri (nei sessant’anni che ci dividono dal Vaticano II, i religiosi nel mondo sono diminuiti del 61%, passando da 329.799 a poco più di 128.000, e le religiose del 38%, passando da oltre 961.000 a 589.000) per lasciarli subito, minacciosi, sullo sfondo e concentrarsi su alcune parole tematiche nelle quali si riassume la questione: vocazione, identità, carisma, discernimento, presenza femminile.
Da un lato, il terreno sul quale la vita religiosa prosperava è stato eroso (non da ieri, direi) dall’«individualismo esasperato» (Loparco) «che fa parte dell’attuale mutazione antropologica» (Semeraro). Molti aspetti centrali della vita consacrata si scontrano con istanze che oggi vengono considerate imprescindibili per la costruzione della propria identità – a partire proprio dal concetto di identità individuale («Il grosso discernimento da farsi nei primi sei mesi di postulandato è: il giovane che arriva è capace di entrare in un mondo che non è il suo? Oppure cerca semplicemente una location in cui realizzarsi a spese di chi lo ha preceduto?» avverte p. Semeraro). La libertà di movimento, la realizzazione di sé, la crescita personale, un’idea stessa di libertà di scelta (in tutto il dibattito, ad esempio, non viene mai evocata, nemmeno di sfuggita, il concetto e la pratica dell’obbedienza, se non a un superiore o a una superiore, quantomeno a una Regola): tutte cose che nella vita comunitaria regolata devono essere in qualche modo sacrificate. Sia p. Semeraro che s. Arosio, per dire, parlano del «prezzo» «veramente alto» da pagare «se vuoi andare fino in fondo a questa scelta», teoricamente irreversibile.
D’altra parte, proprio ribaltando tale prospettiva, il «mondo di oggi» offre molte alternative a chi voglia perseguire certi ideali. In campo femminile, ad esempio, «la vita religiosa, con la novità dell’apostolato, poteva essere un’occasione anche di emancipazione culturale… Adesso non è più così, almeno in Occidente, perché non c’è bisogno di essere suore per occuparsi di certe opere…» (Loparco); «Per adesso, da varie parti del mondo arrivano vocazioni religiose che fra un po’… non arriveranno più. Arrivano per fare cose che, come donne, non possono fare, ma come suore sì. È lo stesso percorso fatto in 50 anni nel mondo occidentale. Ma i tempi si sono accorciati, già dall’Africa oggi arrivano meno vocazioni…» (Arosio).
Poi c’è il carisma, anzi i carismi, che secondo Chialà sono oggi un problema, se non il problema: «Uno degli elementi di criticità della vita religiosa in Occidente, infatti, è stata la necessità di individuare la propria particolarità per giustificare la propria esistenza», ci si attarda sulle distinzioni mentre «abbiamo bisogno di ridefinire l’essenziale della vita religiosa». E l’essenziale, che costituisce il fondamento comune di tutte le forme, è rappresentato dalla vita celibataria (che comporta una scelta ben precisa a livello affettivo e relazionale) e dalla vita comunitaria (pur nelle diversità), alle quali s. Loparco aggiunge «la dimensione di missione, di apostolato».
I due cenobiti, comprensibilmente, mettono l’accento anche su un altro aspetto, riassumibile in questa battuta citata da p. Semeraro: «I giovani che arrivavano negli anni Settanta guardavano al futuro, quelli che arrivano oggi guardano al passato». Entrambi poi sottolineano la fragilità psicologica dei postulanti, che nel monastero cercano sicurezza, più che il senso della propria esistenza, cercano un riparo dalla vita (come chi sceglieva la vita militare in tempo di pace), cosa che il monastero non è.
Non so, o meglio so che in questi casi il non credente, ancorché simpatizzante, deve limitarsi ad ascoltare le parole di chi il saio lo veste, i postulanti li accoglie e le vocazioni le vaglia. Sia consentito, al massimo, osservare, senza il minimo intento polemico, che in tutti gli interventi – nel complesso cauti, preoccupati, ma non arresi – non compare mai la «parola Dio», se non una volta quando viene menzionato il di Lui «popolo».
______
- G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026, pp. 28-39.
