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Benefici fiscali per gli anacoreti

Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera1.

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»2. Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.

Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’“anacoresi” (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»3 Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.
  2. La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».
  3. Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.

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«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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«Perdute nella storia? Andiamole a cercare!»

Primo e non trascurabile merito del volume Detti e fatti delle donne del deserto, curato da Lisa Cremaschi, monaca di Bose1, è quello di offrire una raccolta molto ricca, per non dire completa, delle testimonianze, quasi esclusivamente indirette, che riguardano le cosiddette «madri del deserto» (là dove deserto è da intendersi in senso ampio come «luogo di solitudine»); cioè le donne vissute tra IV e VI secolo – «tempi… avari di parole di donne e sulle donne» – che decisero di «seguire» il Cristo. Sono tutte lì, dalle più famose, come Sincletica, le due Melanie, Eustochio, Macrina, Olimpia(de), Scolastica, a quelle di cui è rimasta soltanto una debole traccia, come la sorella, senza nome, di Antonio, il padre della vita monastica, che la affidò «ad alcune vergini conosciute e fedeli»; o come la sorella di Pacomio, Maria, che, rinchiusasi nel monastero costruitole dal severo fratello, attirò molte donne che «sentirono parlare di lei e la raggiunsero, abitarono con lei e si diedero a un’intensa ascesi».

Al cospetto di questa galleria di amme (femminile plurale di abba) si sarebbe tentati di porre in primo piano battute ed episodi che evidenzino il loro carattere, il loro femminismo ante litteram in un contesto rigorosamente maschile. E anche se la curatrice invita a «guardarsi dal leggere questi testi con gli occhiali di oggi», è lei stessa, con un discreto, quasi invisibile tappeto di punti esclamativi, a perdonare la suddetta tentazione. Come non ricordare, solo per fare qualche esempio, la formidabile amma Sara, monaca egiziana, che a una coppia di anziani anacoreti che la invitavano rudemente a non montarsi la testa, fu costretta a rispondere: «Quanto alla natura sono donna, ma non quanto al pensiero»2; o la nobile e ricchissima Melania l’Anziana che, rimasta vedova e persi due figli, lascia tutto3 e decide di destinare i suoi beni ai poveri: quando il console della Palestina la fa arrestare, per interdirla e incamerare il patrimonio, «ignorando il suo stato di donna libera», lei risponde così: «Io sono figlia del tale e moglie del talaltro, ma sono serva di Cristo. Non disprezzare la meschinità del mio abito. Se voglio, ho il potere di innalzarmi e perciò non riesci a farmi paura né a prendere qualcosa di mio»; o ancora l’aristocratica romana Marcella, che, secondo la testimonianza di Girolamo, quando la madre le propose un secondo marito, anziano ma di ottime sostanze, così declinò: «Se volessi sposarmi e non desiderassi dedicarmi alla castità perpetua, di certo cercherei un marito e non un’eredità».

Ma l’aspetto del volume che più mi ha colpito è stato un altro, e cioè il commento ai testi di Lisa Cremaschi, che unisce ai dati filologici e interpretativi un inconfondibile senso di attualità. Il volume infatti, nelle parole della stessa curatrice, vuole essere soprattutto «un viaggio per “visitare” le monache antiche e chiedere loro una parola», una parola per l’oggi, per noi, è sottinteso. Non è possibile fare esempi, poiché si tratta di una tensione che trascorre in tutto l’apparato di note e lo rende «avvincente»: di cosa si sta parlando qui? Quale nome ha preso oggi la circostanza di cui riferisce questa donna di quindici secoli fa? Cos’ha lei da insegnarci, e cos’abbiamo noi da imparare da lei? Non accade forse lo stesso anche oggi? Non sembrano rivolti a noi questi  consigli? E così via.

In ciò risulta evidente come si tratti del commento di una monaca, non soltanto di una studiosa, di una monaca psicologa che non esita a esporsi in prima persona, tanto che talvolta, specie nelle note più lunghe e nei richiami bibliografici non di rado sorprendenti, la sua voce si mescola e si confonde con quella di Teodora, di Sara, di Domnina. Così, a fianco di tanti volumi, indubbiamente meritevoli e tuttavia silenziosi come cimiteri, possiamo mettere questo libro ricchissimo di conoscenze e meditazioni, da cui sgorga un flusso di parole e di gesti che sembrano risalire a non più tardi di ieri. L’altroieri, via.

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  1. Detti e fatti delle donne del deserto, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2018. Il titolo del post è tratto dall’Introduzione. Curato dalla stessa studiosa è necessario qui ricordare Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, sempre nelle Edizioni Qiqajon, ma del 2013.
  2. «Di lei [Sara] dicevano che abitò sessant’anni dinnanzi al fiume, e non si sporse mai a guardarlo» (p. 91). Per una curiosa combinazione, lo stesso giorno leggevo una recensione dello scienziato Edoardo Boncinelli: «Siamo figli di milioni e milioni di anni di evoluzione, fisica, biologica e infine culturale. Guardarci intorno allora è allo stesso tempo una necessità per conoscerci nel profondo e una concreta manifestazione di dove siamo arrivati, come specie e come individui» (Il cielo sopra di noi. E sotto di noi, «Corriere della Sera – La Lettura», 27 ottobre 2019).
  3. «Lascia anche – e questo ci sconcerta – l’ultimo figlio che le era rimasto, Publicola, e parte per l’Oriente» (p. 165).

 

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