Circostanza forse voluta, forse no, sulle pagine 4 e 5 dell’«Osservatore romano» di ieri, 1° febbraio 2025, per la XXIX Giornata mondiale della vita consacrata, sono apparsi due articoli che, se così si può dire, volgono lo sguardo rispettivamente al monachesimo di domani e a quello di ieri.
Il primo è firmato dalla neo-Prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica s. Michela Brambilla1 e si concentra in particolare sul significato e sulla vitalità del carisma di «Ordini e Congregazioni, Società di vita apostolica, Istituti secolari, come pure Associazioni, Movimenti e Nuove Comunità». Non si può peraltro non sottolineare come «da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, il momento storico c’è: per la prima volta in duemila anni una donna assume un ruolo di tale importanza all’interno della Curia vaticana, posizione in passato esclusivamente riservata a uomini»2. Infermiera e poi dottoressa in Psicologia, missionaria della Consolata (particolari nient’affatto secondari), s. Michela Brambilla è chiamata a dirigere un ente che supervede una galassia «di più di 800.000 religiosi e religiose, con le comunità femminili che rappresentano oltre due terzi».
La Prefetta sceglie di illustrare il concetto di «corpo carismatico», e le parole d’ordine odierne di sinodalità e di chiesa in movimento, con l’immagine usata dal papa, non nuovissima ma sempre efficace, dell’orchestra sinfonica. Il carisma non è un’istanza immobile, bensì qualcosa che deve fluire in ogni parte del «corpo»: «Nel “corpo carismatico” circola ciò che i membri immettono. Ogni nostro atto e parola, ogni nostro pensiero e sentimento è energia che percorre la fitta rete dei nostri rapporti, e arriva a interessare tutti, perché tutti siamo uniti in un solo corpo, irrorati dallo stesso sangue del carisma vivo. Nessuna parola, nessun gesto, nessun pensiero e sentimento sono neutri: ogni espressione vitale ha conseguenze, nel bene e nel male». Dunque un’orchestra in cui ogni strumento contribuisce col suo timbro, in cui ci sono parti soliste e parti d’insieme, in cui ogni musicista deve ascoltare gli altri e in cui un direttore ascolta più di tutti ed è al servizio dell’«esecuzione» generale. La metafora è, si diceva, efficace; se tuttavia la direttrice guiderà l’orchestra sulle partiture note dei «grandi classici», se spingerà talvolta verso i maestri del ’900, o se addirittura azzarderà qualche «prima esecuzione assoluta» la Prefetta, giustamente, per il momento, non dice.
Nel secondo articolo Flaminia Chizzola racconta di una conversazione con s. Francesca Battiloro, visitandina campana che ha appena festeggiato i 75 anni di professione religiosa3. È una voce che proviene da un altro tempo, si direbbe da un’altra dimensione, e che tuttavia non lascia indifferente nemmeno l’inveterato miscredente. Al di là della storia individuale assai singolare («Sono stata cresimata a 2 anni. A 6 ho fatto la prima comunione. A 8 sono entrata in monastero e a 16 anni ho fatto i voti solenni»), a colpire sono le parole dell’anziana monaca, praticamente immobilizzata e cieca e che ha trovato rifugio in una casa di riposo delle suore della Carità, dopo che il monastero di cui era superiora è stato chiuso («ma di questo la suora dalle mani di carta velina non vuole parlare»). Incalzata dalle domande della giornalista che vuole sapere della clausura e delle sue limitazioni, dell’obbedienza cieca, della passività, dell’anacronismo di certe prescrizioni, dell’accettazione a oltranza, s. Francesca risponde con «indistruttibile calma»: «“La clausura è clausura sempre. Bisogna chiedere il permesso a chi sta sopra”. E se quelli più in alto sbagliano? “Dio si serve di tutto, anche degli errori degli uomini per fare la Sua volontà”. Ma perché accettare tutto, anche gli errori? Perché dipendere sempre da qualcuno? “Tutti noi dipendiamo da Dio”. Da Dio, non dagli uomini. “La Chiesa è la sposa di Dio”. E se la sposa sbaglia? “La sposa fa sempre ciò che desidera lo sposo”. E se non lo fa? “Allora sarà lo Sposo ad agire, non noi”». Testimone sopravvissuta di una fede senza incertezze né delusioni e immutata nel tempo (anzi, fuori di esso), l’anziana monaca attende la fine con serenità («“Io accetto tutto dalle Sue mani”. Tutta questa sofferenza, questa solitudine, passar intere giornate senza parlare con nessuno? “Tutto è permesso da Lui e io mi fido del mio Sposo. Se non hai la fede non puoi andare avanti”») e il miscredente non può fare a meno di pensare, con una strana forma di umana partecipazione, che se avrà avuto «ragione» lei, sarà infine supremamente felice, se invece avrà avuto «torto», non ne avrà consapevolezza.
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- Michela Brambilla, mc, Laboratorio del «noi», «Osservatore romano» 1° febbraio 2025 pp. 4-5.
- Oltre i primati storici: il senso delle nomine al femminile di Francesco», in «Donne Chiesa Mondo», 141 (febbraio 2025), p. 4. «Alla nomina di Brambilla, Véronique Margron, religiosa delle domenicane della Carità della Presentazione e presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, in una intervista a “La Croix” ha detto che ha provato “sollievo”: “Era anormale che nessuna donna avesse questo livello di responsabilità in Vaticano”».
- Flaminia Chizzola, 75 anni di matrimonio con Gesù, «Osservatore romano» 1° febbraio 2025 p. 5.
