C’è, ed è inutile negarlo, una componente di «escapismo» nel dedicare del tempo alla lettura della biografia di santa Caterina de’ Ricci, anzi al Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina de’ Ricci, vergine domenicana1, apparso nel 1733, un anno dopo la beatificazione, le cui dodici pagine rappresentano gli appunti essenziali (un riassunto, restrictus) per la biografia vera e propria che verrà pubblicata nel 1747, in questo caso un anno dopo la canonizzazione. Gli elementi classici dell’agiografia ci sono tutti: la piccola Caterina (al secolo Alessandra Lucrezia Romola, nata a Firenze il 23 aprile 1522 – e nel testo c’è già un refuso: 1552) «fin da bambina parca nel cibo e lontana da puerili trastulli», subito devota e in contatto col suo angelo custode; osteggiata dal padre nel suo intento, ma poi sostenuta; umilissima novizia e saggia sottopriora e quindi priora; grande digiunatrice e severa castigatrice del corpo; soave infermiera, zelante ammonitrice, visionaria e profetessa. Tutto da manuale, compreso il santo transito, avvenuto nel monastero di San Vincenzo di Prato alle sette del mattino del 2 febbraio 1589, quando «nelle mani del Crocifisso suo sposo placidamente depositò il suo spirito, in età di anni 67, mesi 9, giorni 7, ed anni 54 di religiosa osservanza», e naturalmente i miracoli post mortem.
Ci sono anche, tuttavia, due piccole cose di quelle che mi piacciono sempre molto, un po’ perché difficilmente sono «inventate», o appiattite sui canoni del genere, e poi perché restituiscono frammenti di discorso diretto, di parole effettivamente pronunciate, nella fattispecie oltre cinquecento anni fa. Il primo caso riguarda uno dei peccatori impenitenti per i quali Caterina pregava senza sosta. Si trattava peraltro di un benefattore del monastero che però conduceva una vita «licenziosa». Caterina lo ammonì ancora una volta e «ne sentì in risposta derisoria, ch’andasse a filare»; al che la monaca raddoppiò le orazioni e per salvarlo si fece carico di «acerbissimi dolori, ond’ebbe a dire: vedrà ora N.N. se ho saputo filare».
Il secondo caso riguarda le estasi (i ratti) cui spesso Caterina era soggetta, tutt’altro che casuali e irregolari, poiché infatti «per lo spazio di dodici anni continui ogni settimana, dalle ore diciotto del Giovedì fin’alle ventidue del Venerdì fu rapita in un’Estasi di ventott’ore, elevata da terra, ma genuflessa, senza punto cibarsi né riposare, senza batter palpebre, né arrendersi a qualsisia fattale violenza…» Perfettamente immobile, tanto che venivano anche da Firenze per vederla. Come Donna Leonora di Toledo, moglie di Cosimo I, che dopo averla osservata a lungo e averla scossa, «sempre inutilmente», si voltò verso le dame del suo seguito e, già presagendo la scontata reazione del maschio di casa, disse: «Quando si vede, bisogna credere: se tutto ciò, che noi vediamo, ed abbiamo da noi stesse provato, riferiremo al nostro Signor Duca, dirà che sono pietà e divozioni femminili, alle quali non si deve dar fede: e pure con li proprj occhj, e mani, le vediamo, e tocchiamo».
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- Titolo completo: Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina dell’illustrissima e clarissima famiglia de’ Ricci di Firenze, monaca professa del Terz’Ordine de’ Predicatori nel venerabile monastero di San Vincenzo di Prato, dedicato a’ divoti della medesima Beata, in Roma ed in Firenze, 1733. Nella stamperia allato alla Chiesa di S. Apollinare. Con licenza de’ Superiori. Si vendono in Prato da Ciriaco Fabbri Librajo.
