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’Sti ragazzacci dei demoni (la «grande catechesi» di Antonio)

 La cosiddetta «grande catechesi ai monaci» di Antonio occupa i capitoli 16-43 della di lui Vita scritta da Atanasio di Alessandria1. Sono parole spesso illuminanti, talvolta curiose, quasi sempre improntate a una grande praticità, sempre interessanti – per comodità diremo che sono parole pronunciate qualche anno dopo il 300 – e provengono da un cinquantenne che ha alle spalle più o meno trentacinque anni di eremitismo e ascesi, tanto che una delle prime cose che dice ai monaci che l’hanno sollecitato è che «io più anziano di voi vi affiderò quello che so e che ho imparato dall’esperienza».

Anzitutto perseverate e non scoraggiatevi, e misurate il vostro sforzo ascetico del giorno all’eternità, le vostre rinunce terrene all’universo: «La terra intera è piccolissima a confronto di tutto il cielo»; abbandonate quindi i vostri beni senza remore, tanto se non è oggi (per virtù), sarà domani (per avvenuto decesso), no? Che poi «spesso accadrà di lasciarli a persone che non volevamo». Da questo punto di vista è assai utile, al mattino, pensare che non si arriverà a sera, e viceversa. Se vi mettete su questa via, state certi che arriveranno i demoni, dei quali «vi è grande varietà», e «si potrebbe parlare a lungo della loro natura e della loro diversità, ma un tal discorso si addice ad altri più grandi di noi. Quel che ora è necessario e indispensabile è soltanto conoscere gli espedienti che utilizzano contro di noi», cioè veniamo, appunto, agli aspetti pratici.

Essendo caduti dal cielo, il loro scopo primario è che non vi ascendiamo, quindi per prima cosa piazzano sul nostro cammino degli ostacoli, «gli ostacoli sono i pensieri impuri». Se resistiamo alle tentazioni, allora giocano la carta delle visioni mostruose, «imitando donne, belve, rettili, corpi giganteschi ed eserciti di nemici», cercando di spaventarci col fuoco perché è nel fuoco che sono dannati. Niente paura: tutto si dilegua davanti agli occhi di chi rimane saldo. Attenzione che possono presentarsi anche come confratelli e «fingono di parlare come uomini di fede per trarci in inganno», o magari ci svegliano dicendoci che è ora di pregare, o addirittura sono capaci di citare la Scrittura. Qualunque cosa ci dicano, anche se sembra buona, non è mai a fin di bene, «non fanno questo per amor di Dio o per amore della verità, ma per trascinare i semplici alla disperazione e affermare che l’ascesi è inutile» e indurci al disgusto della vita solitaria. Non dimenticate mai che in fondo sono impotenti («giocano come se fossero sul palcoscenico, mutano aspetto, spaventano i bambini… assumendo forme diverse»); che se lo fossero, potenti, «non verrebbero in molti, non ricorrerebbero a visioni, né muterebbero sembianze; sarebbe sufficiente che ne venisse uno solo e facesse tutto quello che può e vuole fare». E non allarmatevi se vi sembra che predicano il futuro: non sanno niente, tirano a indovinare, fanno congetture sulla base delle esperienze passate.

Una regoletta semplice: se un pensiero o una visione vi provoca turbamento, difficilmente non sarà opera dei demoni («l’irruzione e l’apparizione tumultuosa degli spiriti malvagi sono accompagnate da colpi, strepiti e grida come avviene quando passano dei ragazzi maleducati, o quando giungono i predoni. Subito l’anima è presa da timore e da turbamento…»); se invece induce letizia e conforto, allora tutto bene («la gioia e la buona disposizione dell’anima dimostrano la santità di colui che appare»).

Antonio conclude il suo discorso raccontando alcuni episodi della sua personale lotta contro i demoni, demoni che a me paiono, come si suol dire… modernissimi. Tanto che il consiglio finale del padre dei monaci suona più che attuale: «Quando appare una visione, non si ceda al panico, ma di qualunque genere essa sia, per prima cosa si domandi, pieni di coraggio: “Chi sei e da dove vieni?” […] Perché anche solo il domandare: “Chi sei e da dove vieni” è segno di animo rappacificato».

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, pp. 101-131.

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Benefici fiscali per gli anacoreti

Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera1.

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»2. Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.

Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’“anacoresi” (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»3 Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.

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  1. Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.
  2. La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».
  3. Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.

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Che fretta abbiamo? (Dice il monaco, CXXXIII)

Scrive Atanasio, vescovo di Alessandria, intorno al 360, riferendo le parole di Antonio a proposito dei demoni che insidiano il monaco in solitudine – ma non soltanto lui – suggerendo previsioni:

Anche i medici, che hanno esperienza delle malattie, se vedono in alcuni la stessa malattia che hanno visto in altri, bassandosi sulla loro consuetudine con quel tipo di male, possono fare previsioni. Anche chi guida le navi e i contadini, quando vedono il cielo, sanno predire, grazie alla loro esperienza, se vi sarà tempesta o bel tempo, ma non per questo si può sostenere che abbiano fatto tali previsioni per ispirazione divina, ma solo in base all’esperienza e alla consuetudine. Perciò, anche se i demoni, congetturando, predicono qualcosa di simile, non li si deve ammirare, né prestar loro attenzione. Che utilità c’è, per chi li ascolta, a saper da loro, alcuni giorni prima, quel che accadrà? Che fretta abbiamo di conoscere queste cose, anche se sono vere? Non giova certo a renderci virtuosi, né è segno di una buona condotta. Nessuno di noi viene giudicato per non aver saputo alcune cose e nessuno viene proclamato beato perché le ha sapute e le conosce, ma su questo ciascuno viene giudicato: se ha custodito la fede e se ha osservato fedelmente i comandamenti.

♦ Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 33, 3-6, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 121.

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