Il Panegirico di San Bernardo di Bossuet (pt. 1/2)

Mi sono deciso a leggere, a provare a leggere, giacché si tratta pur sempre di lingua francese del Seicento, il Panegirico di San Bernardo di Jacques-Bénigne Bossuet1, anzitutto per via di Bernardo, del quale tutto vorrei sapere, e poi perché Bossuet occupa un posto di riguardo nella mia penosa enciclopedia mentale, come se il suo nome fosse evidenziato, senza che ne sappia spiegare il motivo, dacché di lui non so praticamente nulla.

Il Panegirico, di cui si conserva il manoscritto autografo con correzioni e varianti, fu effettivamente predicato il 20 agosto 1653 nella Cattedrale di Santo Stefano di Metz, di cui Bossuet era diventato canonico nel 1642, a tredici anni, e che è considerata «la culla del suo talento letterario». È piuttosto lungo (27 pagine a fitta stampa), è diviso in quattro momenti – un esordio, due «punti» e una perorazione –, ed è stato definito «ammirevole», acceso «dalla felice temerità della giovinezza e dal fuoco dell’ispirazione»: «Bossuet non si esprimerà mai in maniera così elevata e più penetrante» (Eugène Gandar).

L’esordio è dedicato alla Vergine, di cui s’invoca l’«assistenza» e di cui Bernardo fu massimamente devoto, e a un «ripasso» dell’azione salvifica dell’incarnazione di Gesù, «divino precettore» e «santo e misterioso compendio» della sapienza divina: «il libro nel quale Dio ha scritto la nostra istruzione». Questo «libro» si è aperto a noi nel modo più chiaro sulla Croce, ai piedi della quale Bernardo si è sempre tenuto (baciandone «i sacri caratteri» – proprio quelli di stampa, intenderei).

Nel primo «punto» Bossuet affronta proprio la «scienza della croce» come è stata interpretata e vissuta da Bernardo, ponendo l’accento soprattutto sulla penitenza e sul disprezzo del mondo. Consideriamo anzitutto il fatto che Bernardo ha fuggito il mondo, abbracciando la religione, a 22 anni, non prima, quando del mondo non avrebbe ancora avuto reale esperienza, né dopo, quando il disgusto, la fatica, la noia e le inquietudini del mondo avrebbero potuto già disilluderlo; e consideriamo poi proprio quell’età, il pieno della giovinezza, il vigore fisico, il calore delle passioni non ancora indirizzate e, nel caso di Bernardo, i nobili natali, la famiglia prestigiosa, il bell’aspetto, la buona educazione, la naturale cortesia e i possibili futuri – «tutto sorride alla giovinezza», e «la speranza gonfia le sue vele». Ebbene, Bernardo rifiuta tutto ciò, per grazia sa già che la vera speranza è quella che si ripone in Gesù, seguendo la sua via. Una via che non passa dai ricchi e famosi monasteri benedettini del tempo, bensì da un’abbazia «ora celeberrima, ma allora sconosciuta e senza nome», Cîteaux, dove «un piccolo numero di religiosi viveva sotto l’abate Stefano». Qui, Bernardo si mortifica senza pietà, «cancellava il gusto, mangiava quello che capitava, beveva acqua o olio indifferentemente», veglia, non parla, prega, «sceglieva per la sua cella un ambiente umido e malsano, non tanto per ammalarsi ma per sentirsi debole – ritenendo che un religioso fosse sano fintantoché potesse pregare e salmodiare».

«Certo, non aveva un corpo di ferro o di ottone: pativa i dolori ed era di debole costituzione», ma ci ha mostrato come non sia il corpo che ci manca, per sostenere la penitenza, bensì il coraggio e la fede. Io so, diceva Bernardo, di non meritare il regno dei cieli, Gesù invece lo possiede per due ragioni: per la sua natura e per i suoi travagli, cioè per eredità, poiché è il Figlio, e per conquista, perché tutto il peggio ha sofferto. Ora, se il Salvatore «si accontenta del primo titolo», mi ha ceduto liberamente il secondo.

«Forse voi mi direte», si avvia Bossuet a concludere il primo punto, «che non è necessario che tutti vivano come lui». Vero, nemmeno tuttavia si può fare il contrario, come accade a noi, che «ci diamo anima e corpo alle folli gioie del mondo; noi, che amiamo la dissolutezza e la buona cucina, una vita comoda e voluttuosa e, dopodiché, vogliamo ancora essere chiamati cristiani». Eh, «se pure non aspiriamo a quella eminente perfezione, nondimeno dovremmo imitare almeno qualche cosa della sua penitenza». Quelque chose.

(1-segue)

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  1. Jacques-Bénigne Bossuet, Panégyrique de St. Bernard, in Oraisons funèbres. Panégyriques, texte établi et annoté par l’abbé Bernard Velat, Gallimard, Bibliotheque de la Pléiade, 19512, pp. 287-314.

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«È sorprendente!» (Dice il monaco, CVIII)

Scrive Anselmo d’Aosta, già monaco, priore e abate, e a questo punto arcivescovo di Canterbury, alla fine del 1106:

… al suo davvero diletto amico Elgoto, il venerabile abate del cenobio di Saint-Ouen; con il migliore augurio che l’amicizia saprebbe suggerire.

Un vero amico si dà sempre pensiero, come di un altro se stesso, di chi gli è vero amico; né ignora quali gioie o pene, a seconda delle circostanze, debba con lui condividere. Non gli è per nulla caro il soffrire; se però c’è una pena da condividere, desidera piuttosto – è sorprendente! – esserne a conoscenza e con lui soffrire, anziché ignorandola non soffrirne affatto. La vostra diletta e, in nome dell’amicizia, per me soave persona, desidera sapere che ne sia della mia attuale esistenza; onde intimamente disporsi nei miei riguardi in perfetta consonanza con il mio più intimo stato d’animo.

[…] Per quanto lo consentono le instabili vicende di questo mondo, tutto – a parte la debolezza fisica da me ogni giorno avvertita in misura crescente – va per me, Dio aiutando, a gonfie vele [omnia mihi… deo dante prospera sunt], sia dal punto di vista della salute che sotto ogni altro aspetto.

♦ Anselmo d’Aosta, Lettera 407, in Lettere, vol. 2: Arcivescovo di Canterbury, tomo 2, traduzione di A. Granata, commento di C. Marabelli, Jaca Book 1993, pp. 379-81.

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«Datemi anche solo un’ora di tempo» (le Meditationes piissimae)

MeditationesPiissimae Sono contento quando iniziative editoriali mi consentono di leggere opere, oggi etichettabili come «oscure», ma che in altri tempi non lo erano affatto, essendo state anzi assai diffuse e molto lette, tanto da conquistare un’altra etichetta, quella ad esempio di «classico della spiritualità medievale». È il caso delle Pie meditazioni sulla conoscenza della condizione umana1, operetta («tractatulus») di ambiente monastico, benedettino, databile tra il 1160 e il 1190. Spesso attribuite in passato a Bernardo di Chiaravalle, le Meditazioni vantano una ricca tradizione manoscritta di circa 250 esemplari (che le presentano da sole o in compagnia di altre opere), cui sono seguite numerose edizioni a stampa, nonché traduzioni in francese, tedesco, italiano, portoghese, fiammingo, ungherese, danese, svedese e islandese. «Oggi, forse, il testo», osserva la curatrice Milvia Fioroni (si noti quel «forse»), «non è più al centro delle pubblicazioni, ma questo tipo di letteratura si trasferisce dal campo della spiritualità a quello della ricerca storica.» Be’, forse, non è esattamente così, o meglio, è senz’altro così, ma non solo.

Le Meditazioni sono state di frequente associate al genere del «disprezzo del mondo» (de contemptu mundi) e sono molti i passaggi che lo giustificano. L’anonimo monaco ripassa con esplicita incisività il classico repertorio, con una particolare sottolineatura del sottogenere del «disprezzo di sé» (de contemptu sui). E quindi: considera, uomo, che non sei «nient’altro che schiuma divenuta carne», carne che, «per quanto sia adornata, è sempre carne», destinata a essere «verme e cibo per i vermi»; considera ciò che fuoriesce dai «passaggi del corpo» e ti renderai conto «di non aver mai visto un immondezzaio più spregevole», e così via tra ondate di orrore e fetore…

Ma, pur nel naturale contesto di un discorso che si sviluppa intorno al peccato, al pentimento, alla confessione e al giudizio (e alla beatitudine o alla dannazione), queste Meditazioni sono prodighe di immagini, paragoni e metafore di natura per così dire psicologica, e sono queste osservazioni, date in un linguaggio diretto e realistico, e per lo più in prima persona, che mi fanno dire ancora una volta che non si tratta, forse, di un testo di interesse esclusivamente specialistico

Ecco ad esempio una scena dialogata di rimorso, in cui l’anima, memore di tutti i suoi misfatti, viene trascinata davanti al Giudice e «incomincia a tremare, chiede di poter fuggire e di avere una tregua, dicendo: “Datemi anche solo un’ora di tempo”. E però, come se le opere acquisissero la capacità di parlare [dicono]: “Tu ci hai compiute, siamo opere tue, non ti abbandoneremo, ma saremo sempre con te, ti seguiremo fino al giudizio”». Ecco l’importanza dell’esame quotidiano di se stessi («Ritorna, dunque, a te stesso e – se non sempre o spesso – almeno qualche volta»), perché niente «è contrario a me, se non io stesso». Ecco l’attenzione che bisogna prestare alla propria instabilità che può ritorcersi contro, poiché il cuore «gira velocemente come un mulino e non rifiuta niente, ma macina tutto ciò che gli viene dato; se non viene aggiunto nient’altro, consuma se stesso». Ecco le autogiustificazioni sempre pronte, le ipocrisie («Dico queste cose e non le faccio»), le pose («Ho finto di essere chi non ero»), le scuse che ci rendono egoisti («Qualcuno mi aspetta desiderando parlare con me di una sua necessità: io prendo un qualsiasi libro, che altri vorrebbero avere. Lo leggo e, leggendolo, perdo il frutto della carità»), le cattiverie che per vergogna non confessiamo («Il mio cuore trama in un solo momento ciò che tutti gli uomini insieme potrebbero realizzare in un anno»), e così via tra ondate di impazienza e miserie.

«Se non osservo attentamente me stesso», dice l’Anonimo, «non mi conosco; se invece mi osservo attentamente, non posso sopportarmi», e non solo, perché «ognuno rimane in qualche modo sconosciuto a se stesso» (ricordiamo, 1175 o giù di lì). Lui, l’Anonimo, e quelli come lui potevano, e possono, contare sul Padre misericordioso che tutto conosce, almeno Lui, e tutto è disposto a perdonare. Ma quelli che non sono come lui, su chi, su cosa, possono contare?

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  1. Anonimo del XII secolo, Meditationes piissimae de cognitione humanae conditionis. Il cammino dell’uomo verso Dio, introduzione traduzione e note di M. Fioroni, Edizioni Glossa 2023.

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Le mille cose che ogni giorno ci capitano (Benedetto da Canfield e la volontà di Dio)

RegolaDiPerfezione Ho poi cominciato a leggere la Règle de Perfection del cappuccino Benedetto da Canfield1, e già nelle prime pagine, com’era prevedibile, data la struttura dell’opera, mi sono imbattuto in un argomento che, per così dire, mi sta a cuore: la definizione e la conoscenza della «volontà di Dio», alla quale generazioni di monaci e di monache, tra gli altri, hanno cercato di corrispondere.

Anzitutto, «per la migliore comprensione di questa materia», occorre distinguere tale volontà, ma non come fa la Scolastica, bensì con una «divisione mistica» in esteriore, interiore ed essenziale. Va da sé che quella che mi interessa di più è la prima, che così viene definita: «La volontà esteriore di Dio è il beneplacito divino, conosciuto attraverso la legge e attraverso la ragione, regola di tutti i nostri pensieri, parole e opere nella vita attiva». Qui il beneplacito è il compiacimento di Dio «quando facciamo del bene e osserviamo i suoi comandamenti»; la legge è un concetto assai capiente, nelle nove precisazioni di Benedetto, che vanno dai comandamenti alle norme ecclesiastiche, dalle Regole degli Ordini religiosi alle disposizioni vescovili, dagli «ordini dei padri e delle madri» alla «legge dei Magistrati»; la ragione interviene in tutte quelle cose non sancite dalla legge (gli esempi sono curiosi, «sposarsi o mantenersi celibi, intraprendere un viaggio o non uscire di casa, sedere o restare in piedi, parlare o tacere, e mille altre cose che ogni giorno ci capitano»), e la sua azione si può riassumere in discrezione, pietà, consiglio.

La definizione va bene, ma il discernimento è tutta un’altra storia, Benedetto ne è consapevole e dedica un capitolo (il VI: «Regola per conoscere e praticare la volontà di Dio in ogni cosa») per esporre «qualche regola più specifica». Dunque, tutte le cose da fare o non fare, ammettere o resistere, ecc., sono o comandate, o vietate, o indifferenti («e non può capitare nulla che non sia compreso in uno di questi tre tipi»). Le prime due categorie sono facili, c’è la legge, per la terza bisogna procedere a un’ulteriore distinzione in cose piacevoli per la natura umana, contrarie o indifferenti. Nel primo caso si deve resistere, mentre nel secondo accettare, perché la mortificazione è sempre gradita. Nelle situazioni dubbie – gradevole o sgradevole? – l’importante è decidere prontamente per il sì o per il no, «piuttosto che discutervi a lungo, con distrazioni, rompimento di testa e perdita di tempo». Nel terzo caso è l’intenzione che fa la differenza: «In tutte le cose indifferenti [Dio] vuole che conosciamo e facciamo la sua volontà non dando altro mezzo se non l’applicazione della nostra intenzione». Tanto che sarà più gradita una passeggiata, fatta con la sola intenzione di piacergli, che tre ore di orazioni, fatte per dimostrarsi più pii degli altri2.

Nel capitolo VII Benedetto, oltre a rispondere ad alcuni dubbi e a segnalare alcune eccezioni, aggiunge un’interessante digressione sugli appartenenti a un Ordine. I religiosi, quando considerano la vastità della volontà di Dio («La volontà di Dio è un mare spirituale sul quale ciascuno può navigare secondo la dimensione della sua nave» – molto bello), pensando di essere impegnati in altissime vicende, non devono tralasciare le piccole cose, «per piccole che siano», che preservano la condizione monastica e la circondano «come un giardino la sua siepe». Infatti, «le buone abitudini e le costituzioni del proprio ordine religioso, anche se non ne costituiscono la vera essenza, sono comunque la muraglia e la controscarpa a sua difesa».

E questa, conclude provvisoriamente Benedetto da Canfield, è la vera vita attiva e contemplativa, non separata («come molti la considerano»), bensì unita, perché nella pratica e nella costanza le mille cose che ogni giorno ci capitano si trasformano da opere esteriori in interiori, da materiali in spirituali, da oscure in luminose: la contemplazione e l’azione si saldano, «senza pregiudizio né impedimento dell’una sull’altra». Soltanto per i monaci?

A questo punto non sarebbe male approfondire cosa succede se alla «purezza interiore d’intenzione» si toglie il riferimento alla volontà di Dio, se legge e ragione non hanno come obiettivo il «beneplacito divino», ma io di certo non posso farlo.

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  1. Benedetto da Canfield, Regola di perfezione, a cura di M. Vannini, Edizioni Biblioteca Francescana 2022.
  2. «Come una piccola quantità d’oro supera di valore una gran massa di piombo, così la purezza interiore d’intenzione supera di molto l’opera esteriore in valore di fronte a Dio.»

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Il debole e piccolo ragno (Dice il monaco, CVII)

Dice Giovanni Carpazio, che «pare sia stato vescovo di Karpathos, isola tra Rodi e Creta, dopo aver condotto vita monastica in quella stessa isola»:

Guarda il ragno e renditi conto di quanto un uomo valga più di un ragno. Parlo del ragno perché non vi è nulla di più debole e impotente: esso infatti non ha possessi, non fa viaggi oltremare, non intenta liti, non va in collera, non possiede magazzini, conduce una vita di assoluta esichia, in perfetta mitezza e temperanza, non ingerendosi affatto delle cose degli altri ma facendo soltanto le proprie, e compiendo il suo lavoro con un certo carattere di tranquillità e di calma, mostra una sola possibilità a quelli che amano l’ozio: se uno vuole restare ozioso, neppure vuole mangiare. […] Il debole e piccolo ragno passa dunque il tempo in questa condizione pacifica, non tollerando in nessun modo di andarsene in giro, né di vagare qua e là con la fantasia, né di affaticarsi e affannarsi all’infinito: e il Signore, che abita nelle altezze e guarda alle cose basse (e non vi è niente di più basso del ragno), estende sino a lui la sua provvidenza e gli invia quel po’ di cibo quotidiano, facendo cadere vicino alla sua tenda, nelle sue reti, gli animaletti di cui ha bisogno.

♦ Giovanni Carpazio, Ai monaci dell’India che gli avevano scritto, cento capitoli di ammonizione, 47, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 413.

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Meteoriti provenienti da regioni lontane dello spazio

Uno è lì, bello tranquillo (per modo di dire), che si legge la sua bella introduzione all’opera di un frate cappuccino inglese di fine ’500 – introduzione di gran pregio, che rispetta il canone di: cenni biografici sull’autore, tempi di composizione dell’opera, suoi temi principali e fonti, ricezione e fortuna – ed ecco che arriva il colpo a sorpresa. Si chiede infatti l’insigne studioso, estensore dell’introduzione: «Che senso ha, oggi, riprendere in mano e leggere la Règle de Perfection?». Già, perché si tratta della Regola di perfezione di Benedetto da Canfield (stampata nel 1610), ottimamente curata da Marco Vannini nel 2022 per le Edizioni Biblioteca Francescana – e forse potrei chiedermelo anch’io, perché leggerla, oggi…

Di questo «capolavoro che diede forma a tutta la mistica del XVII secolo» proverò a dire qualcosa più in là; per intanto mi preme generalizzare quella domanda: non è forse quello che mi chiedo ogni volta che prendo in mano uno dei «miei» libri di monaci? Continua il Vannini: «È stato infatti più volte autorevolmente notato come la letteratura mistica del Seicento, in specie quello francese, sia per noi oggi una sorta di meteorite proveniente da regioni lontane dello spazio […]. Ciò vale indubbiamente anche per la Régle de Perfection, un genere letterario che ci sembra appartenere a un altro mondo». Non posso forse, in qualche misura, sostituire alla «letteratura mistica del Seicento» i detti dei Padri del deserto, o i sermoni di san Bernardo, o le costituzioni certosine? E i motivi addotti dallo studioso – concetti desueti (come suona alle nostre orecchie la perfezione?), linguaggio astruso, spiritualità ignota agli uomini e alle donne di oggi, eccesso di citazioni bibliche – non possono essere estesi con qualche aggiustamento a molti testi monastici, medioevali e non solo? Non è il caso quindi di lasciare che su tali testi si depositi la polvere del passato e dell’erudizione?

«Ma noi pensiamo che non sia affatto così», afferma con vigore il Vannini. «Crediamo, anzi, che la lettura della Régle de Perfection [di questi testi, aggiungo io] sia di grandissimo interesse esistenziale». È sufficiente aggiornare il lessico, «ovvero dire con un linguaggio oggi comprensibile il significato reale, profondo, del libro. […] Occorre leggere la Régle non come un testo teologico, ma psicologico, relativo alla conoscenza dell’anima».

Che sia uno studioso come il Vannini a fare affermazioni del genere mi conforta molto, se penso alla strada che si tenta in queste note. Per alcuni, con ogni probabilità, non si potrà prescindere completamente dal contenuto teologico di questi testi (e in fondo non lo fa nemmeno il Vannini), ma quella prospettiva può rappresentare il terreno d’incontro fra, per semplificare, chi crede e chi non crede, l’unico che mi riesce di individuare e che mi piacerebbe fosse rivendicato anche dalla «laicità». Non piace «conoscenza dell’anima»? Benissimo cambiamo: psiche, interiorità? Eh, ma non è la stessa cosa… Va bene, parliamone: sull’«anima» troveremo un compromesso, ma intanto restiamo intesi sulla «conoscenza» della cosa, no?

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Gloria o confusione

SapienzaDelCuore La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.

Il volume infatti antologizza – sapientemente, è il caso di dire – alcuni mirabili sermoni dell’abate di Clairvaux sul tema della coscienza e vi unisce due testi anonimi sul medesimo argomento, sempre di ambiente cisterciense, il Tractatus de conscientia ad religiosum quemdam ordinis cisterciensis e il Tractatus de interiori domo seu de conscientia aedificanda. Ben preparati dall’introduzione di Riccardo Larini, che ricostruisce lo sviluppo del concetto di coscienza, dalle origini greche ed ebraiche a Filone alessandrino, da san Paolo a Origene e ad Agostino, fino alle sintesi cisterciense e della scuola di San Vittore, siamo pronti ad ascoltare. E «cosa ci suggeriscono allora i testi degli autori medievali sulla coscienza che abbiamo proposto in questa raccolta?» si chiede Larini, concludendo la sua introduzione. «Forse qualche spunto prezioso sono in grado di offrirlo pure a noi.» Ecco, appunto.

Ad esempio è proprio san Bernardo, campione di ascesi e di rinunce, a ricordare come Dio abbia dato all’anima una «dimora sublime»: «Parlo di questo corpo, che egli ha ideato, disposto, ornato e ordinato in tal maniera che tu puoi abitare in esso gloriosamente e con compiacimento». Nessuna condanna a priori, quindi, semmai l’invito a fare altrettanto, cioè a costruire una casa degna di accogliere a nostra volta Dio che desidera riunirsi a noi. In realtà non occorre costruirla, perché è già lì, l’anima, e in essa la coscienza, e si tratta piuttosto di pulirla, svuotarla del brutto e del superfluo, renderla accogliente. Ciò è possibile perché la coscienza è la sede dell’immagine di Dio, che è indistruttibile («La coscienza è poi eterna, non ha fine, così come non ha fine l’anima»), e a noi è data la possibilità di ricomporne la somiglianza, che invece assai facilmente possiamo dissipare. Gli strumenti che alternativamente possono dare adito allo smarrimento e alla dissipazione, o al discernimento e alla ricomposizione sono la memoria, la ragione e la volontà.

Tre facoltà che non devono separarsi, bensì cooperare: «La ragione sia quindi senza errore, per potersi ben conformare alla volontà: così la predilige, infatti, la stessa volontà. La volontà sia senza iniquità, poiché così l’approva la ragione. Altrimenti, se l’anima accusa se stessa di avere una volontà depravata, riguardo a una cosa che la ragione approva, si avrà guerra intestina e discordia pericolosa. […] Anche la memoria sia senza macchia; non rimanga in lei alcun peccato che non sia cancellato grazie alla confessione e a convenienti frutti di conversione. Altrimenti la coscienza, nella quale il peccato resta nascosto, sarà odiata dalla volontà e maledetta dalla ragione». Non è difficile vedere come anche un non credente possa addentrarsi in queste distinzioni, traendo ispirazione, se così si può dire, dal concetto dell’immagine come «nucleo di bene» che possiamo rintracciare in noi, anche ignorandone l’origine; oppure ritrovare il senso di quella «guerra intestina».

E come non riconoscere, per fare un altro esempio, l’efficacia della descrizione dei quattro generi di coscienza: buona e tranquilla, buona e turbata, cattiva e tranquilla, cattiva e turbata. La prima è quella dei santi, o comunque di chi «è dolce con tutti e non è di peso a nessuno», di chi «si serve dell’amico per la grazia, del nemico per la pazienza, di tutti per volere il bene». Una coscienza siffatta, commenta l’Anonimo, «è come un uccello raro sulla terra». La seconda è quella di coloro che «sono preda delle tribolazioni del corpo e dell’anima, ma non cedono né recedono nella tribolazione», che guardano con apprensione al futuro e ripensano – aggiunge Bernardo – «con amarezza agli anni passati». La terza è quella di chi «non teme Dio e non rispetta l’uomo», quella «di coloro che peccano sperando in bene» («è la coscienza, soprattutto, degli adolescenti», commenta Bernardo). La quarta infine è quella dei disperati (che disperano della salvezza) e di chi è tormentato dal senso di colpa: «Per esempio», dice l’Anonimo, «qualcuno desidera per il godimento l’adulterio, ma in questo è colto dall’ansia; e quest’ansia è ben più grande del godimento, a tutta vergogna e angoscia dell’uomo che vive e sa [sapit] secondo l’uomo».

Sono soltanto un paio di spunti da un libro che ne dispensa a iosa, e che offre soprattutto l’occasione di rinnovare l’attenzione su di un «luogo» in cui «accade» gran parte di ciò che ci riguarda, o che ci dovrebbe riguardare, e in cui forse è possibile anche agire, e non soltanto sentire: «La coscienza infatti è la gloria o la confusione inseparabile di ciascuno, secondo la qualità di ciò che vi è stato depositato».

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  1. La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997.

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Questo così piccolo fremito vitale (Dice il monaco, CVI)

Dice un monaco cisterciense del XII secolo, da alcuni identificato in Alchero di Clairvaux:

Non si trova fra le arti liberali quell’arte, superiore a tutte, mediante la quale trattenere il cuore, il quale è ciò che di più mobile e di più fuggevole vi sia. Instabile, infatti, per la sua mobilità naturale, rifiuta di star fermo in un dato punto: la sua vita è nel movimento, e il moto è per lui vita. Questo così piccolo fremito vitale nel cuore muove la massa dell’intero corpo umano: con quale arte lo si conterrà, perché mentre muove tutte le altre cose, lui tuttavia non si muova? Forse se si sospendesse al suo collo una mola d’asino non si muoverebbe più. E invece, si agiterebbe in misura ben maggiore con il fardello della mola! Bisognerà perciò agire in questo modo con lui: giri attorno alla terra e la percorra in lungo e in largo, per vedere se può trovare qualcuno più veloce e più mobile di lui. Se non avrà trovato sulla terra uno simile a sé, compia pure il giro del cielo, e attacchi al proprio carro le ruote dei carri di Dio. Che farà allora di fronte a coloro che camminano sulle ali dei venti? Forse potrà competere pure con essi. [… Ma] quando avrà visto la potenza del suo Creatore superare la propria in maniera così netta, si fermi e ripieghi le sue ali, trattenendo se stesso, e costringendosi a raccogliersi su di sé grazie alle briglie del confronto con l’agire divino non trasgredisca i propri limiti.

♦ Anonimo del XII secolo, La dimora interiore, 21, in: La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997, pp. 167-68.

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Le cicogne di Chiaravalle (Voci, 31)

RuscaBreveDescrizione Da cento anni in qua il Monasterio non è più chiamato Caravalle, ma Chiaravalle, essendo fatto raro di fabbriche, d’entrate, e rarite le sostanze, e però è fatto chiaro e Chiaravalle; sono deteriorate l’entrate, e migliorato l’aria, e fatta più chiara, e per[ci]ò le Cicogne, solite a nidificare in questo Monasterio, si sono levate, se bene si adducono altre ragioni, e sono queste. Mentre Attila flagello di Dio assediava la Città di Aquileia, e Ezzelino s’accingeva alla rovina d’un ben munito e forte Palazzo, le Cicogne, che facevano il nido in durevoli e alti luoghi delle fabbriche, trassero i nidi e l’ova in sicuro, abbandonando i luoghi che presto dovevano rovinare. Le Cicogne, dunque, che sicuramente nidificavano sopra a campanili, a camini e altri luoghi eminenti del Monasterio di Chiaravalle fino a 20 nidi, si partirno di questo luogo l’anno 1574, prevedendo la gran Peste che venne nello Stato di Milano e in altre Città d’Italia l’anno 1575, e la perpetuità [dell’abbaziato] che doveva essere introdotta nella nostra Congregazione l’anno 1580 d’alcuni Abbati che non ebbero grazia di morir contenti.

Usa per arma e per insegna il Monasterio di Chiaravalle questo pietoso uccello, il quale vedendo il padre e la madre vecchi e spennati li colloca nel proprio nido, li porta il cibo e si spiuma per coprire le nudità dei genitori; così i Monaci di Chiaravalle, per esser caritativi verso i poveri e afflitti, come di sopra abbiamo detto, usavano per insegna questo uccello che nidificava nel Monasterio in tanta quantità che si sono veduti 20 nidi; per ogni nido era cinque ovi, di modo tale che quando si volevano partire, si vedeva nell’aria tanta quantità di Cicogne che non si poteva vedere il Sole, e facevano a modo d’una mostra, con gran piacere delli monaci, che vedevano nell’aria tanta quantità di Cicogne scherzare e fare la loro rassegna prima che partissero, che era intorno alla festa di S. Lorenzo del mese d’Agosto, e venivano a mezzo al mese di Febraro, ma né a venire, né a partirsi vedevano mai, perché vengono e partono di notte.

Usa ancora il Monasterio questo uccello per arma perché solevano i Regi portarla nelli scettri, per insegnare la misericordia e pietà a quelli che reggono e hanno il modo di sovvenire ai miseri. Però gli Abbati nelli Bastoni Pastorali nel risorto solevano mettere un capo di Cicogne, come nelle pitture antiche si vedeva, per denotare la pietà paterna, volendo dire Abbate, Padre, In quo clamamus Abba Pater, dice l’Apostolo.

Il Monasterio di Chiaravalle usa ancora questo uccello per insegna per un miracolo occorso al tempo di Filippo Maria Visconte Duca di Milano e di D. Antonio Fontana Abbate di questo Monasterio, raccontato da me nel 3° libro dell’Historia della famiglia Rusca, stampato in Venezia l’anno 1610.

Voleva Filippo Maria Visconte Duca di Milano l’anno 1386 gettare i fondamenti grandi per fabbricarle sopra una sontuosissima e grandissima Chiesa, siccome la voleva dedicare alla maggior Vergine, alla maggior madre e donna che fosse e sia per esser mai, così voleva che la macchina fosse la maggiore di grandezza, di bellezza, che fosse non solo nella Città, ma fuori per molte e molte miglia. E per darle principio con quella maestà che si richiedeva a sì gran fabbrica, che a sì gran donna voleva erigere, volse ancora che un gran Clero si ritrovasse per mettere la prima pietra nelli fondamenti. Per[ci]ò invitò tutto il Clero della gran Diocesi, tanto secolare quanto regolare, e per tale effetto mandò a Chiaravalle suoi nunzii a invitare l’Abbate con suoi monaci. L’Abbate, sentendo che il Duca voleva fare opera sì celebre ad onore della Beata Vergine Maria madre di Dio, rallegrandosi, rispose a quelli che l’invitavano che non solo sarebbe andato con i monaci, ma con le Cicogne, per onorare sì grande e pietosa opera. Pensarono i nunzii del Duca che l’Abbate avesse detto d’andare a Milano con le Cicogne fosse una esagerazione e una iperbole della pronta volontà dell’Abbate di compiacere al Duca. Ma quando videro l’effetto, restarono stupiti. Perché partì l’Abbate dal Monasterio con i monaci e le Cicogne sorvolando a due a due, sopra al capo delli monaci combinati, per Milano, così andando con tanta meraviglia del popolo Milanese quanto credere si possa, non essendo più veduta né sentita una simile cosa, e però anco per questo per arma fu preso la Cicogna e coronata di corona d’oro in segno di vittoria, perché le Cicogne sono vittoriose delli serpi, e i monaci di quel serpe attossicato, del quale parla Giobbe nel capitolo 26 [«Al suo soffio si rasserenano i cieli, la sua mano trafigge il serpente tortuoso»], che è il Demonio, col quale sempre hanno di combattere e riportarne vittoria, come la Cicogna del Serpe, per esser poi da Dio coronati là su in Cielo.

♦ Roberto Rusca, Breve descrittione del Monasterio di S. Ambrogio Maggiore di Milano; et sua Chiesa de Cisterciensi Monaci. L’origine della Congregatione Cisterciense di Lombardia, con la descrittione del Monasterio di Chiaravalle di Milano, in Bergamo, per Pietro Ventura, 1620, pp. 29-31 (con qualche normalizzazione ortografica).

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Tutta la materia del mondo, ovvero: Come ti spiazza Pacomio

Rientrando al suo monastero, dopo una visita ad alcuni fratelli, il santo Pacomio viene avvicinato da un giovane monaco, che gli confida una situazione, diciamo così, irregolare: «In verità, padre, da quando sei partito… fino a ora non ci è stata cucinata né della verdura né della farinata». No problem, risponde Pacomio, ci penso io.

Fatto il suo giro di ispezione, Pacomio entra in cucina e vede il cuoco intento a intrecciare stuoie: E da quand’è «che non cucini ai fratelli della verdura?» «Da due mesi», risponde il cuoco. E si può sapere perché, replica Pacomio. Non mi pare che la regola dica questo, anzi, «i precetti e i santi padri ordinano che al sabato e alla domenica si cucini della verdura per i fratelli», o sbaglio? Lo so, lo so, risponde il cuoco. Guarda, io l’avrei fatto anche ogni giorno, ma poi quelli per la storia dell’astinenza non toccano niente e si finisce col buttare via tutto. Tra l’altro, «spendiamo quaranta sestarii di olio al mese [più di venti litri] per la consueta pietanza cotta dei fratelli». Sicché ho smesso, per evitare tutto quello spreco, tanto quelli mangiano soltanto un’insalata condita «con aceto e olio, aglio e verdura minuta». E allora ti sei messo a fare stuoie… osserva Pacomio. Sì, «per non starmene seduto a far nulla».

Be’, ragionevole, no? No, niente affatto.

Appreso che con quel «sistema» erano state fabbricate cinquecento stuoie, Pacomio le fa portare e, sotto lo sguardo sbalordito del cuoco e dei suoi aiutanti, le fa gettare nel fuoco. Ecco, «come voi avete trascurato la regola che vi era stata assegnata riguardo alla cura dei fratelli, a causa di un pensiero ispiratovi da Satana, così anch’io ho bruciato il lavoro delle vostre mani, affinché comprendiate che cosa vuol dire disprezzare le leggi dei padri date per la salvezza delle anime». E se non avete capito, considerate che c’è un’enorme differenza tra rinunciare a qualcosa che si può avere liberamente e rinunciare a qualcosa per necessità o per forza. Nel primo caso, per l’astinenza si riceverà una ricompensa, «ma se non viene servita [ai fratelli] nessuna pietanza cotta, non sarà loro accreditata alcuna astinenza per ciò che non hanno neppure visto».

E poi, aggiunge Pacomio, che saranno mai ottanta sestarii d’olio. Non stiamo parlando di malati o di bambini, sono monaci adulti e in salute: «Che tutta la materia del mondo intero vada pure in perdizione, e non sia sottratta all’anima un’unica e semplice virtù!»

(L’episodio è tratto, con qualche «licenza», dai Paralipomeni alla vita di Pacomio, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini. Fonti greche sulla vita di Pacomio e dei suoi discepoli, introduzione generale di W. Harmless, introduzione, traduzione e note a cura di L. d’Ayala Valva, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2016, pp. 388-90.)

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