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«Mortificar il corpo, ma non occiderlo» (Voci, 2)

Concludo la lunga serie dedicata a Chiara da Montefalco con le durezze cui la giovanissima Chiara si sottopone nel reclusorio retto dalla sorella Giovanna, come raccontate in un’agiografia assai più tarda rispetto ai fatti (avvenuti intorno al 1280).

VitaBeataChiara

Era solito la B. Chiara ritirarsi ogni notte, mentre l’altre riposavano, in qualche luogo remoto di detto Reclusorio, dove con un flagello di funi, che s’haveva accomodato, si disciplinava fino al sangue. Questo flagello, con il quale Chiara si disciplinava, fu trovato da Tomassa, una delle sue compagne, tutto insanguinato, di che stupita, e giudicando, come era veramente, che il flagello fusse di Chiara, andò dalla Rettrice, alla quale mostrando il detto flagello, la consigliò che volesse riprender Chiara, a ciò desistesse da penitenza tant’austera, esseguì Giovanna quanto le veniva consigliato da Tomassa; onde chiamata Chiara, le disse che cessasse dal disciplinarsi tanto severamente; dovendo ella mortificar il corpo, ma non occiderlo. Ricevè Chiara l’avertimento di Giovanna, e ne la ringratiò; ma perché credeva che fusse stato conseglio di amorosa sorella1, seguì tuttavia ogni notte la solita disciplina con le dette funicelle, ò con un fascio d’ortica, overo di rovispine, mentre havea sospetto di poter esser sentita, la quale disciplina finita, prendeva il mantello di qualche sua compagna con il quale si copriva, a fin che passando la Rettrice non la riconoscesse così facilmente.

Dovendo dare il debito riposo al suo corpo, non volse in questo Reclusorio concedersi altro letto, che la nuda terra, anzi parendogli soverchia delizia stendervelo, per lo più dormiva sedendo con il capo appoggiato al muro, overo ad un legno, che stava nella sua cella alzato, che havendo il traverso sembrava à Chiara il legno della santa Croce.

Il cibo era pane di orzo, e di segala, il quale spesse volte era da lei bagnato nell’acqua, e poi involto nella cenere : vino rare volte bevea : la minestra quando le veniva posta avanti, era da essa resa insipida con l’acqua; risoluta di non voler sentir gusto alcuno ne cibi.

Desiderosa la B. Chiara d’osservare la legge, che si havea proposta, di non gustar mai quel cibo del quale essa n’havesse havuto fantasia, era solito dire al suo corpo, mentre appetiva qualche cibo particolare, queste parole: «Misero corpo, che desideri? Quando mai meritasti tal cibo? Mentre con altro puoi sostentarti, contentati, che questo non l’haverai altrimente». Una volta, essendosi infermata, hebbe desiderio di gustare un poco di casciata, vivanda così chiamata in que’ tempi, hoggi calcione. Si trovava in questo punto dentro il Reclusorio Francesco suo Fratello, al quale in vece della casciata domandò un pezzo di pane duro muffito, volendo in questa guisa mortificare il desiderio della sua carne; ma volendo il Sign. consolare la sua serva, diede a questo pezzo di pane sapore di casciata, & insieme la fece tanto padrona del suo gusto, che d’indi in poi in tempo di sua vita, mai più hebbe desiderio di cibo particolare; in modo, che se tutti i cibi del mondo le fussero stati posti avanti, non haverebbe havuto più desiderio di uno, che dell’altro.

Vita della B. Chiara detta della Croce da Montefalco dell’Ordine di S. Agostino. Descritta dal Sig. Battista Piergilii da Bevagna, seconda edittione, in Foligno, appresso l’eredi d’Agostino Alterii, 1663. Parte prima, Capitolo V, «Delle penitenze che la B. Chiara cominciò e fece in detto Reclusorio», pp. 12-13 (che si può leggere qui).

 

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«Donne religiose nascostesi per sempre» (Voci, 1)

Comincio con questo una nuova serie di post, le «Voci» – come sempre a scadenza variabile, in questo caso non troppo frequenti –, nei quali trascriverò brani più estesi tratti da opere dei secoli passati, di argomento monastico nel senso più ampio. Brani indicativi di una determinata situazione, oppure ornati nello stile, o semplicemente curiosi e quasi sempre del tutto dimenticati e sepolti.

E comincio con l’avvertenza «al lettore» che d. Paolo Botti (ca. 1620-1696) premette a una raccolta di prediche dedicata alle monache del «cospicuo Monistero di S. Giorgio di Padova», nella persona della rev.da Laura Felice Viale.

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Al lettore

ParlareAlleGrate

Questo mio parlare non è colle grate dure di ferro, quali sono in tutte le parti del mondo quelle de Monisteri, e delle Chiese delle Reverende Monache; è parlare alle grate con persone dalla Divina gratia intenerite; anzi tutte tenerezza d’amor di Dio; e però non s’udiranno racconti di fatti d’armi, ne d’armati disfatti in terra, ed in mare; non di perdite di Provincie fatte da gl’infedeli, ne delle conquiste seguite de Regni cattolici, essendo cosa sconvenevole dice S. Girolamo, anzi più che sconcia, che Donne religiose nascostesi per sempre, & uscite dal mondo col corpo, colla lingua poi, e con l’orecchio curiosamente lo scorrano, profanando cò discorsi secolareschi lo stato sacro, che professano, e la mente riempiendo de successi terreni, da quali pura, e monda conservar la dovrebbono, e se fosse possibile, di tutti totalmente vota. Incongruum est latere corpore, & lingua per totum mundum vagari.

A queste grate non si parla delle pompe del secolo, salvo che per detestarle. Vesti non si nominano fatte all’usanza, se non per non usarle. De cibi dilicati non si discorre, che per astenersene in tutt’i tempi. Non si biasima il sonno, ed il riposo della notte, lodasi chi se ne priva, massime nell’ora del mattutino. Non si portano scherzi per sollevare più d’una dalle sue melanconie, s’esortano tutte, e con sode, e serie ragioni si persuadono à sopportare alle occorrenze ogni vero, e brutto scherno. Non si fà commemoratione de Congiunti, se non con fine d’istillar staccamenti. si parla del modo di mortificar le passioni, e d’avvivar le virtù poco meno, che morte. A negare s’insegna la propria volontà in primo luogo, secondando prontamente quella de Superiori. Si favella una, e più volte della stima inestimabile della gloria celeste, e del magnanimo disprezzo d’ogni oggetto terreno. Le parole ordinarie, che à queste grate si spendono, non solo odoran di sacro, come le lettere di Pammachio quae olent Profetas, Apostolos sapiunt, ma realmente sono tutte sacre, manifestando i castighi annuntiati da Profeti à mal viventi, e ridicendo il premio predicato da gli Aspostoli, e promesso da parte di Dio à virtuosi.

E qual confabulatione può darsi nella presente vita più degna, e più salubre di questa? Qual cibo, qual mele può ristorare, e riempir di dolcezza l’anime nostre al pari della parola di Dio, e della predicatione della sua santa legge? Neque vero, scrisse già il Pontefice S. Damaso, ullam puto digniorem confabulationem, quam de scripturis sermocinemur inter nos, qua vita nihil puto in hac vita iucundius; quo animae pabulo omnia mella superantur.

Questo è il contenuto del mio parlare alle grate, semplice, senza frase, e senza stile, morale bensì, e pien di frutto, e che al di dentro assai più penetra Omni gladio ancipiti.

Semplice è il mio parlare non pretendendo di lusingar l’orecchio d’alcuna in particolare, ma di giovare à tutte l’anime, prima alla mia, poi à quelle del mio prossimo. Questo è il fine del mio dire, e del mio scrivere: Quod et mihi, et tibi prodesse possit; e però non deo pensare à belle parole, ma à fatti buoni, e virtuosi da me pretesi sicuro di non poter ciò conseguire, se non con calde sì, ma umili esortationi d’affettuoso Padre, non con alte, e sollevate declamationi di facondo Oratore. Quod autem id erit nisi exhorter ad bonam mentem. Chi dunque è del numero di coloro intitolati dal medemo Filosofo Nugas quaerentium non miri la coperta, ne i cartoni di questo libro, ch’io son contento. Chi và dietro à Poeti, non à Profeti, non habbia mai davanti gli occhi questi miei fogli, perché senza fallo resterà defraudato. Chi appetisce moralità, e più d’un documento spirituale, rivolga queste carte, che troverà cibo bastevole à pascere il suo spirito, e ne renda poi gratie al Signore; con esso lui, ed à lui solo sempre vivendo.

Il parlare alle grate. Discorsi alle RR. monache morali, e spirituali sopra gli evangelii delle domeniche di tutto l’anno composti dal padre D. Paolo Botti cremonese chierico regolare teatino Venezia, 1688; che si può leggere qui.

 

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