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Una cordialità inestinguibile (Dice il monaco, CXXVII)

Dice abba Isaia, monaco bizantino, all’inizio del XIII secolo, componendo un florilegio di storie, detti e insegnamenti tratti dalle raccolte tradizionali dei Padri del deserto:

Chi è il monaco vero, sincero e saggio? È colui che è riuscito a serbare una cordialità inestinguibile fino al suo ultimo giorno, che con pazienza ha portato fino alla morte il fardello della vita, che ha dato sempre ascolto a se stesso aggiungendo fervore a fervore, fuoco dell’anima a fuoco dell’anima, sforzo a sforzo.

♦ Gli insegnamenti dell’abba Isaia alla beata monaca Teodora, 155, in Meterikon. I detti delle madri del deserto, a cura di L. Coco, traduzione di A. Sivak, Garzanti 2024, p. 168.

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Non so come mai (Dice il monaco, CXXVI)

Dice Giovanni Climaco, eremita e poi cenobita, verso la metà del VII secolo:

Perché spesso succede che, quando mangiamo in abbondanza e siamo sazi di cibo, riusciamo a vegliare con la mente lucida, e quando digiuniamo e soffriamo la fame, crolliamo miseramente nel sonno? Perché, quando restiamo nell’esichia e nella solitudine, i nostri cuori s’induriscono, e quando stiamo in compagnia di altri, raggiungiamo la compunzione? Perché, quando siamo affamati, siamo tentati durante il sonno, e quando siamo satolli, non subiamo tentazioni? E perché, quando siamo nell’indigenza, diventiamo tenebrosi e incapaci di compunzione, e quando beviamo del vino, diventiamo radiosi e inclini alla compunzione?

In queste cose, chi dal Signore ne ha ricevuto la capacità, illumini chi è senza luce, perché noi su tali questioni non siamo stati illuminati. Possiamo soltanto dire che alterazioni come queste non sono sempre frutto dell’azione dei demoni, ma a volte anche del temperamento che ciascuno di noi ha ricevuto e di questa pinguedine sordida e golosa che – non so come mai – ci avvolge.

♦ Giovanni Climaco, La scala, XXVI/2, 14, traduzione e note di L. d’Ayala Valva, introduzione di J. Chryssavgis, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2005, pp. 383-84.

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I nostri piccoli pensierini (Dice il monaco, CXXV)

Dice Grimlaico, monaco sedicente «recluso» in diocesi di Metz, intorno al 900, utilizzando per così dire metaforicamente una delle immagini più feroci dei Salmi:

Satana non sa da quale passione l’anima può essere sedotta. Questo è il motivo per cui vi semina le sue erbacce [zizania sua]. A volte semina il seme della fornicazione; altre volte quello della mormorazione o di altri vizi. Fa lo stesso con le passioni, e qualunque passione vede girare intorno a una persona [videt animum declinare], continua a mandarla. Ora, nulla vanifica gli sforzi del demone come lo smascherare i suoi stimoli, e niente lo rende così felice come quando i suoi pensieri sono tenuti nascosti. Dato che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni, vale a dire i cattivi pensieri [serpentes et scorpiones, hoc est malas cogitationes], dobbiamo purificare i nostri cuori per mezzo di un’umile confessione e sbattere questi piccolini, i nostri pensieri [parvulos cogitatus nostros], contro il Cristo, poiché quello che è scritto è detto di noi: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra» [Salmi, 137, 9], e anche: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

♦ Grimlaico, Senza che si oda la loro voce. Regola per eremiti, 64, a cura di p. M. Di Monte, traduzione di A.J. Casiraghi e M. Di Monte, Monasterium 2020, p. 219.

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Puliti a specchio (Dice il monaco, CXXIV)

Dice un Anonimo del XIII secolo, di ambiente francescano spirituale:

Inoltre, in ciascuna creatura di questo mondo vi è luce e bellezza in virtù di quella luce [divina], come dicono i santi e i sapienti di questo mondo e come tu puoi comprendere facilmente. Perché al mondo non vi è cosa tanto scura che, se la si pulisce bene, non ridiventi chiara e lucente: perfino le pentole e i paioli, qualora vengano puliti accuratamente, ridiventerebbero splendenti tanto da potervisi specchiare.

♦ Scala del divino amore, Quinto gradino, introduzione e traduzione di F. Zambon, commento e note complementari di C. Di Fonzo, Paoline 2019, p. 121.

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Il vivaio delle anime (Dice il monaco, CXXIII)

Scrive Pier Damiani ai monaci di Montecassino, nel 1061:

Dunque, quando Dio onnipotente vi ha tratto in salvo dal mondo e vi ha immesso al suo servizio sotto la disciplina del monastero, a guardar bene, che altro ha fatto se non, come un tempo, durante il diluvio, di molti che perivano, scegliere voi, pochi, e, perché continuaste a vivere, farvi trovare riparo sull’arca spalmata di bitume? Poiché il recinto del monastero è il vivaio delle anime. Poiché vi vivono i pesci, che, come proclama la legge, sono provvisti di pinne, e, onde trasformarsi nel corpo di Cristo, si offrono come cibo prelibato per le mense degli israeliti. Poiché i pesci che sono provvisti di pinne sulle squame hanno pure l’abitudine di saltare sopra il pelo dell’acqua. Dunque, di che altro sono figura i pesci provvisti di pinne, se non delle anime elette, che sole – è sicuro! – si trasformano nel corpo della chiesa celeste? Giacché, non appena si reggono sulle penne della virtù, per il desiderio del cielo bramano ardentemente saltare, onde assurgere alla contemplazione delle cose di lassù, pur se di nuovo, per la carne soggetta alla morte, sdrucciolano giù su se stesse.

♦ Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Op. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 105-106.

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Un mal di piedi non trascurabile (Dice il monaco, CXXII)

Dice Origene, intorno al 234:

Non si può mettere in dubbio che, per quanto numerose possano essere le posizioni del corpo, a tutte sia da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti, come ad esempio quando si soffra un mal di piedi non trascurabile; oppure stando a letto a causa delle febbri, o altre simili infermità. Analogamente, se ad esempio siamo sulla nave o se il disbrigo di affari non permette di ritirarsi per la dovuta preghiera, si può pregare senza averne l’aria.

♦ Origene, La preghiera, XXXI, 2, introduzione, traduzione e note a cura di N. Antoniono, Città Nuova 1997.

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Funamboli (Dice il monaco, CXXI)

Dice Giovanni Cassiano (riferendo le parole di abba Teona):
Giustamente allora direi che i santi – coloro che, trattenendo stabilmente il ricordo di Dio procedono con incedere sospeso come su linee stese in alto – si possono a ragione paragonare agli equilibristi, volgarmente detti funamboli. Questi, affidando tutta la loro salvezza e la loro stessa vita all’angusto passaggio su quella corda, non dubitano di imbattersi nella più atroce delle morti se repentinamente una minima incertezza deviasse il loro passo o li distogliesse dalla direzione giusta. Se non assicurano al proprio passo quel sottilissimo sentiero con estrema prudenza mentre, in modo ammirevole, compiono le loro evoluzioni aeree, la terra, che è come il sostegno di tutte le cose naturali e il solidissimo fondamento per tutti, diventa per costoro una rovina immediata e certa, non perché la sua natura sia cambiata, ma perché questi cadono su di essa per il peso del proprio corpo.

♦ Giovanni Cassiano, Conversazione 23 (terza conversazione con abba Teona: L’essere senza peccato), 9, 1-2, in Conversazioni con i padri, a cura di R. Alciati, Edizioni Paoline 2019, p. 1319.

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Dai, parliamone (Dice il monaco, CXX)

Dice Basilio di Cesarea, dopo il 360:

Se dunque per questo ci ha riuniti Dio e vi è piena quiete dai tumulti di fuori, non volgiamoci a nessun’altra occupazione né concediamo di nuovo riposo al nostro corpo, ma trascorriamo ciò che resta della notte nella ricerca sollecita di ciò che è necessario […]. Se dunque ciascuno di voi ritiene che gli manchi qualcosa, lo sottometta a discussione comune; quello che gli sfugge sarà trovato più facilmente se ricercato più diligentemente da più persone, poiché di certo Dio ci farà dono di trovare quanto cerchiamo.

♦ Basilio di Cesarea, Regole brevi, Prologo 2-3, in Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022, p. 202.

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Al fuoco, al fuoco! (Dice il monaco, CXIX)

Dice Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, morto nel 1752:

Ora se la virtù della modestia scaturisce dall’intimo dell’anima, come da propria fonte, e si diffonde per i sensi e le membra del corpo, come per tanti rivoli, a rendere decoroso il portamento dell’uomo, ne deduca il lettore quanto sia necessaria una tale virtù ad ogni persona spirituale, specialmente se sia religiosa, per mantenere il suo decoro e per dare al prossimo la debita edificazione, il quale, non potendo vedere l’aggiustatezza  e la compostezza degli affetti che essa tiene nascosti nell’animo suo, l’arguisce dai moti e dagli atteggiamenti esterni del suo corpo.

Se mentre camminate per le pubbliche strade vedete uscire dai tetti delle case del fumo, non dite subito che dentro quelle arde il fuoco? E giustamente, perché il fumo che esce di fuori è segno infallibile del fuoco che arde di dentro. Così, quando vi si vede poco cauto negli sguardi, peco regolato nel modo di parlare, di discorrere, di ridere, nei moti, negli andamenti, e scomposto nel vestire, si arguisce certamente la scompostezza della vostra anima, essendo tali immodestie segno sicuro del vostro disordinato interiore.

Battista Scaramelli, «Sulla compostezza di tutte le membra», in Direttorio ascetico, edizione curata con rifacimento linguistico dal p. Lorenzo Tognetti S.J., vol. II, art. 3, c. 3, 138, Istituto Missionario Pia Società S. Paolo, 1943, p. 154.

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Scrivere lettere, che traffico! (Dice il monaco, CXVIII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, scrivendo al canonico Ogero, nel 1125:

E la mania di scrivere ci tiene tanto più impegnati, quanto più è faticosa, dato che, mentre neppure quando siamo presenti riusciamo a dire l’un l’altro facilmente quello che vogliamo, ci tocca in più, quando ci volgiamo agli assenti, dover esprimere accuratamente l’uno all’altro sia ciò che ci chiediamo reciprocamente sia ciò di cui siamo richiesti. Quando perciò, standoti lontano, penso, detto, scrivo e t’invio ciò che tu leggendo possa ricevere come se mi stessi accanto, dove va a finire la quiete, dove la pace del silenzio? «Ma questo – mi dirai – lo puoi fare anche stando in silenzio.» Ci sarebbe da meravigliarsi se proprio questa fosse la tua opinione in risposta alla mia. Non lo sai quale agitazione infuria nel cervello di chi detta, dove rumoreggia una caterva di espressioni, dove s’affolla una gran varietà di discorsi e diversità di significati, dove spesso si getta via ciò che viene sotto mano e si va in cerca di ciò che t’è scappato via? Dove si pone mente con ossessiva attenzione a ciò che sembra più bello secondo la forma o più logico secondo il contenuto, a che cosa sia più facilmente comprensibile o più giovevole alla buona coscienza e persino a ciò che va detto prima e ciò che va detto dopo, e a molte altre cose che i dotti son soliti considerare con estrema cura in queste occasioni? E in questo tu osi dirmi che c’è la quiete? E tu puoi chiamare silenzio questo stato di cose, anche se la lingua rimane ferma?

♦ Bernardo di Chiaravalle, Lettera LXXXIX, 1, in Lettere, Parte prima 1-210, introduzione di J. Leclercq, traduzione di E. Paratore, commento storico di F. Gastaldelli («Opere di San Bernardo», VI/1), Città Nuova 1986, pp. 443-445. (La lettera, con la quale Bernardo si rifiuta di rispondere ad alcune questioni di teologia scolastica poste da Ogero, contiene tra l’altro la famosa, e per certi versi famigerata, frase a effetto con cui, appunto, Bernardo motiva il suo rifiuto: «Poiché non è ufficio di un monaco, quale pare che io sia, o meglio di un peccatore quale sono in realtà, insegnare, ma piangere».)

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