Due orti e un ovile (il terzo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

 Sono molte, nei quattro libri dei Dialoghi di Gregorio Magno, le storie di miracoli che hanno come sfondo le attività e i luoghi legati al sostentamento, e la cosa non sorprende se si pensa alla loro vitale importanza nel contesto della società altomedievale. Ho letto finora metà del terzo libro e ne ho incontrate già tre che mi sono piaciute assai1.

Proprio ad apertura di libro (cap. 1) Gregorio racconta di Paolino da Nola, personaggio molto noto per vari aspetti, qui ricordato per un miracolo di profezia, in cui però, per me, il grande protagonista è l’orto. Paolino è già vescovo, appunto di Nola, quando una vedova lo implora di aiutarla a riscattare il figlio rapito dai Vandali e portato schiavo in Africa. Paolino non ha nulla sotto mano, ma poiché la donna insiste, le offre se stesso. Lei non gli crede (anzi, pensa che «volesse prenderla in giro piuttosto che compiangerla»), ma poiché lui insiste, i due partono. Giunti dal padrone del figlio (l’uomo, tra parentesi, è genero del re), la vedova propone lo scambio. Il barbaro, ovviamente tronfio e gonfio, si rivolge a Paolino: Cosa sai fare? «E Paolino rispose: “Non conosco alcun mestiere, ma so coltivare bene un orto”.» Ah, okay, affare fatto: figlio restituito, Paolino a vangare. Cosa che effettivamente sa fare piuttosto bene, ma non solo, Paolino è anche colto oltreché coltivatore, e il suo nuovo padrone se ne accorge, tanto che, invece di andare a trovare gli amici, finisce sempre a parlare con lui. «Dal canto suo, Paolino ogni giorno portava alla mensa del padrone verdure fresche e odorose [odoras virentesque herbas] e, ricevuta la razione di pane, tornava nell’orto.» Il tempo passa, finché Paolino fa la sua profezia: il re morirà a breve. Il barbaro riferisce al suocero, che gli dice: Portami un po’ questo tuo ortolano. «Così fu fatto. Quando il re si sedette a pranzo, Paolino venne a portargli verdure di ogni genere, fresche e odorose, da lui coltivate…» E da lì in poi è tutta discesa.

Più o meno a metà libro incontriamo un «venerabile sacerdote» (cap. 22) che, conclusa la sua santa vita, viene sepolto vicino alla sua chiesa, nel luogo che «era di passaggio per andare dalle pecore». La notte, mentre i chierici della parrocchia sono intenti a cantare i salmi, un ladro si introduce nell’ovile, prende un castrato e fa per andarsene, «ma quando arrivò al luogo dove era stato seppellito l’uomo del Signore, d’un tratto si fermò e non poté più muovere un sol passo». E non può neanche mollare il maltolto. Niente, resta lì bloccato tutta la notte, con il castrato in mano. Al mattino, usciti di chiesa, i chierici lo vedono, ma non capiscono se il tizio sta rubando loro l’animale o se glielo sta portando in offerta. Il ladro allora confessa: ammirazione per il potere di interdizione della tomba, preghiere di ringraziamento, osso mollato, ladro perdonato.

Tornando un po’ indietro troviamo Isacco (cap. 14). Siriano di origine, Isacco si ritira in una comunità nei pressi di Spoleto e, nonostante qualche abitudine un po’ strana, «la sua condotta di vita fu conosciuta in lungo e in largo dagli abitanti di quella regione». Una sera, ad esempio, dice ai confratelli di «gettare nell’orto del monastero quegli arnesi [ferramenta] che usualmente sono definiti vanghe [vangas]. Ma perché? gli chiedono. Voi non vi preoccupate, risponde, anzi, «preparate [anche] un piatto di carne per i nostri lavoratori, perché sia pronto a prima mattina». Quali lavoratori? gli chiedono. Date retta, un piatto di carne. Al mattino tutta la comunità, piena di curiosità, si reca nell’orto e «per quante vanghe [Isacco] vi aveva fatto gettare trovò altrettanti lavoratori». Com’è possibile? Il fatto è che dei ladri si erano introdotti nella notte e, trovate le vanghe, «per opera dello spirito la loro intenzione era cambiata» e si erano messi al lavoro. Al che «Isacco disse: “State allegri, fratelli, avete lavorato molto, perciò ora riposate”» […] e dopo tanta fatica li rifocillò». Dopodiché li congeda e si raccomanda «Non fate più del male. Ogni volta che volete qualcosa dall’orto, venite all’ingresso, chiedete senza alzare la voce [tranquille petite] e riceverete, insieme con la benedizione». C’est-à-dire: chiedete, coi bei modi, e vi sarà dato.

______

  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Libri

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.