L’apprendistato monastico di Cesario di Arles, uno dei più famosi e tipici vescovi-monaci (e fratelli maggiori) del V-VI secolo, si compie a Lérins, «l’isola felice, che pur sembrando piccola e piatta, è conosciuta per aver levato verso il cielo monti innumerevoli». Nato nell’odierna Chalon-sur-Saône intorno al 470, Cesario entra a Lérins come novizio più o meno ventenne per uscirne più o meno trentenne, dopo aver studiato, ricoperto incarichi, appreso per esperienza le dinamiche di un monastero non piccolo e svolto anche alcune missioni. Proprio in seguito a una di queste ultime il vescovo di Arles lo «aggrega al proprio clero» e nel 503 lo indica come suo successore sulla cattedra vescovile, che Cesario occuperà, fino alla morte, nel 542: attivissimo, coscienziosissimo e ammiratissimo, ma non immemore della sua prima vocazione.
Dicevo «fratello maggiore» perché, come in non pochi altri casi, c’è una sorella, Cesaria, per la quale – o con la quale secondo altri modi di porre la cosa – fonda il monastero di San Giovanni di Arles, il primo ad accogliere la clausura per le donne consacrate; e per il quale monastero Cesario redige la Regola per le vergini, «la prima regola monastica composta esclusivamente per sacre vergini» e che «sembrò a quel tempo una grande novità, come mostra anche l’ammirazione di papa Ormisda» (che nella lettera Exsulto in Domino loda Cesario per aver fondato un monastero di vergini; proibisce ai suoi successori di osare rivendicare alcun potere sullo stesso monastero…e gli conferma i beni attribuiti).
La Regola è il frutto di una lunga elaborazione, cominciata nel 512 e conclusasi nel 534, anzi, come riportano alcuni manoscritti, rivista e firmata in forma definitiva il 10 luglio 534, «al tempo del console Paolino», e se da un lato le sue fonti sono, oltre alla Bibbia, la Regola di sant’Agostino, gli scritti di Giovanni Cassiano e gli usi di Lérins, molte delle sue caratteristiche confluiranno nelle legislazioni successive, non ultima la Regola di san Benedetto, di cui anticipa, tanto per dirne una, la prescrizione della stabilità: «Ecco quanto conviene per prima cosa alle vostre anime: se una, lasciata la sua famiglia, ha voluto rinunciare al mondo ed entrare nel santo ovile, per poter sfuggire con l’aiuto di Dio alle fauci dei lupi spirituali [non soltanto spirituali, osservano alcuni commentatori, se si pensa che “nella società del tempo, in mezzo alla quale l’elemento barbarico era preponderante, si intuiscono i pericoli che potevano correre le vergini consacrate”], non esca fino alla morte dal monastero».
Oppure la necessità di sottoporre l’aspirante monaca a molte prove [multis experimentis] prima dell’ammissione alla comunità e a un anno di probandato prima della vestizione. O ancora l’insistenza sulla rinuncia a qualsiasi proprietà personale, anche minima: «Nessuna abbia in proprio beni fuori monastero, né cosa alcuna dentro e non si riservi l’amministrazione di alcunché», perché Cesario sa bene che molte sono le monache che provengono da famiglie nobiliari che vogliono ridurre il cosiddetto fronte matrimoniale spedendo alcune figlie nel chiostro, e quindi «non si ricevano se non abbiano prima fatto nei riguardi dell’intero loro patrimonio anche modesto delle carte intestate a chi vogliono, atti di donazione o di vendita, in modo da non serbare in loro potere nulla».
È molto interessante l’insistenza su lettura e scrittura. Se da una parte non si devono accogliere giovani, nobili o no, da educare o istruire, dall’altra le consorelle «tutte imparino a leggere e a scrivere» e «in ogni stagione si dedichino alla lettura per due ore, cioè dal sorgere del sole fino all’ora seconda» [Omnes litteras discant; omni tempore duabus horis, hoc est a mane usque ad horam secundam, lectioni vacent]. A parte poi gli aspetti più prevedibili circa la preghiera, il lavoro, i rapporti con l’esterno (sui quali l’insistenza è assai ribadita), molte sono le indicazioni che tradiscono anche in questo caso la «provenienza sociale» delle monache: essenzialità nell’arredo («A nessuna sia permesso di scegliersi un quartierino a parte né di avere una camera o un armadietto [nec habebit cubiculum, vel armoriolum] o altro del genere che si possa chiudere a uso personale») e nell’abbigliamento («Abbiano tutte le vesti soltanto di colore semplice e serio, mai nere, mai bianche candide, ma soltanto grezze o colore del latte [Omnia vero indumenta simplici tantum et honesto colore habeant, nunquam nigra, non lucida, sed tantum laia vel lactine]») e nel corredo («È veramente sconveniente che sul letto di una religiosa risplendano coperte variopinte da secolari e coltri ricamate [Indecorum est, si in lecto religioso stragula saecularia, aut tapetia picta resplendeant]».
E poi lavorino (la lana), si servano l’un l’altra, si alternino negli incarichi, non si preoccupino del cibo, abbiano cura delle malate, obbediscano alla badessa, preghino; e soprattutto vivano in armonia e fraternità, senza mai rivolgersi «parole aspre e ingiurie», e se ciò accade chiedano e concedano il perdono senza indugio, perché «chi non vuole mai chiedere scusa o la chiede, ma non di cuore, e chi ne è richiesta, se non perdona, sembra non avere ragione di stare in monastero».
Sine causa in monasterio esse videtur, non c’è motivo che stia in un monastero.
♦ La Regola per le vergini si può leggere in Regole monastiche antiche, a cura di G. Turbessi, traduzione di M. Bozzi, Studium 1974, pp. 335-66; altre notizie su Cesario da Cesario di Arles, Sermoni al popolo, introduzione, versione italiana e note di P. Giustiniani e L. Longobardo, Città Nuova 2024.
