Lasciando da parte la dimensione del miracoloso, così difficile, se non ormai impossibile, per noi moderni da apprezzare nello stesso modo in cui la apprezzavano i monaci dell’XI secolo (e non solo loro), è sempre interessante soffermarsi sui particolari per così dire realistici dei racconti di fatti mirabili «quae miracula appellantur»; quei dettagli che «aprono squarci bellissimi sul modo di sentire comune, e sono altrettante spie, o piccole finestre, che occhieggiano su una società da cui, per certo, ci separano anni luce» (Aldo Granata). E poterlo verificare, anche da dilettanti, sulle pagine di un grande scrittore come Pier Damiani è ancora più interessante1.
Considerando, per cominciare, che Pier Damiani scrive, da Fonte Avellana, all’abate Desiderio, a Montecassino, ecco che l’inciso «ci separa, interponendosi tra di noi, un cammino di quindici giorni all’incirca» ci dà una misura della durata del viaggio di un po’ meno di 400 chilometri lungo la Flaminia e poi la Casilina. Proseguiamo col vescovo Arnaldo, protagonista di un’esemplare punizione proprio mentre si metteva a sedere con familiari e servi e, «libero da preoccupazioni, di umore ilare e lieto [securus, hilaris ac jucundus], scambiava con loro detti garbati e spiritosi»; Arnaldo che peraltro «era dotato di una facondia così singolare che, quando sciorinava rapidissimamente le parole [dum expeditissime in verbis decurreret], non a torto lo si sarebbe potuto definire di lingua davvero tagliente». Poi c’è Ugo di Fano che tutta la città aborre e definisce folle («tutti gli sputano addosso, lo scacciano e lo insultano»), anche i famigliari lo schifano «e il suo alito – come si lamenta Giobbe – fa nausea alla moglie [halitum quippe ejus, juxta querelam B. Job uxor exhorret]». Chiede allora di incontrare Pier Damiani, il quale si informa un po’ in giro e visto che tutti non sanno dirgli altro che «è folle», lui ribatte: «Come lo sapete? O su quali prove si fonda la vostra congettura che egli sia fuori di sé?»
C’è ancora la confessione del vescovo Severino circa la mancata osservanza delle ore canoniche, per motivi, diciamo così, di time management: «Non fui in grado di adempiere all’obbligo dell’ufficio comune nel rispetto del giusto intervallo delle ore canoniche; giacché, cumulando insieme ogni cosa al mattino, per tutto il giorno avevo la più ampia libertà di dedicarmi agli affari incombenti». C’è «uno sconosciuto dalla lunga chioma [incontrato per strada], che, come se stesse ritornando da Gerusalemme, recava in mano una palma»; c’è il confratello malato di Fonte Avellana che, «approfittando di questa sua debolezza e fragilità di costituzione, recitava spesso, dal principio alla fine, compieta, restando a giacere a letto»; c’è il figlio del re Roberto (II il Pio), «il cui collo era del tutto simile, come il capo, a quello di un’oca»; c’è l’«edificio riservato agli infermi [infirmorum domus]» visto durante una visita a Cluny; c’è l’espressione di «un chierico molto insolente e gonfio d’orgoglio» che, richiamato al dovere evangelico dell’umiltà, rispose che no, «se io mi fossi umiliato, cedendo ai miei avversari, oggi non avrei sì gran copia di possedimenti e di clientele» – si può immaginare come scontò il sacrilegio… E così via.
E di tutto quello che racconta Pier Damiani chiama a testimone la sua coscienza «che, non per la voglia di dir bugie, ma per il desiderio di edificare, ricordando con la maggior precisione possibile ciò che mi fu raccontato, mi preoccupo di prenderne nota in certe mie paginette [satago schedulis adnotare]».
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- Pier Damiani, Lettera sulla utilità dei vari suffragi e vari miracoli in particolar modo della beata Vergine (Opusc. XXXII) e Lettera su vari racconti di fatti miracolosi (Opusc. XXXIV/1), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 207-269. E dice ancora il curatore, Aldo Granata: «Anche la circostanza che un gran numero di fatti a noi riferiti come miracolosi abbia per oggetto gli alimenti indispensabili alla vita all’uomo, è tale da farci riflettere sul vero significato di una fede, ingenua sì, finché si vuole ma, per così dire esasperata, resa più accesa e implorante dalla durezza e dalla precarietà delle condizioni materiali del vivere quotidiano».
