All’interno del volume antologico La vita spirituale di André Louf1, monaco trappista, abate e luminoso scrittore di cose, appunto, spirituali, ci sono tre saggi dedicati specificatamente alla vita in comunione, saggi che, come dice Enzo Bianchi nella prefazione, oltre a trarre valore da una lunghissima esperienza di abbaziato (35 anni presso l’abbazia di Mont des Cats nella Francia del Nord), contengono «elementi di sapienza in cui anche chi si professa non credente potrà trovare spunti a cui attingere per una vita sensata, unificata, riconciliata».
Il primo, Vivere in una comunità fraterna, del 1984, passa in rassegna i tratti caratteristici di una comunità che si voglia cristiana: un «luogo» costruito sulla debolezza umana («una comunità cristiana che non conti al suo interno persone con delle mancanze è molto semplicemente impensabile. Non solo non è possibile, ma non è neanche desiderabile»), un luogo di perdono («i compiti concreti che dobbiamo eventualmente assumere come comunità sono secondari. Poiché è il perdono l’esperienza fondamentale della comunità cristiana»), un luogo di guarigione («per il fatto stesso che una comunità cristiana è fondamentalmente edificata sul perdono, essa è essenzialmente anche un gruppo terapeutico»).
Il secondo, L’obbedienza nella tradizione monastica, del 1976, propone una sottile differenziazione tra obbedienza sociologica, quella per così dire «semplice», che si deve al superiore nelle mani del quale si rimette con un voto la propria volontà, e obbedienza spirituale, che è specificamente cristiana (deriva direttamente dal Cristo) e che può articolarsi, secondo André Louf, in tre aspetti, o doni, distinti: l’obbedienza-abbassamento, cioè la conservazione di uno stato continuato di inferiorità («la grande fatica del cenobita, il cuore della sua ascesi, si trova quasi sempre nell’obbedienza. È la notte benedettina per eccellenza»); l’obbedienza di docilità (o di discernimento), cioè la mortificazione delle volontà proprie (l’abate insiste sul plurale), con l’aiuto del padre spirituale; l’obbedienza profetica, che conduce alla manifestazione della volontà divina.
Ma è soprattutto il terzo saggio, Vita comune, scuola di carità, del 1996, a essere particolarmente interessante per «chi si professa non credente» (anche se ritiene irrealizzabile la «tripletta» indicata dall’allora priore di Bose). Traendo sostegno soprattutto dalla tradizione cistercense (Bernardo, of course, Guglielmo di Saint-Thierry, Baldovino di Ford), ma senza tralasciare gli esiti (e la terminologia) delle scienze sociali, Louf analizza alcuni momenti del vivere in comunità che ne fanno una «macchina di bene» (l’espressione, infelice, è mia). 1) Stare insieme è bello e «dà la certezza di essere aiutati in caso di difficoltà». 2) La vita fraterna è uno specchio, infallibile nel far emergere i propri difetti; lavoro psicologico e spirituale di primissima importanza, lo definisce l’abate, che «oggi verrebbe chiamato accettazione di sé, con il proprio passato, i propri desideri, le inevitabili frustrazioni e i propri limiti». Il cammino comunitario è il campo della contritio cordis, della «frantumazione del cuore»: espressione forte, ma efficace, che mi sento di assimilare al compito ultra-necessario di non mentire a se stessi. 3) La comunità è il luogo dove si manifesta la compassione (misericordia verso di sé e verso gli altri: nel rituale di ammissione alla comunità si viene interpellati con un «che cosa chiedi?», cui si risponde con «la misericordia di Dio e dell’Ordine»). 4) La vita fraterna, come si diceva, può diventare un «autentico cammino terapeutico». 5) Le osservanze della comunità sono un’occasione privilegiata di sperimentare le proprie debolezze e di viverle, idealmente, senza traumi. 6) La scoperta del valore della volontà comune e di un pluralismo orientato all’unità. 7) La possibilità della nascita di un’amicizia, che pur con le dovute cautele è «sempre un evento importante, che merita rispetto e attenzione – e l’abate prosegue in modo un po’ inatteso –, che si tratti di un’amicizia tra due persone che vivono nella stessa clausura o di un’amicizia con qualcuno all’esterno».
Le lezioni da ricavare da questo insieme di dinamiche sono molte, non tutte prive, devo dire dal mio punto di vista, di possibili ambiguità, come peraltro dimostra la realtà, soprattutto quando la premessa, o forse dovrei addirittura scrivere la Premessa, è distorta. Ma non è un discorso che sono in grado di fare. Quello che posso dire è che la mia preferenza va al punto 2: «Tutto ciò che ci irrita nei nostri fratelli c’insegna in primo luogo qualcosa su noi stessi».
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- André Louf, La vita spirituale, prefazione di E. Bianchi, traduzioni di L. Marino e R. Larini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001.
