Talvolta, quando leggo «Vita Nostra», il semestrale dell’Associazione «Nuova Cîteaux», ho l’impressione, se non proprio di spiare dal buco della serratura, quantomeno di essere un ospite che ascolta una conversazione alla quale non era stato invitato. Non è l’organo ufficiale dell’Ordine Cistercense (dei suoi due rami) a uso interno, si tratta, in fondo, di una pubblicazione, tuttavia la mia sensazione è quella, poiché la quasi totalità degli articoli che vi vengono appunto pubblicati deriva da occasioni interne all’Ordine, spesso strettamente interne, come le «settimane di formazione», le lettere circolari, le «commissioni liturgiche», ecc. È una rivista scritta da monaci e monache che si rivolgono ai propri confratelli e consorelle, quindi, come si può immaginare, di eccezionale interesse per avere un’idea di cosa (alcun)i monaci e monache (cistercensi) di oggi pensano di se stessi e della loro scelta di vita.
Il primo numero del 2024, dal punto di vista sopra indicato, è assai notevole. A cominciare da alcune riflessioni dell’abate generale (ocso) Bernardus Peeters, sollecitate dalla domanda di un postulante che l’ha colto di sorpresa: «Qual è il vantaggio, per me e per la comunità, di appartenere a un Ordine?» La risposta dell’abate è concreta: «È un corpo grazie al quale siamo chiamati a sostenerci gli uni gli altri». E a riprova cita tre casi specifici di aiuto materiale: una colletta internazionale per una comunità in difficoltà («voi avete donato con generosità»); una visita a una comunità lungamente rimandata a causa di una guerra («la cerimonia ha avuto luogo mentre intorno continuavano i combattimenti»); l’ondata di solidarietà in seguito alla morte improvvisa di un abate («il fatto che noi fossimo là come comunità dell’Ordine»). È nella crisi che il legame di carità dell’Ordine si dispiega al massimo grado: «È proprio questo il momento in cui abbiamo disperatamente bisogno l’uno dell’altro come comunità».
A seguire con l’intervento di m. Cristiana Piccardo sul servizio abbaziale, sulle difficoltà del dialogo intra-comunitario, tra «aggiornamento» e rispetto degli Usi e delle Osservanze (come far convivere, ad esempio, lo stimolo al dialogo con l’osservanza del silenzio?) e sulla secolare dialettica tra libertà e obbedienza («la libertà aderisce a… ciò che è giusto e nato dalla ricerca sincera del bene comune»). A seguire ancora con le pacate rivendicazioni di Patrizia Girolami (ocso) in tema di liturgia: «Chi, se non noi monaci, possiamo gustare e testimoniare la bellezza della liturgia? Chi, se non noi monaci, possiamo riscoprirne il senso teologico e aiutare gli altri a riscoprirlo? Chi, se non noi monaci, possiamo offrire, oggi, la possibilità, a chiunque lo voglia, di vivere il mistero della liturgia?»
Per giungere infine, sorvolando su due articoli sull’esperienza di Tibhirine e sull’«attualità» di Guglielmo di Saint-Thierry che meritano un discorso a parte, all’articolo di Monica Della Volpe (ocso), estremamente significativo a partire dal titolo programmatico: Quali aspetti del nostro carisma potrebbero aiutare il monachesimo italiano a un rinnovamento e a rispondere alle sfide di oggi, non privo di punte più o meno velatamente polemiche (Bose, il sacerdozio dei monaci, il cosiddetto monachesimo urbano, le monache camaldolesi, Civitella, anche Viboldone e le «grandi abbazie benedettine [che] sembrano piuttosto soffocate dal peso di una storia») e che attacca con una presa di posizione inequivocabile: «La vita monastica ha avuto una sua resistenza, basandosi su usi e osservanze la cui validità era comprovata da secoli, ed è arrivata sino a oggi, talvolta però in condizioni pietose; dove è conservata, più che rinnovata, sembra tirare gli ultimi respiri». Il discorso si fa da qui complesso e delicato, e io, osservatore impreparato e non invitato, o mi fermo o ci penso bene prima di proseguire.
