Cap. X. Che non si devono avere cose curiose.
Appresso ti esorto che non ti curi di tenere nella tua stanza cose curiose, come sono immagini adorne, tavole, fazzoletti, coronette polite e preziose, e cose simili; né dèi riceverle, né darle altrui in dono, perché simili traffichi e negozi occupano il cuore, e dispiacciono a’ nostri maestri, come quelli che ti fanno parere tra gli altri notabile e singolare; e ancora ti aggravano la coscienza di alcuna proprietà, conciossiaché tali cosette spesse fiate incautamente si ricevono, o si danno senza licenza de’ Superiori, sia per increscimento, o per rispetto, o per vergogna di ricorrere così spesso per sì picciole cose da’ Maestri.
Non dèi tenere appresso di te spezie odorifere per condire i cibi, eccetto se per evidente necessità tu non potessi lasciarle: e chi potesse vivere privo di tutte le cose particolari, sarebbe felice, perché avrebbe tolta via la materia di gran distrazione: far di avere quanto più pochi bisogni è possibile, o se pur ti bisogna tenere alcuna cosa privata, come sono libri, per cagione di studio, e cose appartenenti allo scrivere, non ne tenere mai alcuna soverchia o curiosa, ma sii contento di aver solamente cose necessarie in numero ed in valore.
Similmente il tuo abito, e le altre cose che comunemente ti bisognano e tieni per tuo uso, sieno semplici e rozze; e così anche i gesti del corpo e tutte le cose, che fuori di te sono manifeste, fa che sieno schiette, facili e pure, in modo che tu non desideri, né procuri di aver cosa veruna linda, né curiosa, né di alcun singolare o vago colore tinta.
♦ San Bonaventura, Istruzioni a’ novizi, II, X, in Specchio della disciplina. Istruzione e Regola de’ novizi. Con alcuni salutevoli ricordi del ben vivere, terza edizione, Quaracchi, presso Firenze, Tipografia del Collegio di S. Bonaventura, 1891, pp. 264-65. (Chissà quale può essere la «evidente necessità» di tenere nella cella delle spezie…)

Forse per profumare la stanza? Chissà!