Scrive Anselmo d’Aosta, già monaco, priore e abate, e a questo punto arcivescovo di Canterbury, alla fine del 1106:
… al suo davvero diletto amico Elgoto, il venerabile abate del cenobio di Saint-Ouen; con il migliore augurio che l’amicizia saprebbe suggerire.
Un vero amico si dà sempre pensiero, come di un altro se stesso, di chi gli è vero amico; né ignora quali gioie o pene, a seconda delle circostanze, debba con lui condividere. Non gli è per nulla caro il soffrire; se però c’è una pena da condividere, desidera piuttosto – è sorprendente! – esserne a conoscenza e con lui soffrire, anziché ignorandola non soffrirne affatto. La vostra diletta e, in nome dell’amicizia, per me soave persona, desidera sapere che ne sia della mia attuale esistenza; onde intimamente disporsi nei miei riguardi in perfetta consonanza con il mio più intimo stato d’animo.
[…] Per quanto lo consentono le instabili vicende di questo mondo, tutto – a parte la debolezza fisica da me ogni giorno avvertita in misura crescente – va per me, Dio aiutando, a gonfie vele [omnia mihi… deo dante prospera sunt], sia dal punto di vista della salute che sotto ogni altro aspetto.
♦ Anselmo d’Aosta, Lettera 407, in Lettere, vol. 2: Arcivescovo di Canterbury, tomo 2, traduzione di A. Granata, commento di C. Marabelli, Jaca Book 1993, pp. 379-81.
