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«In che mondo sono arrivato»

Ieri siamo stati all’Abbazia benedettina di Finalpia, a Finale Ligure. Abbiamo sbagliato orario di avvicinamento e siamo potuti entrare soltanto nel negozietto presso la portineria, dove abbiamo parlato un po’ con una signora gentilissima, che alla fine ci ha venduto un barattolo di marmellata «mela + caco» («ottima per un regalo»), una confezione di «gocce di miele» (dall’apiario benedettino per il quale Finalpia è rinomata), due birre, due opuscoli, un volumetto della collana «Orizzonti monastici» dell’Abbazia San Benedetto di Seregno (che mi sono accorto, poi, a casa, di avere già) e i due corposi tomi di Monastica et humanistica, gli Studi in onore di Gregorio Penco o.s.b., pubblicati nel 2003 dal Centro storico benedettino italiano a cura di Francesco G.B. Trolese.

«Quello è un vero affare», ha detto la signora, quando ha visto che ci eravamo fermati sul piccolo scaffale con i libri. Non ho esitato, anche perché non era un caso che fossero lì: il grande storico del monachesimo ha fatto proprio a Finalpia la sua professione monastica, nel 1949, e vi ha concluso la sua vita – quella terrena, come di certo lui credeva – nel 2013. Sono due volumi splendidi, per ricchezza di contenuti e prestigio di firme, di complessive 1088 pagine, introdotte da tre pagine affettuose dell’allora abate di Finalpia, Romano Cecolin. Passando brevemente in rassegna la sterminata bibliografia del suo confratello, l’abate Cecolin ricorda come da un lato «lo studioso Gregorio Penco sia pienamente comprensibile solo nel contesto più ampio della figura del padre don Gregorio, monaco di Finalpia, come spesso egli firmava i suoi contributi»; dall’altro, come non fossero certo i mezzi esteriori a sorreggerne l’eccezionale capacità di sintesi. «Scherzando», ricorda l’abate Cecolin, «ci mostrava il suo computer da 500 lire, consistente in una scatola di cartone per le schede, ricavate da fogli di carta di tutti i formati e spessori.»

Mentre ero lì, poi, all’ingresso dell’abbazia, mi sono ricordato che Finalpia è anche il punto di partenza di quel «viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni» che ha dato origine a Sulle strade del silenzio di Giorgio Boatti, uno dei libri «laici» sull’argomento più riusciti e concreti degli ultimi tempi. Il libro di Boatti si apre proprio a Finalpia, con un capitolo molto personale e di grande sincerità, che s’intuisce sofferta. Era la prima volta che l’autore entrava in un monastero, e tutto era nuovo: dagli orari della comunità agli abiti dei monaci; dal modo di prendere i pasti a quello di pregare; dalle cose che mancavano, rispetto al mondo «di fuori», a quelle che invece c’erano, e fuori no; dal vasto orto chiuso al mondo circostante alla porta sempre aperta, e al mazzo di chiavi («dell’ingresso principale del monastero sul lato della basilica, del passo carraio, di questa cella»), consegnato senza esitazioni all’ospite appena giunto. «Non mi sembra vero. In che mondo sono arrivato?» commentava Boatti. «Che razza di posto è quello dove, con i tempi che corrono, mollano le chiavi di casa al primo venuto?» Là dove, tra l’altro, «in che mondo sono arrivato» potrebbe essere il motto del laico che si avvicina ai monasteri…

Come dicevo, però, noi ci siamo arrivati al momento sbagliato, e così ci siamo fermati sulla soglia , al «passo carraio, dietro la chiesa, [che] è sempre aperto», come dice il padre foresterario. Pazienza, torneremo.

 

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Assenza, attesa, desiderio: il chiostro

Di tutti gli spazi monastici, il chiostro è quello per il quale ho sempre provato l’attrazione maggiore. Sono sicuro di essere in vasta compagnia: per i laici, per i non credenti curiosi, e diciamo anche per i turisti, il chiostro è quasi il simbolo del monastero, il luogo che pare celare più degli altri il segreto del perché ci piace visitare le abbazie.

Chiostro dell’abbazia di Mont-Saint-Michel (foto Potts)

Quante volte mi sono seduto e, rivolgendomi a chi era con me, ho detto: «Qui potrei trattenermi un eone». Non soltanto per la pace e il silenzio, che pure sono aspetti non secondari, né solo per quella singolarità architettonica che permette la compresenza di luce piena e semioscurità (soprattutto in ambiente mediterraneo) e di «aperto» e «chiuso». Credo che il motivo principale della mia attrazione sia la nostalgia, qualunque possa essere il contenuto di questo sentimento, diverso per ciascun individuo che compia anche una breve sosta in quel quadrato magico1.

Quale sia il contenuto della mia nostalgia non è importante, ben più significativa è la riflessione che al chiostro dedica p. Mauro-Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, in coda a una «meditazione tenuta a un corso di formazione per clarisse professe solenni nell’aprile 2015»2. Nonostante la sua brevità, il testo, quasi nascosto e intitolato Il chiostro monastico, spazio dell’attesa, è molto denso e apre prospettive interessanti.

«Il chiostro nel monastero», esordisce p. Lepori, «è uno spazio superfluo, uno spazio creato dal ritirarsi di altri spazi; uno spazio superfluo creato dal ritirarsi di spazi “utili”». Struttura di raccordo tra la sala capitolare, il refettorio, la biblioteca, la chiesa, il chiostro distende la sua apparente «inutilità» al centro del monastero e ne diventa, paradossalmente, il cuore. «Spazio inutile, spazio perduto», continua p. Lepori, perduto come il Paradiso terrestre da cui l’uomo si è esiliato. Il chiostro diventa allora il simbolo di questo Eden perduto e si fa reale simulazione («spazio virtuale ante litteram») di un concetto telogico e biblico: «Questo giardino è nel cuore dell’uomo. Il giardino perduto è la nostalgia essenziale del cuore dell’uomo. […] Nel chiostro il monaco riascolta l’eco del pianto di Adamo che dalla notte dei tempi riemerge in ogni cuore umano».

Ecco che la nostalgia riemerge anche nelle parole dell’abate generale, che si inoltra poi lungo un sentiero sul quale non sono in grado di seguirlo. Il chiostro, infatti, è al tempo stesso luogo di assenza, attesa e desiderio e luogo del ritorno e della Presenza. Il chiostro, intorno al quale si snoda la giornata monastica e lungo il quale il monaco si muove avanti e indietro, «è lo spazio destinato a un cammino», reale e figurato, il cammino della croce (p. Lepori ricorda, tra l’altro, che in tedesco chiostro si dice proprio Kreuz-gang, «cammino della croce»), sul quale si misura la «distanza tra l’abisso della miseria umana e l’abisso della Misericordia divina».

È di clamorosa importanza per i monaci e le monache ciò che lì accade ogni giorno. «E pian piano», conclude l’abate, «tace il rumore dei nostri passi nel chiostro. Il monaco, l’uomo, si ferma, ascolta. I passi di Dio!»

Qualcuno si ferma, ascolta, non sente niente. Nondimeno resta lì, si volta verso chi lo ha accompagnato e sorride.

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  1. Né si può dimenticare la nostalgia del chiostro che tanti monaci chiamati alla vita attiva hanno confessato, da Bernardo di Chiaravalle a Ildefonso Schuster.
  2. Mauro-Giuseppe Lepori, I tempi e i luoghi della nostra forma di vita, in «Forma Sororum» 54 (2017), n. 3, pp. 137-51.

 

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«Persone tristemente famose» (La Visitazione di Salò, pt. 3/3)

AllePorte(la prima parte è qui, la seconda qui)

Ecco quindi una personalissima «top ten» di circostanze, fatti e cose che mi hanno colpito della plurisecolare cronaca del monastero della Visitazione in Fossa.

  1. Il primo cantiere di ampliamento viene affidato all’architetto comasco Antonio Spazzi, già molto vicino alla Visitazione. Ne fa l’opera della sua vita, tanto che portati a termine i lavori, con amorevole dedizione («non c’era mai nulla da rifare»), chiede alle monache di restare. Si occuperà della manutenzione e dei «complessi meccanismi degli orologi a pendolo» e morirà in pace, nel gennaio 1733, «nel suo alloggio presso il monastero, non senza aver mandato prima “la buona sera” alle sorelle».
  2. Il monastero viene benedetto, «al basso et all’alto», dal cardinale Giovanni Francesco Barbarigo, vescovo di Brescia, la sera del 28 gennaio 1719: «Le sorelle arrivano a contare ben “centoquattro benedizioni che fece con sua grande fatica per essere parato pontificalmente”».
  3. Il complesso del monastero è completato nel 1728, «la comunità risulta composta di trentatré sorelle coriste, cinque sorelle converse, due novizie e tre toriere», cioè le soeurs tourières, che stanno presso la tour, cioè la ruota (suora rotara), per estensione le sorelle non di clausura incaricate dei rapporti con l’esterno.
  4. Nel 1796 la guerra tra francesi e austriaci lambisce Salò e, come riporta la cronaca del monastero, «un colonnello dell’armata francese fu alloggiato presso la famiglia d’una nostra or defunta consorella». Una circostanza che sarà di singolare aiuto negli anni successivi e che garantirà alle monache una sorta di protezione dalle pretese delle amministrazioni municipali. Anche perché, «concedendo a madre Dossi [che redigeva al tempo la cronaca] di non saper distinguere i gradi militari, non è da escludere che quel “colonnello” fosse appunto lo stesso Napoleone», presente a Salò il 17 agosto, ospite della famiglia Lanfranchi.
  5. Ancora guerra, 13 aprile 1797: «Questi sono stati veri giorni di tenebre: il nostro povero monastero tutto attorniato da fuochi e da quantità di armati, lo scopio delle bombe delle quali cadevano i grossi pezzi sopra i nostri tetti e nell’ortaglia, i sbarri di cannoni, le cui balle di piombo al peso di libre sette in otto cadute ai piedi d’alcuna delle nostre sorelle senza nepur tocarla non che fare il minimo danno ad alcuna; si scuoteva il nostro monastero per lo rimbombo de sbarri e la veduta del fuoco metteva in tutte noi terrore e spavento». È soltanto l’inizio, ma la Provvidenza non distoglie lo sguardo dalla piccola comunità, che fu sempre «prodigiosamente preservata da qualunque disgrazia ad onta delle grossissime palle penetrate fin entro le muraglie e che conserviamo a perpetua memoria della divina protezione».
  6. La storia della Visitazione di Salò è anche la storia di un ininterrotto tentativo di espropriazione da parte delle varie autorità laiche, storia che, intrecciandosi con quella delle soppressioni degli istituti religiosi, potremmo riassumere così: ma possibile che quattro monache di clausura debbano disporre di uno spazio così bello, grande e centrale? Non potrebbero andarsene da qualche altra parte, così ci facciamo una scuola, ci mettiamo il municipio, una caserma? Sì, una caserma, come in molti altri casi: «Non troverebbesi nella nostra città fabbricato più acconcio a detto scopo di quello occupato dalle consorelle del soppresso monastero della Visitazione di Santa Maria», come si legge in una lettera del 30 gennaio 1873 del sindaco di Salò alla superiora. Okay, i periti devono effettuare un sopralluogo. Okay niente, non se ne parla proprio. Si arriva al 4 aprile: sindaco, ingegnere e aiutante si presentano alla porta del monastero; la superiora («la prelodata signora Rosa, in religione Angela Domenica Larcher») sbarra il passaggio; Torneremo! e «ove si trovasse ancora opposizione verrà senz’altro forzato l’ingresso della casa»; Liberissimi, ma «avverto vostra signoria che gli ingegneri incaricati potranno entrare in convento soltanto coll’abbattere l’entrata. Tanto mi è imposto dal dovere e dalla coscienza». E così accadde, ma niente caserma per fortuna.
  7. Nel 1899 arriva, in regalo, una cucina economica, «fatta venire appositamente da Innsbruck». Nello stesso anno viene installata la corrente elettrica (il telefono nel 1961).
  8. In seguito ai Patti Lateranensi del 1929 vengono avviate le pratiche per il riconoscimento della personalità giuridica del monastero, che dall’unità d’Italia risultava intestato alle «signore Migliavacca e Bersani», cioè suor Maria Annunziata e suor Angela Teresa. Il pretore chiede «scopi e attività» del monastero, risposta: «Sono semplicemente il ritiro e la vita in comune per il lavoro e le pratiche religiose».
  9. Il pretore ha chiesto anche dei mezzi di sostentamento, che sono sempre stati una croce, sin dalla fondazione. Senza le generose donazioni la Visitazione non sarebbe sopravvissuta, ma è vero anche che le monache non si sono mai concesse nulla, né si sono sottratte al lavoro, con l’educandato, con lavori di cucito e ricamo, con la confezione delle particole; hanno venduto tutti gli oggetti di valore, hanno venduto anche i capelli. Poi, «nel 1937 le monache inizieranno anche a lavorare per la locale ditta Cedrinca confezionando sacchetti di caramelle».
  10. «Anche per noi il pericolo è stato reale, minaccioso, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, [quando] Roma si era riversata in Salò.» Le Visitandine sopravvivono, relativamente indenni, anche ai repubblichini e ai bombardamenti della fine del 1944, protette, dicono, dalla loro stessa povertà. «Quando la storia avrà già girato pagina, le monache scriveranno con molta discrezione: “La presenza di tutti questi uomini dei ministeri e di persone tristemente famose, ora sparite dalla scena di questo mondo, sembrava dover compromettere la relativa sicurezza della nostra piccola città”».

(3-fine)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Nella posizione migliore» (La Visitazione di Salò, pt. 2/3)

AllePorte(la prima parte è qui)

È il 4 dicembre 1712 quando le tre monache della Visitazione di Arona designate dal capitolo partono alla volta di Salò, dove le attende la fondazione del nuovo monastero finalmente deliberato. Per coprire i circa 180 chilometri che separano le due località, tra una cosa e l’altra, ci impiegano diciassette giorni, ma quando finalmente giungono sul Lago di Garda l’accoglienza è imponente: ci sono persino dei soldati a cavallo schierati che fanno gli onori. La processione del 20 dicembre, organizzata per la consegna della «casa provvisoria» è impressionante (ed è aperta, curiosamente, dalle «zitelle e dalle dimesse»), segue la messa solenne, la consegna delle chiavi, e poi, commenta l’autrice con afflato non insolito, «la rapida sera invernale pone fine a quella giornata memorabile. I visitatori uno dopo l’altro se ne vanno, le voci e i suoni della festa si smorzano mentre il lago raccoglie gli ultimi riflessi del crepuscolo. Le tre fondatrici si ritrovano sole con il loro Signore in quella che è ormai la loro terra promessa».

E adesso? E adesso, «il 21 dicembre, con il passo dei giorni feriali, inizia dunque la vita vera e propria della Visitazione di Salò, 148ª casa dell’Ordine. Una vita di silenzio orante e di lode in comune, di dolce e cordiale fraternità, in umiltà, modestia, semplicità, povertà: questa nell’intenzione dei fondatori la vita di una Visitazione».

Le premesse sono buone, a giudicare da una lettera di qualche anno dopo: «Salò è a capo di 36 comunità abbastanza numerose, che tutte insieme compongono un corpo che porta il nome di Patria della Riviera di Salò. Il numero dei suoi abitanti è considerevole, molte famiglie sono assai civili e ricche. Dal punto di vista spirituale è soggetto al vescovato di Brescia […]. Vi sono anche religiosi regolari, cioè cappuccini, carmelitani, cordiglieri, minimi, preti regolari somaschi […]. Vi è anche un monastero di religiose agostiniane oltre la nostra piccola Visitazione, un collegio di orsoline, un ricovero per ragazze povere. [È] situato in riva al lago, che si chiama di Garda, l’aria è buona, dista tre giorni da Venezia, tre giorni da Arona, due da Milano. La strada è abbastanza buona tranne qualche passaggio pietroso. Il nostro monastero è situato nella posizione migliore del luogo». Una storia di tenacissima fedeltà alla «posizione» e di ininterrotta allerta nei confronti della «rude concretezza» di ogni giorno. Una storia che, già così bene riassunta da Maria Grazia Franceschini, non mi sembra il caso di comprimere ulteriormente. E allora, prima di scorrere soltanto alcuni degli episodi che più mi hanno colpito, faccio un salto di 256 anni, al 1968, quando «il 24 giugno la comunità, trentasei sorelle, lascia il monastero in Fossa» (così veniva chiamato) e si sposta in una sede temporanea, in attesa che la nuova «casa», a Versine, poco sopra Salò, venga eretta.

La nuova Visitazione è inaugurata il 2 luglio 1971, in letizia, certo, ma anche nella consapevolezza delle difficoltà, che non arretrano mai. Il noviziato è chiuso da quattro anni, la costruzione, realizzata in estrema economia, va accudita da subito, «gli anni trascorrono nella normalità: molte sorelle passano dalla cella al cielo e lasciano le altre nella stanchezza». Nondimeno i rapporti con la popolazione non si spengono, viene allontanato il fantasma della fusione con un’altra comunità, si mette a posto la foresteria, per offrire più possibilità di accoglienza e, «nella circolare dell’8 dicembre 1992, si trova infine questa sobria annotazione: “Entrata di una giovane in postulato: siano grazie a Dio”».

La conclusione della storia – anzi del libro, perché la storia continua – è quella che deve essere: «L’alba del nuovo secolo, come già quella del precedente, trova deste in preghiera le sorelle che hanno vegliato tutta la notte». Lo ammetto, al cospetto di una tale continuità, esaltata in qualche misura dall’inserto fotografico che chiude il volume, ho provato, e provo, un sentimento che credo sia di nostalgia e di mancanza. Non tali da agire per porvi rimedio – proprio no –, e tuttavia non mistificabili.

Ma vediamo, come dicevo, i miei highlights di questa bella storia.

(2-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Donne che vorranno monacare» (La Visitazione di Salò, pt. 1/3)

AllePortePer chi è appassionato di storie di monasteri la lettura del volume di Maria Grazia Franceschini, dedicato alla Visitazione di Salò, è di grande soddisfazione. Non soltanto l’autrice si è passata con pazienza tutte le carte d’archivio (tra gli altri, i fondamentali «libri cassa», con tutte le distinte di spesa!), ma ha saputo raccontare con gusto e sensibilità il materiale di oltre trecento anni di storia. E pazienza se si avverte una punta di apologia – l’autrice è suora visitandina della stessa comunità –, le vicende narrate in fondo lo meritano.

Perché, oltre che ovviamente di fede, è una grande storia di tenacia, di stabilità, di resistenza, di testimoni passati su tempi lunghi. Molto lunghi, se si considera che l’atto di nascita della comunità è un testamento del 1591, di tale Bartolomeo Pedretti, che legava la sua eredità (terreni e capitali), al venir meno dei legittimi eredi, alla cittadinanza di Salò per la costruzione di un monastero di clausura femminile, «sotto la regola di san Benedetto». I legittimi eredi vengono effettivamente meno e comincia una prima fase di burocrazia, protagonista della quale sono il Consiglio generale del comune salodiano (sì, ho imparato l’aggettivo), un esercito di periti e le autorità competenti della Repubblica di Venezia, di cui Salò all’epoca fa parte. Tra parentesi, la storia del monastero è anche una storia della burocrazia, da quella della Serenissima, appunto, a quella della attuale Repubblica, passando per francesi, austriaci, piemontesi, fascisti e repubblichini, tanto che la comunità sarà costretta giocoforza a maturare una notevole competenza in materia di regolamenti e certificati: in particolare le superiore, una processione di donne di profonda spiritualità, ma anche di indubitabile senso pratico.

Il decreto veneziano si fa attendere undici anni, ma finalmente nel 1626 arriva e concede «di poter a gloria del Signore Dio erigere nella terra di Salò […] un monasterio per introdurvi donne che vorranno monacare, con una chiesa per celebrare li divini uffici, et siano figliole di cittadini et abitanti in detto luogo in quel numero che sarà stimato bastare». Il legame tra l’istituzione e il luogo e la sua popolazione comincia da subito a delinearsi, ma una guerra, quella per la successione del ducato di Mantova – la prima delle tante di cui il monastero sarà testimone –, per così dire, blocca la pratica.

Passano gli anni, oltre sessanta: bisogna riprendere le carte, rifare tutto da capo, preoccuparsi soprattutto della dotazione economica dell’impresa, ma nel 1698 parte la nuova petizione, questa volta per la costruzione «di uno monastero di monache dell’istituto della Visitazione di Santa Maria sotto li auspici del glorioso san Francesco di Sales», istituto ritenuto più adatto date le condizioni di povertà del paese, sia per la moderazione della regola, sia per la misura della dote richiesta alle postulanti. Contro le visitandine di Arona, possibili fondatrici e sostenute dalle famiglie nobili bresciane, si levano le benedettine di Piacenza, che si richiamano al testamento originario. Ci vogliono ancora dodici anni, di carte, garanzie, trattative, perorazioni, provvidenziali uscite di scena, rogiti e «solenni instromenti», e finalmente l’11 giugno 1712 il vescovo di Brescia «erige formalmente il monastero».

La fondazione è affidata alle monache di Arona, che già nell’ottobre si riuniscono per stabilire chi deve partire per Salò.

(1-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012 (il volume può essere letto anche qui).

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«I puttini scherzano tra grappoli d’uva»

GuidaVallombrosaGuidaVallombrosaRetro«E quando finalmente, attraverso il cancello in ferro battuto si giunge a vedere completamente la facciata del monastero, ci soffermiamo in ammirazione di quella che, forse, non è un’alta opera d’arte, ma certo è il tangibile risultato di tanti e tanti secoli di pace, di preghiera, di silenzio, di misura, di forza morale nell’isolamento maestoso della montagna, resa solenne dal cupo manto di abeti» (Carlo A. Kovacevich, 1951). Ad accompagnare il mio interesse per le cose monastiche non poteva mancare una passione contenuta per le guide turistiche dedicate alle abbazie. Come tutti, le prendo alla fine della visita, in loco, come souvenir, ma compro anche quelle che trovo sulle bancarelle e nei remainders. Non importa se sono dedicate a posti che non ho visitato e meglio ancora se non sono recenti – il top sono quelle pubblicate nella prima metà del XX secolo.

Mi piacciono molto perché il più delle volte sono scritte bene, spesso con modi un po’ arcaizzanti; talvolta è palese come siano state affidate dall’editore locale allo storico locale, a un professore che finalmente ha potuto vedere il suo nome su un frontespizio, e sono tutte ingessate, con la voce impostata; a volte sono opera di residenti dell’abbazia, come le Révérendissime Père dom Gabriel Gontard, che comincia così la sua guida dell’abbazia di Saint-Wandrille (1954): «Fino all’ultima svolta della strada si susseguono piacevoli paesaggi, ma soltanto coloro che già sanno riconoscono, sulla sinistra, sulla collinetta ombrosa, il muro della clausura che sale il pendio e si perde tra gli alberi. All’improvviso, ecco il monastero, con i suoi alti tetti, a sbarrare la vallata»; a volte ancora sono testi di oscuri e preparatissimi specialisti che vengono ristampati da decenni. Spesso insomma c’è un’aura poetica, ricercata o involontaria, una sensibilità da narrativa fantastica, che deriva dal quasi immancabile contatto tra l’edificio monastico e la natura, la foresta in primis, e ci sono i gusti di chi scrive, senza uno stile personale, ma con quello delle proprie letture preferite.

Come in questa ispirata descrizione del luogo dove sorge l’oratorio (ricostruito) dell’eremita irlandese san Finn Barr, sull’isola di Gougane Barra: «La natura è stata generosa qui e pochi luoghi possono dirsi superiori per luminosità e grandiosità. Lo sfondo del cielo blu, al mattino, o cremisi, al tramonto, il grigio delle rocce e il violetto dell’erica, interrotto da macchie di verde, il gioco di luci e ombre sulla collina e lungo la valle, il riflesso degli alberi nelle acque del lago, che scintillano nello splendore mattutino o brillano ai raggi rossastri del sole che se ne va – cos’altro può desiderare uno spirito artistico?» (rev. C.M. O’Brien, 1902).

GouganeBarra

L’oratorio (ricostruito) di Finn Barr a Gougane Barra (foto Potts)

I «dati tecnici», le informazioni e i fatti sono esposti con stile fermo e severo, ma soprattutto preciso e misurato: stiamo descrivendo, ma non siamo immuni al fascino di ciò che descriviamo. Come in questo paragrafo dedicato alle decorazioni del chiostro piccolo della Certosa di Pavia: «Ammirevoli, come s’è detto, sono le terracotte, che ornano le arcate: in ciascun pennacchio un angioletto sostiene una mensola con un vaso fiorito, da cui escono tralci di vite che girano intorno agli archi, formando un leggiadrissimo fregio; i puttini scherzano tra grappoli d’uva, con gli uccelli che ne beccano i chicchi: una corda a festoni di frutta forma il pennacchio che racchiude il medaglione figurato tra arco e arco. Da esso sporge il busto del Santo, del Profeta, del frate, modellati con stupendo senso realistico e poderoso impeto statuario» (Antonio Morassi,1966).

E poi c’è il corredo iconografico, che può essere molto prezioso, a causa della sua provenienza pre-Internet: cartine, ricostruzioni, mappe, stampe, incisioni e vecchie foto, splendide, come questo set ancora da Saint-Wandrille.

da "L'Abbaye Saint-Wandrille de Fontelle", 1954

da “L’Abbaye Saint-Wandrille de Fontenelle”, 1954

Il Tempo scorre potente in queste pubblicazioni, e ogni suo segno – la macchia, il sottile odore di muffa, il punto metallico arrugginito – non fa che aumentare il fascino se vogliamo un po’ «escapista» che promanano. Pazienza. Se mi vedete chino a frugare nello scaffale basso di una bancarella, è possibile che abbia trovato un piccolo tesoro: un giacimento di quei meravigliosi (anche da un punto di vista tipografico) volumetti azzurrini del Ministero della Pubblica Istruzione, gli «Itinerari dei musei e monumenti d’Italia».

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