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«Un monastero di famiglia», la cronaca delle «barberine» di Roma (pt. 1)

Se poi, all’interesse per la vita quotidiana di un monastero, si aggiunge la passione per le scritture diaristiche, quali che siano, si capirà la disposizione con la quale mi sono avventato su questa meritoria pubblicazione delle edizioni Viella, sostenute dall’università di Roma «La Sapienza» e dalla Direzione generale per gli Archivi1. Si tratta della fedelissima trascrizione del «diario» del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma, fondato da papa Urbano VIII nel 1639: un vero monastero di famiglia, ricco e per donne d’alto lignaggio, se si considera che il papa Barberini lo creò, e lo dotò con generosità, per ospitare le religiose del suo vasto e nobile parentado.

Il testo copre, con qualche «buco», gli anni che vanno dalla fondazione, il 16392 appunto, al 1781, quando si interrompe senza apparenti motivi, ed è di grande interesse, oltre che per la storia religiosa, anche per la storia sociale e politica della città, dominata da un papa assai controverso, e ancora per la storia della lingua, sia per il volgare in cui è steso – già, non era necessario che le donne sapessero di latino –, caratterizzato da «una lieve coloritura dialettale, sostanzialmente romanesca», sia per l’inclusione sistematica del lessico medico dell’epoca: le malattie che colpiscono le suore vi sono infatti descritte con precisione e con dovizia di particolari circa i sintomi e le cure.

L’intento del diario è esposto con chiarezza da fra Giovan Giacomo da S. Agostino, il monaco agostiniano che raccoglie le primitive carte sparse delle monache, dà forma al diario e lo affida alle sorelle affinché lo continuino: la cronaca sarà il «luogo» dove la comunità potrà salvare e tramandare a beneficio di quelle che verranno dopo gli esempi di virtù delle sue componenti e le grazie loro concesse. Strumento principe di ciò sarà il  necrologio e la breve biografia agiografica stesa in occasione del trapasso di una consorella.

Il primo esempio, che fissa alcuni tratti che si ripeteranno poi con regolarità lo si incontra presto, infatti «adi 3 Agosto 1642 passò a meglior vita la Venerabile Madre Sor Maria Francesca del Giocondo», una delle monache compagne delle due fondatrici, s. Innocenza e s. Maria Grazia Barberini, che il papa loro zio aveva «spostate» dal Carmelo di S. Maria degli Angeli di Firenze a Roma. Di s. Maria Francesca, morta all’età di 70 anni e di 53 di professione, si ricorda anzitutto la ferma determinazione a prendere il velo nonostante l’opposizione della famiglia («suo padre faceva il sordo»); poi la santa triade delle virtù dell’umiltà, dell’obbedienza e dello zelo: rifuggiva da qualsiasi lode o titolo, non si faceva trovare quando venivano le «dame» in visita, era la prima a chiamare al mattutino alle tre di notte e «le constitutioni le stimava, et osservava a puntino». Ricordava alle sorelle che proprio loro erano «le più felici del mondo» e che erano tenute «a non disordinare, o a fare eccessive penitenze per mantenerci sane, e potere correre di notte e di giorno al choro, alla fatiche et obedienze». Risplendeva di povertà, semplicità e «nettezza», non stava mai in ozio ed «era tanto zelante, che reparava et accomodava le sue et altrui vesti con pezzi, e punti, che le faceva durare molto più»: atteggiamenti e «lavori donneschi», non si scappa.

E se vogliamo per un istante intravedere il suo volto e sentire la sua voce, ci basta questa breve frase: «E se vedeva alcuna afflitta e melanconica soleva dirgli: “Bambolina mia Sursum Corda, et in cuore tristo non habita Christo”».

(1-segue)

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  1. Un monastero di famiglia. Il Diario delle barberine della SS. Incarnazione (secc. XVII-XVIII), a cura di V. Abbatelli, A. Lirosi, I. Palombo, con un saggio introduttivo di G. Zarri, Viella 2016.
  2. «La gloriosa e santa memoria d’Urbano VIII, creato sommo pontefice lì 6 Agosto 1623, havendo due sue nipote figlie del Sig.r D. Carlo Barberini suo fratello, e della Sig.ra D. Costanza Magalotti Barberini, e queste monache nell’osservantissimo monastero di Santa Maria dell’Angeli Carmelitane della prima osservanza mitigata, nella città di Fiorenze, determinò nell’anno decimo sesto del suo pontificato edificargli un monastero in Roma acciò ivi introducessero il loro santo instituto sotto la regola carmelitana, et immitatione della Santa Madre Maria Maddalena de Pazzi già monaca in detto monastero di Fiorenza ove si venera il suo santo, et incorrotto corpo», p. 58 (nel riportare la frase con la quale inizia il diario, mi sono permesso minime «normalizzazioni» ortografiche).

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Da un momento all’altro («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 3/3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

«Sono stanca. Non ne posso più, non le capisco. Sono stanca di stare ore e ore in ginocchio in quel coro, di mangiare di corsa e in silenzio, di non poter dire quello che voglio quando voglio, di camminare senza fare rumore (tanto non ci riesco), di non potermi specchiare1. Sono delle folli. O sono delle folli loro o lo sono io.» Dietro lo sfogo tratto dal suo «diario di campo» e riportato con onestà dall’antropologa Francesca Sbardella, potremmo forse allinearci in tanti, tra i non credenti che guardano ai monasteri. E anche le parole che seguono danno voce a un sentimento che non è sconosciuto: «Sembra davvero che da un momento all’altro arrivi dio in persona a cena stasera. Forse stasera lo conosco! In questo sono brave, una finzione perfetta. Sembra talmente vera che non posso non crederci».

AbitareIlSilenzioForse mi è gia capitato di dire che il mio punto di vista al riguardo è assestato su una formula che volge in positivo quest’ultima frase: credo a chi dice di credere, non ho motivo di pensare che sia una finzione. Peraltro è la studiosa stessa a ricordare che si è trattato solo di uno sfogo2 (anche del corpo, con una certa probabilità), tant’è vero che chiede alle suore di pronunciarsi su questo aspetto. Tra le altre, suor Anne è lapidaria e definitiva: «Se la presenza di Dio non è reale, la nostra vita è stupida», e all’obiezione che si tratta in ogni caso di una «presenza» astratta, ribadisce: «Non è visibile, ma è reale. Certo è una questione di fede. Per noi è reale, se no non ha senso restare qui. Tutti questi gesti hanno un significato perché viviamo con qualcuno, viviamo con Dio». Ed è esattamente una affermazione del genere che mi spinge a credere a suor Anne.

È interessante l’approfondimento che Sbardella compie in questa direzione sul tema delle immagini. Nel «tentativo – a tratti disperato – di reificare il dialogo mistico», le monache si circondano di immagini devozionali che forniscono quel «supporto visibile» che può essere d’aiuto soprattutto nei momenti di stanchezza e vulnerabilità: l’immagine aiuta perché permette un contatto fisico – anche semplicemente tenendo in tasca un santino. «L’immagine diviene un tramite concreto… per poter vedere ciò in cui [le monache] credono.»

Tuttavia anche le immagini sono mute (quelle corredate di voce, le immagini televisive ad esempio, non sono ammesse e non contano), e non potrebbe essere diversamente nello scrigno di silenzio del monastero. Un silenzio che non è soltanto la condizione primaria per essere pronte ad accogliere il Signore, svuotandosi da se stesse, ma che sembra addirittura il linguaggio grazie al quale una comunicazione con Lui diventa possibile. Se Dio è «materialmente» assente, creiamo un luogo che sia la casa dell’assenza; se Dio non parla («la divinità non risponde, non parla, non dice nulla effettivamente a parole», e talvolta le suore ne soffrono), o meglio, se Dio ci parla col silenzio, allora gli parleremo nello stesso modo, con la stessa lingua. Al di là della Scrittura e delle preghiere, che non danno adito a un vero dialogo, Dio e uomo si parlano col silenzio.

«Si parlerebbero», mi viene da correggere. E quando suor Christine afferma che «in ogni caso, Dio non ci parla attraverso le parole. Le parole sono qualcosa che appartiene all’umano», sarei tentato di sospettare del paradosso. Ma anche in questo caso non vedo perché dovrei mettere in dubbio a priori quanto mi dice una persona che pensa e che parla, anche se si tratta di una monaca carmelitana.

(3-fine)

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  1. Dice suor Anne: «È normale che non ci siano specchi: non siamo qui per guardarci, ma per guardare il Signore», Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Viella 2015, p. 97.
  2. «Si tratta sì di una finzione [il sacro] ma, come tutti i prodotti di reificazione, ha una propria consistenza e realtà… Meglio non cadere quindi nell’errore di sottovalutare, o ancor peggio, di non considerare affatto ciò in cui gli altri credono o che dicono di vedere e di percepire», pp. 88-9.

 

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«Ci costruiamo le une con le altre» («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 2/3)

AbitareIlSilenzio(la prima parte è qui)

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Francesca Sbardella1 è che l’«antropologa in clausura» del sottotitolo non si limita all’osservazione dall’esterno del suo oggetto di studio, l’«essere monaca carmelitana», ma trasforma di necessità il proprio corpo in un laboratorio di sperimentazione e di osservazione dall’interno: «Dal di fuori si costruiscono concetti, dentro si vivono situazioni e pratiche ripetute».

A fianco della dimensione di fede, quella corporea, la sua negazione, è tutt’altro che secondaria, anzi, per una monaca le due sono con ogni probabilità fuse. La studiosa laica, da parte sua, può concentrarsi su cosa accade al corpo, ad esempio nel caso dell’orazione in ginocchio: «Durante i cicli di preghiera avevo sempre male alle braccia, desideravo cambiare posizione e talvolta, nello spostamento o nell’appoggiarmi per sbaglio al bracciolo facevo rumore; la mia difficoltà con l’orazione era evidente: arrivavo alla fine dell’ora di preghiera, quando riuscivo ad arrivarci, con tutte le gambe addormentate e dolenti, mi alzavo in modo scomposto e facevo sempre rumore con il piccolo sedile». E anche la posizione da seduti non è meno faticosa, «a livello visivo le religiose, in entrambe le posizioni, appaiono come statue di gesso o figure pietrificate». È da questa angolatura che si può cogliere qualche indizio di cosa sia la pressoché ininterrotta concentrazione di una monaca sulla preghiera rivolta a, sul dialogo con e sull’attesa di Dio. «Il modo in cui posizionamo il nostro corpo», ricorda suor Odile, «ci aiuta alla vita di preghiera, sostiene la nostra preghiera»; posture e gesti sono simbolici, interiorizzati, ripetuti fino a quell’inconsapevole automatismo che coincide con il suo opposto: la deliberata e profonda adesione. «I gesti servono a esprimere quello che viviamo interiormente», dice  suor Caroline.

Il verbo al plurale è importante, perché anche nel silenzio prevalente la condivisione dell’esperienza, e del suo significato, è centrale per la comunità monastica che solo in apparenza è formata da individui isolati: «Sembra che ogni religiosa abbia intorno a sé sempre una bolla d’aria che la separa dalle altre». La comunità è anche «credere insieme in quello che si sta facendo», come dice con formula azzeccata Sbardella, che aggiunge: «La forza della credenza è data dalla credenza delle altre, la forza del gruppo sorregge l’individualità». Il gruppo è fonte al tempo stesso di coercizione, perché spinge all’adeguamento alle regole e alle consuetudini, non senza qualche tratto di durezza, e di sostegno: «Per ciascuna religiosa vedere intorno a sé altre religiose che agiscono allo stesso modo nel medesimo luogo, che presumibilmente credono in ciò che stanno facendo e che riescono praticamente a continuare a farlo, produce sicurezza personale e alimenta la condivisione comunitaria». Poiché quelli veri non sono ammessi – non servono –, le altre sono gli unici «specchi» disponibili nel monastero, consentono un confronto e una verifica quotidiani e rappresentano anche una continua fonte di apprendimento, visto che l’uso della parola è limitato: sono la regola incarnata. La comunità è il libro vivente delle proprie consuetudini, anche di quelle più piccole e nascoste.

Il monastero è una grande «macchina» che consente alla singola monaca di perseverare nella sua ricerca, lo fa in maniera talvolta delicata, altre volte con severità, lo fa con la sua struttura, con i suoi orari, i suoi oggetti, i suoi spazi e i suoi vuoti, con il suo silenzio, e soprattutto con le altre sue abitanti. «Ci costruiamo le une con le altre», dice suor Françoise, «insieme, e non c’è nulla che ci sfugga in quel silenzio di cui parlavi prima. Ci si rende conto di tutto. Tutto prende una dimensione ben più importante che nel mondo.»

(2-continua)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.

 

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Soluzione 7,6 per cento («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 1/3)

AbitareIlSilenzio«In tutti i miei soggiorni non sono riuscita a ritagliarmi dei tempi per me, né come persona né come studiosa. Sono stata inserita a tutti gli effetti dentro la quotidianità claustrale, sia nella liturgia di preghiera, sia nella gestione della casa, nei turni della cucina come in quelli delle pulizie… Ho dovuto imparare a stare dentro.» Quella di Abitare il silenzio di Francesca Sbardella1 è stata una delle letture più interessanti degli ultimi tempi. Per almeno quattro motivi.

Interessante perché illustra la complessità del rapporto tra un antropologo e il suo «campo» di ricerca, proprio quando la posizione del primo non può essere di mero osservatore; interessante per le reazioni personali della studiosa alla situazione, seppur riportate con parsimonia; interessante soprattutto in quanto «reportage» dall’interno della clausura concepito e realizzato in maniera unica; interessantissima per le parole delle monache, riportate con ampiezza (e anche con significativo rispetto date sia in originale francese che in traduzione).

Il libro si basa su tre esperienze lunghe di postulantato, della durata di un mese (tra 2006 e 2010), condotte dall’autrice in due monasteri francesi di Carmelitane scalze (da notare che non tutte le monache coinvolte conoscevano la vera identità della studiosa, ma pensavano che fosse una vera postulante), più una serie di soggiorni brevi e di colloqui a posteriori con le monache. Non soltanto un’osservazione, quindi, per quanto ravvicinata, bensì una partecipazione diretta per poter «seguire parte del percorso di apprendistato attraverso il quale una donna si avvicina all’ambito claustrale e, intervenendo su se stessa, costruisce il proprio essere monaca». Tale partecipazione ha permesso alla studiosa di concentrarsi in particolare sulla quotidianità, sulle abitudini, sui gesti e comportamenti che definiscono la comunità. La verifica successiva attraverso i colloqui ha evidenziato, tra l’altro, significative tensioni tra quanto viene vissuto e quanto viene detto a proposito di questo vissuto.

Da non trascurare infine l’inserto fotografico, opera di Franco Zecchin, realizzato in un breve pomeriggio autunnale alla fine della ricerca: sedici scatti quasi del tutto «disabitati», e tuttavia assai eloquenti. Li ho guardati spesso (come se custodissero un segreto) mentre seguivo uno dei temi principali del volume, tanto importante da aver conquistato il posto d’onore nel titolo: il silenzio.

Il silenzio è infatti la prima dimensione che colpisce la postulante. L’ambiente cui si accede non è soltanto silenzioso (già questo rappresenta comunque uno stacco molto forte con la comune esperienza di vita al di fuori del monastero), è plasmato dal silenzio; non solo in relazione alla parola, rara e regolata, ma anche al rumore prodotto dalle proprie attività: si deve imparare a fare le cose, o anche semplicemente a camminare, in silenzio – ed è tutt’altro che facile («Durante la mia esperienza facevo sempre rumore, disturbando la quiete consueta… si sentiva quando io aprivo e chiudevo le porte, quando andavo in bagno, quando salivo le scale…»). La studiosa traduce l’esperienza soggettiva in dati: «La giornata in clausura è di 16 ore e 45 minuti (dalle 5:45 alle 22:30) per un totale di 1.005 minuti. Nell’arco dell’intera giornata ci sono 75 minuti di possibilità di verbalizzazione sonora libera (divisi in due ricreazioni ripsettivamente di 30 e 45 minuti), cioè il 7,6 per cento del tempo vissuto da svegli». Il silenzio, nelle sue varie forme, è strettamente connesso con il cuore della vita carmelitana – il desiderio di entrare in contatto con la divinità2 – e al tempo stesso si trasforma da strumento in modo d’essere: «L’aspirazione mistica sembra realizzarsi primariamente su base sonora, attraverso la scelta di rappresentazioni uditive che implicano l’acquisizione di tecniche del tacere e della parola, del corpo e del sentimento, tutte orientate verso la “riduzione” della persona». Tutto il superfluo è eliminato, compresi gli automatismi e le abitudini che «fuori» lubrificano gli scambi e la comunicazione: ciao, grazie, scusa, per favore. In clausura la comunicazione passa anzitutto attraverso le sguardo, il viso e i gesti: un «sistema di senso accettato e riconosciuto dal gruppo, che richiede tempi di apprendimento estremamente dilatati».

Modo d’essere che individua la monaca di clausura, il silenzio tuttavia non è un valore in sé, «se è utilizzato male – sottolinea suor Jeanne – significa che non c’è niente, solo il vuoto. Bisogna che sia un silenzio orientato, abitato. Orientato verso il Signore e gli altri».

(1-segue)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.
  2. L’antropologa parla di «divinità», perché il suo sguardo si allarga ben al di fuori del singolo monastero, all’umanità e alle forme del sacro, ma per le monache «non si tratta di qualsiasi dio»: «Per noi si tratta di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo… Nel lavoro che ci aveva mostrato, l’ultima volta, il fatto che usasse il termine “divinità” ci disturbava un po’».

 

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«La mia doccia si è rotta» (Dice il monaco, XXXVI)

Dice un’anonima carmelitana francese nel 2013:

Se una suora vuole parlare dopo le funzioni serali, normalmente può andare a trovare la Priora – ed è sempre lo stesso: non nella cella. Neanche per parlare con la Priora si può andare nella cella, si va nel suo ufficio. Bisogna che ognuna abbia il proprio luogo dove sia veramente a casa sua, dove possa sistemare le proprie cose come preferisce, il suo angolino di preghiera o la sua posta, dove sia sicura che nessuno entri. Dopo tutto, nel mondo, quando si va a trovare gli amici, non è che vi facciano entrare dovunque. Forse la prima volta, se hai comprato casa, fai vedere tutto agli amici e parenti, ma poi non entreranno più nella camera da letto; andranno in salotto, nella sala da pranzo, forse anche in cucina e nei corridoi, ma non nelle camere.

[…]

Se si vuole parlare con una suora, anche per questioni banali, e si hanno domande da farle, si va nella sala comune o in qualche stanza da lavoro. In ogni caso, le suore non hanno il permesso di entrare nelle celle [delle consorelle]. Se si deve fare un lavoro in una cella e bisogna chiedere alla suora competente (per esempio, se qualcosa si è rotto nella finestra), bisogna dire che si vorrebbe far entrare quella particolare suora per riparare. «La mia doccia si è rotta, non so cosa fare; suor Anne può venire a vedere?» Bisogna sempre chiedere.

Citata in Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Viella 2015, pp. 61-2; un libro di estremo interesse, attualmente in lettura e di prossima relazione.

 

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«Nettava le cose più schife» (Dice il monaco, XI)

Dalle carte del processo sulla vita e i miracoli di Maria Maddalena de’ Pazzi (aprile 1612) sappiamo che cosa, della sua consorella carmelitana, dice la conversa suor Maria Arcangela Chierici:

Mi chiedeva i suoi difetti, et io alcuna volta li dicevo questo il maggior difetto che mi pare voi habbiate è questo, che voi non tenete la vita come l’altre, potresti pure andare calzata et vestita come noi, et no co’ piedi per terra, io credo che la sia una cosa di vostro capo; alcuna altra volta li dicevo voi haresti a mangiare come noi, voi non volete mai altro che un poco di pane et un poco di aqqua.

E che cosa dice la conversa suor Pace Colombini:

Molte volte stetti le settimane intere a fare le faccende della cucina in sua compagnia, lei rigovernava, attigneva l’aqqua, spazzava, nettava le cose più schife le quali cose dovevo fare io, et mi pativo assai in vederle fare a lei, ma per un certo timore che havevo di lei non ardivo a disdirli.

Citate in Anna Scattigno, Una comunità testimone. Il monastero di Santa Maria degli Angeli e la costruzione di un modello di professione religiosa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 198-99.

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Il mosaico

Mi hanno ricordato, correttamente, il pericolo di sicuro fraintendimento che corro con queste note quando applico categorie inadatte a un fenomeno che può essere compreso soltanto all’interno di un preciso contesto. In altre parole: che senso ha avvicinarsi al monachesimo con «occhi laici»? Dico «ricordato» perché si tratta, ovviamente, di un dubbio che ho sempre avuto, ma che è giusto rinverdire. In altre parole ancora: sì, leggi leggi, ma rimani necessariamente fuori, non capisci la lingua e interpreti male e vedi cose che non ci sono, fantasmi.

Ho reagito – anche se penso che sia un ostacolo inaggirabile – come faccio sempre, aprendo un altro libro: Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, e proprio nella Prefazione del Preposito generale dei Carmelitani scalzi, Saverio Cannistrà, ho trovato queste parole: «Dalla lettura di queste pagine si vede bene come le domande che la gente comunemente pone alle monache di clausura non possano trovare risposta se non accettando di lasciarsi coinvolgere almeno un poco nella relazione che è al centro della loro vita, quella con Gesù Cristo. Senza questa empatia, tutto è suscettibile di essere interpretato con altre categorie, e così in qualche modo frainteso. Teresa [d’Avila] direbbe che diventa impossibile comunicare, come se si parlasse arabo». Ecco appunto.

Sono andato avanti ugualmente e ho letto la storia di «una carmelitana» con grande… Stavo per dire, come tante altre volte, «interesse». Ma qual è la sostanza di questo «interesse»? Ho letto la vicenda della vocazione, dei dubbi e infine del discernimento conquistato a fatica grazie alle parole dei grandi autori carmelitani e soprattutto di Teresa d’Avila («La grande Teresa aveva fatto luce, mi aveva indicato la strada, e mi fidai. Una donna sente al volo quando un’altra donna dice il vero»). Ho letto dell’ingresso al Carmelo («Il Carmelo non è fatto per anime che vogliano fuggire dal mondo, ma che intendono vivere sprofondate nel cuore del mondo!»), del percorso anch’esso faticoso all’interno della comunità, degli aspetti della vita quotidiana mescolati con quelli spirituali – il «paradosso» che tiene uniti cielo e terra. Ho letto molte indicazioni per così dire preziose: «Insopportabile non è la sofferenza ma la solitudine. È ciò che mi sento di dire, dopo anni di vita carmelitana…», «Teresa ha pensato i suoi monasteri come scuole di relazione», molte altre. E infine la citazione di don Milani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto», parole che l’autrice così commenta: «Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti a ogni sorella e, in lei, a ogni uomo».

D’accordo, questo è importante per provare a capire, ma, ripeto, perché mi interessa? Oggi, molto approssimativamente, potrei dire che, sebbene non creda (uso questo termine per semplificare) all’esistenza di una vicenda eterna, bensì alla realtà di una vicenda fisica, biologica, storica, economica e sociale complessa al punto da apparire trascendente, trovo comunque utile ascoltare chi è giunto a conclusioni differenti. Una formulazione molto insoddisfacente, forse è meglio dire che non lo so.

A conclusione delle sue riflessioni sulla clausura la «carmelitana» riassume così: «Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono a ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero» (p. 89). Il corsivo su «unico e irripetibile» l’ho messo io perché quello, forse, dentro e fuori il monastero, è uno dei punti di maggior distanza. Distanza forse incolmabile, perché io credo che, a malincuore, si debba perlomeno aggiungere sostituibile.

«Una carmelitana», Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Edizioni OCD 2011.

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