Archivi del mese: dicembre 2017

«Volete che ve lo faccia ripetere?» (La «Compilazione di Assisi», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Mi pare che nella Compilazione1 vi sia traccia di come Francesco, oltre a preoccuparsi di essere d’esempio per i suoi frati, fosse anche consapevole dell’eccezione che rappresentava e dei «pericoli» che la sua esemplarità poteva generare. Molto significative a questo proposito sono le sue parole in occasione della rinuncia al governo dell’Ordine (capitolo generale del settembre 1220): Francesco proclama la sua volontà di obbedire piuttosto che di essere obbedito, chiede che gli sia assegnato un «guardiano», ricorda che nel superiore bisogna riconoscere Dio e non l’uomo e commenta: «Non vi sarebbe al mondo superiore tanto temuto dai sudditi, quanto il Signore mi renderebbe temibile ai frati, se lo volessi»2.

Queste parole risuonano anche per me con un’evidenza singolarissima, e devo amettere, per usare un’immagine abusata, che è come se le sentissi pronunciare. Come innumerevoli altre, del resto: durante una predica a Perugia, più che consapevole dei campanilismi, Francesco dice ai cittadini che lo ascoltano: «Non state a badare se io sono di Assisi»; una volta un religioso gli chiede di pregare per lui, e Francesco lo fa immediatamente: infatti, «per sua abitudine, quando gli veniva chiesta una preghiera, lo faceva subito, per paura di dimenticarsene»; quando un medico prova a mentirgli sulle sue reali condizioni di salute, Francesco lo incalza: «Dimmi chiaramente: che ne pensi? Non sono mica, per grazia di Dio, un’animuccia da temere la morte»; una volta chiede a un frate di farsi prestare una cetra per suonargli qualcosa, ma quando il frate risponde che si vergogna a farlo e teme quello che la gente potrebbe pensare di lui, Francesco dice: «Ebbene fratello, lasciamo stare» (una piccola lezione importantissima); e ancora quando i provinciali vanno a trovarlo a Fontecolombo, e si dichiarano preoccupati che la regola che sta scrivendo sia troppo dura, lui invoca Cristo: «Signore, non te l’avevo ben detto io che non mi avrebbero creduto?», e quando il Signore risponde in maniera inequivocabile, Francesco si volta verso i frati e dice: «Avete sentito? Avete sentito? Volete che ve lo faccia ripetere?»

È il senso di contemporaneità che, al di là di tutte le questioni filologiche, anche le più complesse e non secondarie, mi spinge ad accumulare letture monastiche, le questioni che vi vengono poste in una specie di eterno presente, la spinta a ricavarne indicazioni concrete di comportamento. E in Francesco, al di là delle vicende «politiche» a lui contemporanee, al di là delle traduzioni, al di là della costruzione successiva di un’immagine, questo «senso» risulta spesso amplificato in maniera eccezionale, perché Francesco è davvero 3.

Lo sconcerto che suscita è tale che i suoi seguaci più esatti sono coloro che non si pongono domande, i semplici. Come fra Giovanni il Semplice, appunto, che «era di una tale semplicità che si riteneva obbligato a ripetere quanto vedeva fare da Francesco»: se Francesco giunge le mani, lui giunge le mani, se si alza, lui si alza, e se tossisce, lui tossisce, tanto che Francesco ne ride e lo riprende: «Ma egli rispose: “Fratello ho promesso di fare tutto quello che fai tu, quindi…”. Francesco, vedendolo così semplice e ingenuo, ne restava ammirato e ne godeva assai». Anche su questo paradosso inciampo clamorosamente, e forse il cuore di tutto il problema dell’ambivalenza che evocavo all’inizio di queste note sta in una breve considerazione che si trova nel capitolo 82 della Compilazione: «Francesco pose una grande attenzione a non esser ipocrita davanti a Dio», o, come rendono le FF: «L’aspirazione più alta e dominante di Francesco fu quella di non essere mai ipocrita davanti a Dio». Colpito e affondato.

Mai ipocrita, anche se si tratta di cucina: «In quel medesimo tempo Francesco, stando con i frati che allora aveva, era di un tale fervore che, da quando il Signore gli rivelò che doveva vivere – lui e i suoi frati – secondo la norma del santo Vangelo, volle e s’impegnò di osservarlo alla lettera per tutta la vita [esattamente come fra Giovanni si impegna di seguire lui, Francesco, alla lettera]. Al frate addetto alla cucina, quando voleva passare alla comunità i legumi per cibo, proibì di metterli a bagno in acqua tiepida la sera avanti, come si usa, perché i frati osservassero il consiglio del santo Vangelo: “Non vogliate preoccuparvi del domani”.

«Così quel frate li metteva a bagno dopo il mattutino».

(2-fine)

  1. Le citazioni sono tratte da Fr. Leone e compagni, S. Francesco d’Assisi dagli Scritti dei suoi Compagni. «Compilazione d’Assisi» dal Ms. 1046 di Perugia, prima edizione italiana a cura di M.L. Bigaroni ofm, Edizioni Porziuncola 1975; ma sono andato sempre a vedere anche le Fonti francescane, terza edizione rivista e aggiornata, Editrici francescane 2011.
  2. Meno lineare, ma forse ancor più chiara la traduzione offerta dalle FF: «Non c’è un prelato nel mondo intero, che sarebbe temuto dai sudditi e fratelli suoi quanto il Signore farebbe che io fossi temuto dai miei frati, qualora io lo volessi». Merita di essere citata, almeno in nota, anche la frase che precede questa: «Tra le altre grazie, l’Altissimo mi ha largito questa: obbedirei al novizio entrato in Religione oggi stesso, se fosse mio guardiano, come se si trattasse del primo e più attempato nella vita e Religione dei frati» (1554 [1663]).
  3. Dirò qui, in nota, lo sproposito, che lui stesso aborrirebbe: Francesco è , se così si può dire, molto di più di Gesù stesso.

 

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«Noi che fummo con lui» (La «Compilazione di Assisi», pt. 1/2)

La Compilazione di Assisi, già nota con altri titoli, tra i quali Leggenda antica di san Francesco o Leggenda perugina1, oltre a essere una lettura bellissima, è un testo che fa emergere in misura marcata molti degli aspetti che caratterizzano il mio rapporto con gli scritti e le testimonianze francescane. Ogni volta che leggo «qualcosa di francescano», dopo le prime pagine, mi dico che da quel momento in poi non leggerò altro che testi francescani per un bel po’ di tempo; quindi, finito il libro, accade il contrario e per un bel po’ di tempo non mi avvicino a san Francesco. Be’, non sono certo il primo, a subire il suo fascino e a provare questa ambivalenza – là dove fascino è parola che esprime in maniera inadeguata e parziale il tipo di relazione.

Che fosse una benedizione, e al tempo stesso un’ardua prova, stargli vicino risulta evidente da un’infinità di particolari, a cominciare da quell’espressione fantastica che compare spesso a introduzione del commento a un episodio: «Noi che fummo con lui»2. È una formula che va lasciata risuonare qualche istante, affinché trasmetta tutta la sua forza, insieme ad altre simili: Noi che fummo con lui, per noi che vivemmo con lui, noi che siamo stati lungo tempo con lui, che io leggo anche come Francesco è esistito e noi lo abbiamo visto e udito… Talvolta la clausola si amplia e diventa: «E noi che vivemmo con lui possiamo testimoniare che, quando egli diceva: “Così è”, o “così sarà”, avveniva sempre come diceva». «Si avverte, netta», commenta Felice Accrocca, presentando la Compilazione nelle Fonti francescane, «la nostalgia per i primordi, quando i fratelli, dietro il loro padre, si sforzavano di seguire con gioia e generosità le orme di Cristo, in povertà e umiltà», e lui era sempre avanti, verrebbe da aggiungere. Sempre avanti e incontenibile, nonostante lo spirito di obbedienza.

Quale paziente e un po’ risentita rassegnazione si può cogliere, ad esempio, in questo breve dialogo: «Un giorno il medico venne da Francesco e gli disse: “Fratello, una poveretta malata agli occhi è venuta da me; ma è tanto povera, che bisogna che io l’aiuti per amor di Dio e le passi anche il vitto”. A quelle parole, Francesco si commosse; fece chiamare il guardiano e gli disse: “Fratello, dobbiamo restituire quello che non ci appartiene”. “Cioè?” disse il guardiano [come dicesse: Di cosa stai parlando, Francesco?]. “Questo mantello che abbiamo ricevuto in prestito da quella poveretta, malata agli occhi”. “Fa come ti sembra meglio”, gli rispose il guardiano» [come dicesse: Fai un po’ come vuoi, tanto lo fai sempre].

Francesco è una coscienza purissima personificata, incarnata, così umanamente incarnata da risultare una specie di involontaria spina nel fianco per chiunque lo voglia seguire, anche da lontano e in maniera imperfetta. Come quel provinciale (nel quale mi sono riconosciuto) che va a interrogarlo ancora una volta sulla povertà e che, ottenuta una risposta conforme alla Regola, commenta: «Che sarà allora di me che ho tanti libri del valore di oltre 50 libbre?» E lo dice «perché voleva tenerli in tranquilla coscienza, e ne sentiva il rimorso». La replica del santo è mitemente implacabile: «Io, gli rispose Francesco, non posso andare contro la mia coscienza e contro l’osservanza del santo Vangelo che abbiamo promesso». Io non posso, vedi un po’ tu cosa puoi fare.

Più si avvicina alla fine e più sembra animato dalla determinazione di dar corpo a un modello preciso e tangibile, in modo che nessuno possa dire: «Ho fatto il possibile, ho provato». Come spiega una volta, a colloquio con il cardinale Ugolino, «bisogna che io con la mia condotta sia di norma a quanti sono e verranno nell’Ordine, così di fronte a Dio saranno inescusabili in questo mondo e nell’altro». Inescusabili, senza possibilità di scampo. Ma al tempo stesso la sua straordinaria partecipazione alle debolezze altrui gli ispira alcuni dei gesti più belli, che paiono contraddire quanto sopra.

Come quella notte a Rivotorto quando, nel cuore della notte, dal gruppetto di frati che dorme si leva un grido: «Muoio, muoio!» Tutti si svegliano, e Francesco, fatta accendere una luce, chiede: «Chi è che ha gridato: muoio?» Un frate si fa avanti e alla richiesta di ulteriori spiegazioni risponde: «Sì, muoio di fame». E allora «Francesco, da uomo qual era pieno di delicata carità, perché quello non si vergognasse di mangiare solo, fece subito apparecchiare, e mangiarono tutti insieme.»

E noi osserviamo commossi e sollevati quello spuntino notturno.

(1-segue)

  1. Perché nella Biblioteca Augusta di Perugia ne fu scoperto, nel 1922, da Ferdinand Delorme, il manoscritto.
  2. Cito prevalentemente da Fr. Leone e compagni, S. Francesco d’Assisi dagli Scritti dei suoi Compagni. «Compilazione d’Assisi» dal Ms. 1046 di Perugia, prima edizione italiana a cura di M.L. Bigaroni ofm, Edizioni Porziuncola 1975; ma ho tenuto davanti, ovviamente, anche le Fonti francescane, terza edizione rivista e aggiornata, Editrici francescane 2011.

 

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Schedine: Nabert, Bernanos, Dreher

Come si può immaginare, non tutte le letture che faccio – e che procedono senza alcun piano – si traducono in qualche nota riportata qui, per le ragioni più varie. In ogni caso, d’ora in poi registrerò periodicamente almeno le indicazioni bibliografiche dei libri che non hanno dato origine a un post, con qualche breve appunto.

Nathalie Nabert, Prières cachées des chartreux, Editions du Seuil 2009. Un’antologia di preghiere, invocazioni e meditazioni – molte delle quali «inedite o introvabili» – tratte dalla tradizione certosina, dalle origini ai giorni nostri. La curatrice, Nathalie Nabert, scrittrice e poetessa francese non nuova a opere del genere, ha disposto i testi in ordine cronologico, suddividendoli in otto parti tematicamente intestate alla liturgia delle ore, ai sacramenti, alla Sacra Scrittura, alla cosiddetta orazione del cuore, all’invocazione di Dio, della Croce, di Maria e dei santi, e facendoli precedere da una bella introduzione sul posto centrale che nella vita certosina occupa la preghiera, ininterrotta «respirazione dell’anima». L’ho letto perché ogni chiave che aiuti a decifrare correttamente il mistero certosino è gradita. Mi sono annotato questo «consiglio» di Innocent Le Masson (1628-1703): «Bisogna evitare le riflessioni inutili su questioni già sufficientemente note, o che non importa approfondire: non prestiamo loro la nostra attenzione e svincoliamoci da esse».

 Georges Bernanos, Un uomo nella Chiesa, in appendice Bernanos, il parrocchiano di Primo Mazzolari, La Locusta 1969. Il libretto raccoglie ventiquattro lettere di Bernanos. Le prime dieci sono dirette al monaco benedettino dom Besse, scritte a cavallo della fine della prima guerra mondiale («Ho ricevuto la lettera e l’opuscolo al bivacco, alla portata di quei cannoni Krupp che io considero materiale hegeliano»). Le altre quattordici sono invece indirizzate allo scrittore cattolico (Alceu) Amoroso Lima e risalgono agli anni 1938-42, nei quali lo scrittore era in esilio in Brasile. Sono interessanti per chi è interessato allo sviluppo delle posizioni politiche e religiose di Bernanos. Mi sono annotato questo pensiero, del 1939: «Parlare di sé è quasi sempre un tranello del diavolo».

Rod Dreher, The Benedict Option. A Strategy for Christians ina Post-Christian Nation, Sentinel 2017. Lettura faticosa ma doverosa del libro che esprime in maniera aggiornata le posizioni dei cristiani americani più conservatori e tradizionalisti, affiancando a un’analisi apocalittica dei tratti della società occidentale una proposta per così dire «operativa» che ha nella spiritualità benedettina (l’«opzione Benedetto») il suo centro ispiratore. Come si suol dire, il libro ha suscitato un notevole dibattito, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo, e l’ho letto perché è sempre bene sapere e perché mi interessano gli «usi», propri e impropri, che i laici fanno delle cose monastiche. Scrive Dreher: «Noi cristiani fedeli e ortodossi non abbiamo chiesto di essere esiliati internamente nel Paese che credevamo fosse nostro, ma così è stato. Siamo una minoranza, adesso, cerchiamo allora di essere una minoranza creativa, capace di offrire alternative luminose, accoglienti e vitali al mondo buio, freddo e morto che ci circonda. Avremo sempre meno influenza, ma facciamoci guidare dalla saggezza monastica e accettiamo con umiltà questa circostanza, mandataci da Dio come occasione di purificazione e santificazione».

 

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