Archivi del mese: novembre 2017

Per favore (Dice il monaco, XLVI)

Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:

… contempla con maggiore attenzione il volto della tua anima. Se ti sei scoperto a sguazzare nei banchetti, a scaldarti spesso col vino, a impicciarti di affari mondani, a farti tormentare dalle preoccupazioni di questo mondo, a covare desideri carnali, a passare il giorno fra liti e sciocchezze, a lacerare con i morsi immondi della maldicenza la carne dei tuoi fratelli, abbandonato a un pigro ozio; se ti sei scoperto a vagare qua e là in volubile movimento come tormentato da un pungolo, a procurarti le delizie del ventre non con la tua fatica ma con il sangue e il sudore dei poveri, se poi ti sei scoperto a macchiarti spesso di ira, impazienza, invidia, disobbedienza e a preoccuparti più del tuo ventre che della tua mente, a trasgredire di continuo le regole della tua professione; se dunque in tutte queste cose te ne vai elegante e pasciuto, per favore non gloriarti delle tue lacrimucce.

Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, 2, XIV, 35, in Trattati d’amore cristiani del XII secolo, vol. II, a cura di F. Zambon, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori 2008, pp. 211-13.

 

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«Sono ancora qua!»

Uno degli aspetti più interessanti della letteratura monastica, che al momento – è bene non dimenticarlo – è l’unica parte del «fenomeno monachesimo» che frequento con costanza, è la riflessione che i monaci e le monache conducono incessantemente sulla propria condizione. È bene che non dimentichi, infatti, che, oltre alla letteratura, ci sono i luoghi, dei quali ho una conoscenza limitatissima, e soprattutto le comunità, le quali sono quasi sempre impegnate principalmente a essere (e a fare), prima ancora che a scrivere, e di queste non ho la minima conoscenza (né d’altra parte credo sia possibile averne una profonda senza farne parte).

Il fiume di consapevolezza e autovalutazione, tuttavia, è scaturito alle origini stesse del monachesimo, ne è parte integrante, e non stupisce se si pensa che, al di là dell’attuale omonimia, essere monaci non è una professione che si esercita, bensì un modo di esistere (forse qualcosa di ancor più preciso) che va continuamente verificato, sia sul «manuale di riferimento», cioè la Regola (anzi, le Regole), sia nel proprio intimo, attraverso il diuturno esame di coscienza, sia forse – ma qui sono troppo fuori dalla mia «casa» – di fronte a Colui che ha chiamato il monaco a sé.

Questo, per lo meno, è quanto ricavo dagli scritti contemporanei. Di certo sono esistiti dei religiosi, nei secoli, che, una volta pronunciati i voti ed emessa la professione solenne, hanno ritenuto di essere diventati ufficialmente monaci, una volta per sempre, ma se ripenso a quel poco di testimonianze e documenti che ho letto, mi pare che i monaci e le monache di oggi, quelli e quelle appunto che scrivono, siano abitati da una tensione affatto moderna di continua «messa in discussione» della propria condizione e della propria forma di vita.

E se spesso tale riflessione è di carattere generale, e tende a rispondere a domande come «Cosa significa essere monaci, oggi?», «Quale il ruolo dei monaci nel mondo contemporaneo?», ecc., il discorso, per così dire, finisce quasi sempre per essere accesamente personale, la vera domanda essendo: «Che monaco, che monaca sono, io?» Come dice, tra i molti esempi, e per lasciarle finalmente la parola, una delle grandi monache trappiste del XX (e XXI) secolo, già badessa di Vitorchiano, m. Cristiana Piccardo: «Io desidero parlare molto semplicemente della mia esperienza, poiché non ho gli strumenti per un’esposizione culturale». Formula nella quale risuonano secoli di umiltà monastica e di necessità di ricominciare sempre tutto daccapo1.

Nel suo testo rivolto a consorelle e confratelli, dopo una breve introduzione, m. Piccardo rievoca alcuni tratti della sua professione che sono di estremo interesse. Entrata alla trappa di Vitorchiano nel 1958, m. Piccardo ritiene che la sua generazione «fosse tutta un po’ socialista alla fine di una dittatura fascista e percepiva come un’esperienza di grande libertà incontrare gente che affermava liberamente la sua scelta di vita senza condizionamenti esterni di nessun tipo». Il cruciale paradosso della trappa – la libertà della rigida obbedienza – è vissuto sulla propria carne, tanto che la sua speranza era quella di «vincere la mia propria esasperata autonomia con una vita sigillata dalla continua obbedienza». Altri richiami sono rappresentati dalla liturgia e dall’indipendenza lavorativa. La novizia di allora si sente accettata nonostante se stessa, e questo la riempie di stupore e gratitudine e la avvia sulla strada dell’annullamento di sé, o meglio dell’io che si era costruita prima: «Ricordo che il primo lavoro che mi chiesero fu quello di mettere letame naturale su una coltivazione di carciofi e poiché le piante erano piccole era necessario metterlo con le mani. Io venivo da un ufficio editoriale di giornali e riviste e il contatto brutale con la terra e gli escrementi della stalla mi provocò delle risate tremende e molto poco “monastiche” a causa dell’immediata e concreta visione della mia persona al di là delle “etichette editoriali” del passato». L’immediata e concreta visione della mia persona: quante volte ho sentito dire dai monaci che la prima cosa che si trova entrati in monastero è se stessi, e spesso non senza contraccolpi. Qui diventa fondamentale l’accompagnamento, la possibilità di incontrare dei «modelli», cioè delle persone, immediate e concrete, che hanno già fatto quel percorso, e oltre a sostenere i primi passi del nuovo arrivato possono trasmettere l’immagine viva di com’è l’«altra sponda». Solo loro possono fornire il necessario ancoraggio per il novizio perché incarnano – nello stretto senso del termine – il «realismo della vita benedettina».

La strada è uguale per tutti e al tempo stesso differente per ognuno, differente negli accenti che vengono posti sugli elementi costitutivi della scela monastica. Sentiamo ancora, e per esteso perché lo merita, il ricordo di m. Piccardo: «Se consideriamo i mezzi di crescita che la vita monastica offre, devo confessare che, nel mio personale impatto iniziale con il monastero, non furono i valori tradizionali, la preghiera, la lectio, la solitudine, il silenzio, la clausura, che comunque avrebbero conformato la mia vita, quelli che richiamarono la mia immediata attenzione e marcarono la mia esperienza iniziale, ma piuttosto l’impatto sperimentale con realtà molto semplici, come per esempio la ristrettezza e la nudità della cella in un grande dormitorio comune e la consolazione che mi riempiva il cuore quando, svegliandomi al suono delle Vigilie, dopo vari incubi notturni, potevo toccare i muri della cella e dire: “Sono ancora qua!”».

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  1. Cristiana Piccardo, La crescita della persona nella sapienza della Regola. Una testimonianza, in C. Piccardo, R. Nardin, S. Corsi, La sapienza monastica: una tradizione vivente, Borla 2006 (che raccoglie gli «atti» dell’Incontro monastico sul tema tenutosi presso il monastero di Valserena 14 anni fa, dal 25 al 27 novembre 2003).

 

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«In che mondo sono arrivato»

Ieri siamo stati all’Abbazia benedettina di Finalpia, a Finale Ligure. Abbiamo sbagliato orario di avvicinamento e siamo potuti entrare soltanto nel negozietto presso la portineria, dove abbiamo parlato un po’ con una signora gentilissima, che alla fine ci ha venduto un barattolo di marmellata «mela + caco» («ottima per un regalo»), una confezione di «gocce di miele» (dall’apiario benedettino per il quale Finalpia è rinomata), due birre, due opuscoli, un volumetto della collana «Orizzonti monastici» dell’Abbazia San Benedetto di Seregno (che mi sono accorto, poi, a casa, di avere già) e i due corposi tomi di Monastica et humanistica, gli Studi in onore di Gregorio Penco o.s.b., pubblicati nel 2003 dal Centro storico benedettino italiano a cura di Francesco G.B. Trolese.

«Quello è un vero affare», ha detto la signora, quando ha visto che ci eravamo fermati sul piccolo scaffale con i libri. Non ho esitato, anche perché non era un caso che fossero lì: il grande storico del monachesimo ha fatto proprio a Finalpia la sua professione monastica, nel 1949, e vi ha concluso la sua vita – quella terrena, come di certo lui credeva – nel 2013. Sono due volumi splendidi, per ricchezza di contenuti e prestigio di firme, di complessive 1088 pagine, introdotte da tre pagine affettuose dell’allora abate di Finalpia, Romano Cecolin. Passando brevemente in rassegna la sterminata bibliografia del suo confratello, l’abate Cecolin ricorda come da un lato «lo studioso Gregorio Penco sia pienamente comprensibile solo nel contesto più ampio della figura del padre don Gregorio, monaco di Finalpia, come spesso egli firmava i suoi contributi»; dall’altro, come non fossero certo i mezzi esteriori a sorreggerne l’eccezionale capacità di sintesi. «Scherzando», ricorda l’abate Cecolin, «ci mostrava il suo computer da 500 lire, consistente in una scatola di cartone per le schede, ricavate da fogli di carta di tutti i formati e spessori.»

Mentre ero lì, poi, all’ingresso dell’abbazia, mi sono ricordato che Finalpia è anche il punto di partenza di quel «viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni» che ha dato origine a Sulle strade del silenzio di Giorgio Boatti, uno dei libri «laici» sull’argomento più riusciti e concreti degli ultimi tempi. Il libro di Boatti si apre proprio a Finalpia, con un capitolo molto personale e di grande sincerità, che s’intuisce sofferta. Era la prima volta che l’autore entrava in un monastero, e tutto era nuovo: dagli orari della comunità agli abiti dei monaci; dal modo di prendere i pasti a quello di pregare; dalle cose che mancavano, rispetto al mondo «di fuori», a quelle che invece c’erano, e fuori no; dal vasto orto chiuso al mondo circostante alla porta sempre aperta, e al mazzo di chiavi («dell’ingresso principale del monastero sul lato della basilica, del passo carraio, di questa cella»), consegnato senza esitazioni all’ospite appena giunto. «Non mi sembra vero. In che mondo sono arrivato?» commentava Boatti. «Che razza di posto è quello dove, con i tempi che corrono, mollano le chiavi di casa al primo venuto?» Là dove, tra l’altro, «in che mondo sono arrivato» potrebbe essere il motto del laico che si avvicina ai monasteri…

Come dicevo, però, noi ci siamo arrivati al momento sbagliato, e così ci siamo fermati sulla soglia , al «passo carraio, dietro la chiesa, [che] è sempre aperto», come dice il padre foresterario. Pazienza, torneremo.

 

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Petrus Sutor (Who’s Who, XIV)

Pietro Sutore (Petrus Sutor, «il Ricucitore»; Pierre Cousturier, ca. 1475-1537), o.cart., francese; dottore in teologia alla Sorbona (si dice che arrivò terzo nella sua classe di laurea del 1510), fu anche insegnante, di ferreo tradizionalismo, prima di entrare nell’ordine dei Certosini, nel quale ricoprì molte cariche. Fu diuturno avversario di Erasmo, che a un certo punto, colpito dalla violenza degli attacchi del contendente, cessò di rispondergli, non senza peraltro aver disseminato le sue lettere di espressioni poco lusinghiere nei confronti del monaco: «Che farragine di abusi verbali, di arroganza, stupidità e ignoranza vi si può trovare [nei suoi scritti]. Mi ricorda quel vecchio proverbio che invita il sarto a limitarsi a cucire»; «Ed ecco un nuovo libro di Pierre Cousturier, palesemente l’opera di un uomo che più che di un medico, ha bisogno di un esorcista»). La veemenza del certosino, estesa a tutto il campo degli umanisti («i quali, pazzi come sono, e incapaci per la più parte di articolare una replica, si rifugiano negli insulti, compongono libelli calunniosi, per di più anonimi, disprezzano qualsiasi forma di ragionamento e sillogismo, definendole “sofismi”, e ridono delle Scritture: ammirano soltanto le infiorettature retoriche, chiamano gli argomenti scolastici, cioè di grammatica, “belle lettere”, “umane lettere”, che è abitudine vergognosa, e infine, quando hanno disprezzato ogni cosa, quando hanno condannato chiunque, si considerano gli uomini più colti e avvertiti»), gli fu poi rimproverata, fin negli scritti degli eruditi dei secoli successivi, unitamente alla considerazione per la vastità del suo sapere. Un tema singolare sul quale s’incaponì fu qello del triplice matrimonio di sant’Anna.

Quasi tutti i repertori annotano che le sue opere non riscossero particolare successo: «Abbiamo di lui molte opere di critica e di controversia, che non ebbero grande incontro» (Storia ecclesiastica di Claude Fleury, l. CXXXVIII); «Lasciò molte opere, che adesso servono a’ tarli» (L.-M. Chaudon, Dizionario storico degli autori ecclesiastici, t. IV). Anche a non esser troppo severi, i toni sono comunque misurati: «Se si considera l’epoca nella quale è vissuto, non si potrà dire che dom Cousturier non sia stato un dotto teologo. Aveva un grande zelo per la fede e un grande amore per la Chiesa, e nutriva una profonda avversione nei confronti di qualsiasi novità, ancor più essendo stato testimone dei mali e delle complicazioni suscitate da Lutero» (J. Liron, Singularités historiques et littéraires, t. III).

Pubblicazioni più recenti antologizzano brani delle sue efficaci descrizioni della Grande Chartreuse, tratti dalla sua opera oggi meno dimenticata, il De vita cartusiana. Efficaci e cupe, e così lontane dalla cosiddetta sensibilità moderna. «Si consideri l’apetto temibile del luogo», scrive ad esempio il Sutor. «Nulla di bello, nessuna consolazione, nessuna piacevolezza terrena; il terreno è a malapena coperto dall’erba, gli uccelli a malapena vi cantano, gli animali selvatici a malapena vi scavano le loro tane. Che più? Le nevi risplendono di un candore eterno, ma il freddo conferisce ai corpi di chi vi dimora un livido pallore. Né la desolazione del deserto di Scete, né quella delle solitudini egiziane possono essere paragonate all’austerità del massiccio della Certosa: è un’orribile prigione, una sede di espiazione, ben più che un luogo adatto alla vita degli uomini.»

 

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