Archivi del mese: luglio 2017

«Se vedi la Madonna, salutala da parte mia» (Le «Lettere a una carmelitana scalza» di Giacomo Biffi)

Di primo acchito non potrei sentirmi più lontano da un cardinale, per di più tradizionalista, e da una monaca carmelitana, per quanto «impegnata e problematica». Ciò nonostante le Lettere a una carmelitana scalza del cardinale Giacomo Biffi mi hanno preso sin dal primo «Gentilissima Signorina»1. All’inizio dell’epistolario, nel febbraio del 1960, la destinataria, Emanuela Ghini – che è anche la commossa e partecipe curatrice del volume –, è infatti ancora una laica, di circa 27 anni, assistente straordinaria di filosofia all’università di Bologna, e il mittente, da parte sua, non è ancora cardinale, bensì un professore trentenne del Seminario di Venegono, in provincia di Varese. Il primo scambio verte, come accadrà poi con frequenza, su un libro: la propria tesi in teologia che d. Giacomo regala alla giovane filosofa, ma si interrompe subito, perché nel frattempo sta maturando la di lei vocazione. Quando riprende, nell’agosto del 1964, Ghini è diventata suor Emanuela, al Carmelo di Savona, e d. Giacomo è, da qualche anno, parroco a Legnano. Passano altri sei anni di silenzio, imposto dal noviziato della religiosa, e lo scambio riprende infine nell’agosto del 1970, per non interrompersi più, se non alla morte di Biffi, nel 2015.

Purtroppo le lettere di s. Emanuela non sono riportate, salvo una minima parte sul finale, ed è un vero peccato, ma un’eco non flebile di esse risuona comunque nelle lettere di Biffi, che spesso risponde a domande precise, ribatte, puntualizza, commenta le osservazioni della monaca, e lo fa con un tono scevro da qualsiasi remora di carattere «politico», da qualsiasi cautela diplomatica, come con ogni probabilità faceva la sua corrispondente. Nonostante la percezione della possibilità che le sue lettere sarebbero state un giorno pubblicate, il cardinale è sempre chiaro e diretto, nei giudizi, talvolta molto severi, come nelle battute, spesso brillanti, nelle esortazioni come nelle confessioni. Come questa, che scelgo in rappresentanza di tutte: «Pare anche a me che la vita di fede sia aspra e oscura. È molto difficile continuare a credere. Solo che l’incredulità mi sembra più difficile ancora. Mi pare di dover finire per forza tra le braccia del Padre, non tanto perché mi attirino (almeno inizialmente), quanto perché in tutti gli altri posti è, dopo un po’, impossibile stare. […] Dio abita nell’oscurità. Per me, è tutto dietro la figura di Cristo. Se smarrissi il senso di Cristo, probabilmente diventerei ateo».

Come era prevedibile, io, se così si può dire, non condivido le opinioni espresse dal cardinale, e ascolto con un certo distacco le preoccupazioni sul «destino della cristianità» dei due religiosi, che non di rado, peraltro, sono in disaccordo (e su una questione in particolare, la figura di Giuseppe Dossetti, sono in netto e doloroso disaccordo), non partecipo delle loro ansie per lo stato di salute della Chiesa, non nutro la loro fede e le loro speranze, talvolta non so nemmeno esattamente di cosa stiano parlando… Tuttavia sono rimasto avvinto dai documenti di un’amicizia che non ho bisogno di definire spirituale per riconoscerne la profondità, l’onestà e la fedeltà: una conversazione di due menti (per rispetto dovrei dire «di due anime») così intima e concreta da suscitare autentica ammirazione: «L’importante», dice presto d. Giacomo, «è che continuiamo a volerci bene e a dialogare con franchezza, senza plagiarci vicendevolmente e senza prepotenze».

E anche divertendosi, mi sentirei di aggiungere, considerando le innumerevoli battute che costellano un po’ sorprendentemente, l’epistolario. «Il senso dell’umorismo», scrive il futuro cardinale, in maniera non del tutto scontata, «è il fondamento della vita religiosa», perché «è fatto di distacco dalle situazioni unito alla simpatia e all’amore». E così, ad esempio, commentando la tendenza moderna a preferire il «cercare» al «trovare», Biffi ricorda che è stato «Lessing a dire che vale più la caccia della lepre. Ma forse perché non ha mai mangiato la lepre». Ma soprattutto, vagamente preoccupato per certe «illuminazioni» che s. Emanuela gli ha confidato, il cardinale conclude: «Credo che tra poco comincerai ad avere anche le visioni, e così saremo a posto. Comunque, se vedi la Madonna, salutala da parte mia».

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  1. Giacomo Biffi, Lettere a una carmelitana scalza (1960-2013), introduzione e note a cura di E. Ghini, prefazione di C. Caffarra, postfazione di M.M. Zuppi, Itaca 2017.

 

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Non si anteponga nulla (Luigi Gioia, «La saggezza del monaco», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

C’è almeno un’altra cosa, tra le molte, che il libro di Luigi Gioia1 sulla spiritualità monastica mi ha fatto capire bene. Un aspetto nel quale probabilmente mi devo essere imbattuto in precedenza, ma che qui è posto con un’evidenza e un’argomentazione che sono state per me rivelatrici.

Si ricorderà che nel capitolo 43 della Regola Benedetto conia la celebre espressione «Nihil operi Dei praeponatur»: al segnale dell’ufficio divino il monaco deve interrompere qualsiasi attività e accorrere alla celebrazione, in modo che non si anteponga nulla all’Opera di Dio. Raffigurandomi la scena, e considerando la composizione della Liturgia delle Ore, ho sempre pensato che la comunità dei monaci si riunisse per cantare le lodi del Signore, per rendere grazie, per celebrare, appunto, l’Onnipotente: questo è l’opus Dei. E invece no, la prospettiva va ribaltata.

Per farlo Gioia muove da un passo del Vangelo di Giovanni (6, 28-29): quando gli apostoli chiedono a Gesù cosa devono fare «per compiere le opere di Dio», Gesù, passando inaspettatamente al singolare, risponde: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato». «Prima di parlare di opere degli uomini per Dio», commenta Gioia, «occorre accogliere l’opera di Dio per l’uomo, l’opus Dei, ciò che Dio opera in noi, cioè il dono della fede». Una fede che si traduce primariamente nel dono di una grazia di natura comunitaria. Il moto di Dio verso gli esseri umani è di natura, per così dire, collettiva, e anche la risposta, il moto contrario degli esseri umani, lo sarà.

Ecco allora, prosegue Gioia, che «l’espressione della regola di san Benedetto nihil operi Dei praeponatur non vuole dire “non si anteponga nulla alle opere che noi dobbiamo fare per Dio”, ma “non si anteponga nulla all’accoglienza e alla celebrazione di ciò che Dio fa per noi”, cioè all’accoglienza e alla celebrazione dell’opera di salvezza di Dio in noi, dell’alleanza, della riconciliazione, della comunione di Dio». La comunità monastica si riunisce per ascoltare il Signore, per fargli posto, sempre e di nuovo, attraverso la sua parola che lei stessa pronuncia (allo stesso modo il singolo monaco prosegue su questa strada grazie anche alla lectio divina). «Con la liturgia», dice Enzo Bianchi sulla stessa lunghezza d’onda, «noi apprestiamo tutto perché Lui possa agire in noi efficacemente con la sua Parola»2.

L’insistenza sull’ascolto della parola di Dio permette, inoltre, di cogliere un altro aspetto decisivo della vita monastica, che non è, anzitutto, obbedienza a una regola3, bensì continua risposta di fede, la risposta di un figlio all’invito di un padre («La prima, fondamentale definizione del monaco è proprio questa: il monaco è un figlio»): l’atteggiamento filiale è il vero ponte tra Vangelo e Regola, essere figli come Figlio è stato anzitutto Gesù.

Il luogo per eccellenza di questo atteggiamento filiale è il «deserto». Il deserto è lo strumento per mettere a nudo il proprio cuore, e in questo senso il monachesimo ricrea in continuazione tale dimensione – o almeno questo dovrebbe fare – per integrarla nella vita spirituale: «Solo grazie al deserto, infatti, diventa possibile cessare di illuderci su noi stessi riguardo all’autenticità delle nostre intenzioni ed entrare nel processo di conoscenza di sé che è alla base di ogni spiritualità seria». Trovo qui, tuttavia, una particolare consonanza con quell’impegno a smascherare le illusioni e le storie che ci raccontiamo che non richiede il contesto della fede per essere affermato, e forse non richiede nemmeno il deserto, ma per il quale talvolta può essere sufficiente una notte insonne.

(2-fine)

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  1. Luigi Gioia, La saggezza del monaco. Spiritualità monastica e vita della Chiesa, Edizioni Dehoniane Bologna 2017.
  2. Enzo Bianchi, Al termine del giorno. Parole per illuminare il viaggio interiore, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2017, p. 153.
  3. «Se una regola, se un’esortazione, se la legge, se il semplice fatto di dire o di sapere cosa fare fosse bastato per salvarci, non ci sarebbe stato bisogno che Dio si facesse uomo in Cristo e soprattutto che morisse sulla croce» (Gioia, p. 23), una frase che mi ha dato molto da pensare.

 

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Il peccato di una lettrice («Un monastero di famiglia», la cronaca delle «barberine» di Roma; pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Suor Eufrasia da San Martino, conversa di Castelnuovo della Sabina, muore il 22 novembre del 1647. La cronaca del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma registra che passò a miglior vita dicendo: «Maria mater gratiae», e soprattutto che «visse con semplicità e purità colombina»1. Il suo necrologio è molto più breve di quelli delle monache «vocali», cioè delle coriste, ma contiene un episodio assai significativo, tanto che il redattore della cronaca lo segnala in un indice con questo titolo: «Il demonio comparisce in figura brutta ad una religiosa disubediente». Una storia di disobbedienza punita, quindi, che, va da sé, ho trovato molto interessante per motivi del tutto opposti.

Suor Eufrasia, da brava conversa, in sostanza sgobba tutto il giorno, «sempre obediente e riverente» a tutte, e «fatigante in sommo grado», tuttavia sa leggere, almeno «un poco», e le piace, e poiché non ha tempo di farlo di giorno, lo fa di sera, non si sa se nel dormitorio o in cella. E così, «una di quelle sere doppo dato il segno di spegnere ogn’una il lume, lei vinta dal desiderio di terminare ciò che leggeva, non fece l’ubedienza di smorzare il lume». Non l’avesse mai fatto! Il Signore, punendola all’istante, le fa alzare lo sguardo alla finestra (si è d’estate ed è ancora aperta) dove è seduto, «in forma bruttissima», il demonio. Il quale demonio, «con risataccia da suo pari e con sbeffo, gli disse: “Leggi, leggi che mi dai gusto”». Sicché Eufrasia riconosce la sua mancanza e appena può va, «tutta paurosa e confusa», dalla superiora a confessarsi…

Qualche tempo fa dicevo che mi ero «avventato» sull’edizione della cronaca del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma: be’, devo ammettere che ho fatto – e sto facendo – una certa fatica, dovuta soprattutto ai più che legittimi «criteri di edizione» che, pur avendo «parzialmente reso più fruibile per la lettura» il testo (parzialmente), ne hanno «scrupolosamente» mantenute le caratteristiche ortografiche e di punteggiatura, salvi pochissimi interventi di normalizzazione.

Nondimeno sono sempre conquistato da storie come quella di suor Eufrasia e dagli innumerevoli particolari che emergono dai necrologi delle consorelle: suor Felice Francesca delle Sacre Stimmate, suor Angela Vittoria del Cuor di Maria, suor Paola Maria del Santo Presepio, suor Maria Deodata delle Piaghe di Gesù e suor Caterina Eletta di San Giuseppe che, giovane di buona famiglia e in seguito tra le fondatrici del monastero, «prima si sarebbe lasciata tagliare la testa, che acconsentire al matrimonio».

Non posso riportare tutte le espressioni curiose e rivelatrici che ho sottolineato, dal misterioso modo di dire «cadere la goccia» (gli cascò la goccia, in un subito gli cascò la goccia nella lingua, fu ritoccata della goccia peggiore dell’altre volte), per significare un improvviso peggioramento delle condizioni fisiche2, alle descrizioni dei sintomi («Se la sentiva [la testa] tanto fredda come se fosse esposta al vento crudo d’inverno, con un rumore dentro come pioggia»), al ricordo delle attività costruttive del cardinale Francesco Barberini, protettore e benefattore, che ci ricordano cosa c’è al di là delle mura del monastero («Sopra il casino dello ius patronato, che godiamo in clausura nella più alta parte fabricò per recreatione delle religiose una loggia dalla quale senza essere vedute le monache si vede tutta Roma Monti, e città e castelli circonvicini»).

Tuttavia, per quanto stereotipate, esempi additati di modestia, non posso tralasciare le citazioni testuali di frasi pronunciate dalle monache che ogni tanto vengono inserite nel racconto: forse è il suono di quella voce ad andare oltre lo stereotipo. Quando la sgridavano, suor Maria Angelica dell’Amore di Dio rispondeva: «Sorelle mie havete ragione non sono buona a niente habbiate pazienza quest’altra volta farò meglio», mentre suor Maria Arcangela del Santissimo Sacramento diceva: «È vero… non ne fo una dritta»; suor Anna Maria Ancilla del Verbo Divino era così scrupolosa che, se le custodi non potevano assistere ai riti, dicevano: «Stiamo sicure per che ci è Anna Maria, e l’altre la immiteranno».

Suor Maria Minima di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, infine, così rimproverava le novizie che salmodiavano troppo in fretta: «Oh, che havere li sbirri dietro, che si corre tanto in lodare Dio?».

(2-fine)

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  1. Un monastero di famiglia. Il Diario delle barberine della SS. Incarnazione (secc. XVII-XVIII), a cura di V. Abbatelli, A. Lirosi, I. Palombo, con un saggio introduttivo di G. Zarri, Viella 2016, p. 79.
  2. Non sono riuscito a trovare quasi niente. In una dispensa del comune di Oulx si legge: «Alcuni modi di dire di Rochemolles [comune di Bardonecchia] per  “morire” sono: shéir de la gout “cadere della goccia” – essere colpito da un malore (anticamente si credeva che dietro alla fronte l’uomo avesse tre gocce, quando una cadeva si moriva)».

 

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