Archivi del mese: maggio 2017

San Giuseppe «decollato» (Voci, 9)

La credenza che san Giuseppe da Copertino potesse levitare è ben nota, non avevo mai appreso, invece, che prima di spiccare il volo, di solito, il francescano emettesse qualche grido – di spavento? Ecco alcune testimonianze tratte dal capitolo 39 della Vita redatta da Roberto Nuti, dedicato a questa specialità del santo: «Come fu veduto molte volte in estasi elevato da terra, volare in luoghi alti, e tenersi in aria senza appoggio alcuno».

Ma non solamente questo servo di Dio haveva il dono ordinario dell’estasi, con uscire in eccesso di mente, restando senza moto alcuno, ma molte volte questa elevatione fu communicata anche al corpo, onde si vidde per qualche tempo sollevato da terra volare in luoghi eminenti, impossibile a farsi da un corpo grave, e restare in aria senza appoggio alcuno; cosa molto meravigliosa e fuori del corso naturale. […]

Nel tempo che se ne stava alla Madonna della Grottella per la festa delle sacre Stimmate del Padre San Francesco, si sequestrò in una cappelletta posta dentro di un oliveto un tiro di moschetto [sic] lontana dal Convento; e mentre quivi faceva oratione, diede cinque strilli molto grandi, uno mezz’hora doppo l’altro; il che sentito da’ Padri corsero alla cappella sudetta, e lo trovarono volato sopra il tetto di quella, ch’era diroccata, e stava abbracciato ad una Croce d’altezza più di venti palmi inginocchioni.

Un’altra volta essendo venuto il Vicario Generale di Nardò […], il padre Giuseppe se ne andò a supplicarlo volesse benedire alcune Croci […], che a sua richiesta e devotione havevano fatte fare i suoi amorevoli, rappresentanti il viaggio del Calvario; il che gli fu benignamente concesso; con questa occasione egli si fermò alla messa cantata, che si faceva con gran pompa, e bellissima musica, nel sentire di quella melodia diede un grido e volò alla presenza di tutto il popolo da terra nella sommità del pulpito, dove restò inginocchioni.

[…] Quando il Padre Maestro Santi Rossi da Trevi era Novitio in questo sacro Convento, per una ferita che haveva in testa, causatali da una caduta, aggravato dal male, si tratteneva nel letto; il P. Giuseppe andava spesse volte a visitarlo, & un giorno fra gli altri vi andò che vi era il signor Alcide Fabiani, e molti altri Padri, da’ quali si ragionava spiritualmente di varie cose. Questo servo di Dio fissò gli occhi in un certo Crocifisso piccolo, attaccato al muro sopra di un anche piccolo tavolino, nel quale si  conservavano molti bicchieri, caraffine, vasetti di unguenti & altre robbe fragili che costumano tenersi nelle camere degli infermi […]. Si venne a discorrere della Santissima Concettione di Maria, & egli sentendo questo ragionamento con un gran strillo se ne andò quasi di volo a quel Crocefisso nel muro, e stette in aria senza toccar terra, o legno da nessuna parte quasi mezzo quarto d’hora, e poi cadde sopra il tavolino, pieno di tante cose, senza rivoltarlo né guastar o rompere nessuna delle cose accennate, ma le lasciò tutte nello stato di prima.

Può sorgere la curiosità di sapere cosa accadesse dopo il volo…

Meditando in una Congregatione di alcuni buoni Sacerdoti la Croce, che essi havevano fatto piantare in fine del viaggio sudetto del Calvario, uno di essi propose, se in quella Croce vi fusse Christo Signor nostro inchiodato, come stava nel Monte Calvario, in tempo della sua dolorosa passione, e fosse lecito ad ogn’uno di loro il baciarlo, dove l’haverebbono baciato? Altri dissero per humiltà che gli haverebbono baciati i piedi. Altri per corrispondenza di amore la piaga del costato, ma toccando a questo servo di Dio di appalesare il suo sentimento, disse con un volto tutto infuocato, e con voce altissima: «Et io, & io, & io li baciarei quella santissima bocca, amareggiata di aceto e fiele». E ciò detto prese un volo da terra, & andò alla sommità di quella Croce, la quale era più di dieci braccia di altezza, e si pose con la faccia a puntino a quel luogo dove, se vi fosse stato il Crocifisso, sarebbe appunto stata la sua bocca; e restò quivi inginocchioni, con gran stupore di tutti, in un chiodo di legno, che stava per segno dove furono inchiodati i piedi santissimi di Christo; e per farlo descendere a basso furono necessitati andare nel Convento a prendere una scala.

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Roberto Nuti, Vita del servo di Dio P. F. Giuseppe da Copertino, sacerdote dell’ordine de’ minori conventuali, in Vienna, appresso Pietro Paolo Viviani, 1682, pp. 463-465.

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Stai parlando con me? (Le «Conferenze» di Cassiano)

Devo confessare che non avevo mai letto per intero e senza interruzioni le Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, quelle Collationes che Benedetto nella sua Regola suggerisce siano lette dai confratelli dopo cena, insieme «alle Vite dei padri o qualche altra opera di edificazione». L’ho fatto finalmente nei due mesi scorsi, con qualche momento di fatica ma con una grande soddisfazione generale. Ho cominciato la lettura su una vecchia traduzione, in un bell’italiano un po’ desueto, che poi ho dovuto abbandonare per via delle evidenti ed eccessive libertà di cui era costellata, passando all’edizione curata da Lorenzo Dattrino, molto sicura e giusta, anche nel restituire la tortuosità di taluni passaggi1.

Le Conferenze – cioè le ventiquattro conversazioni spirituali tenute da Giovanni, e dal suo compagno Germano, con quindici tra i più famosi patriarchi del monachesimo egiziano della fine del IV secolo – potrebbero sembrare, anche a causa delle dimensioni, uno di quei monumenti davanti ai quali si resta zitti, un gigantesco affresco che si affronta ormai soltanto per motivi di studio, soprattutto se non si è religiosi, ma la cui viva sostanza è andata perduta ormai da tempo. Non è così – per quanto strano che a dirlo sia un non credente.

Mi sono chiesto, infatti, quali siano le radici di quella «soddisfazione generale» che ho provato durante la lettura. Certo, se si vuole avere una qualche conoscenza delle «cose monastiche», è difficile prescindere da un testo che ha nutrito, e probabilmente nutre ancora, generazioni di monaci. Un testo, e questo è un primo punto, che come pochi tiene insieme questioni dottrinali e aspetti pratici: un vero manuale che risponde, per il tramite delle richieste, talvolta molto specifiche, avanzate da Giovanni e da Germano ai vecchi monaci, a due domande di fondo: cosa dobbiamo sapere?, cosa dobbiamo fare? E anche non accogliendo la fede che ne è alla base, come non provare una forma di nostalgia per ciò che evoca un testo del genere: nostalgia non per l’auctoritas che non può essere messa in discussione e che sancisce i comportamenti, bensì per l’esistenza di qualcuno cui porre quelle domande, qualcuno che incarni teoria e pratica delle questioni sollevate da quelle domande. Perché non ammettere che sarei ben contento di incontrare, oggi, un Serapione, un Teona, un Pafnuzio? (Sarei anche disposto ad andare a cercarli nel «deserto» dove, eventualmente, si fossero rifugiati? Domanda giusta, alla quale non so rispondere.)

Che le Conferenze siano poi un trattato di psicologia non sono certo io a scoprirlo, ma rimane il piacere, se così si può dire, di verificarlo di persona, pagina dopo pagina. E c’è un altro aspetto, legato a questo, che mi spinge a prevedere future frequentazioni del libro di Cassiano. È una cosa molto semplice e molto antica: Mutato nomine de te fabula narratur, si parla di me, o perlomeno si parla anche di me.

Posso anche indicare il punto esatto nel quale me ne sono accorto, il punto nel quale, starei per dire, sono stato smascherato. È il paragrafo 12 della Conferenza IV del Primo libro, in cui abba Daniele discute «quale sia la posizione della nostra volontà, posta com’essa è fra la carne e lo spirito». Daniele descrive la posizione ambigua che la volontà cerca spesso di mantenere, sopraffatta da una «tiepidezza dannossissima» per colpa della quale «vorrebbe sovrabbondare nelle virtù spirituali, senza mortificare la carne; possedere la grazia della pazienza, senza risentire la reazione per le contraddizioni; esercitare l’umiltà del Cristo, senza il rigetto degli onori del mondo;  adottare la semplicità della religione, senza ricusare l’ambizione del secolo; servire Cristo, ma con le lodi e il favore degli uomini; sostenere il diritto della verità, senza dispiacere anche leggermente ad alcuno; e infine aspirare al conseguimento dei beni futuri, senza perdere però i benefici presenti».

In mezzo a questo elenco c’è anche il mio peccato, brillante come una spia accesa, e anche se preferisco chiamarlo diversamente – colpa, vizio, debolezza? – la sostanza non cambia: sì, Cassiano sta parlando con me.

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  1. Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci, traduzione, introduzione e note a cura di L. Dattrino, 2 voll., Città Nuova 2000.

 

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Tre poeti (Reperti 37-39: Mandel’štam, Cardarelli, Cattafi)

37. Nella quarta delle molto oscure Ottave, datata maggio 1932, Osip Mandel’štam accenna a una specie di «sesto senso» che può essere rintracciato nei recettori di varie specie animali, dai rettili agli esseri unicellulari, e in qualche modo lo avvicina a un simile organo di percezione supplementare che sarebbe dei poeti. L’immagine, oscura ma assai espressiva, è lì, in mezzo a una serie di evocazioni1:

La minima appendice del sesto senso

o l’occhio parietale della lucertola,

i monasteri di lumache e conchiglie,

il parlottio di piccole ciglia scintillanti.

 

38. Nella molto citata Arpeggi (dalle Poesie del 1936), Vincenzo Cardarelli assegna a un’inattesa, e contraddittoria, figura monastica, nella quale si celerebbe il poeta stesso, una dolente e oggi vagamente polverosa meditazione sull’inconsistenza della vicenda umana. Fremiti d’aria, fuggevoli moti, precario stato, dolce disperazione e conclusivo sciogliersi2:

Il sole è stanco di contemplare

una tanto monotona vicenda.

Così parlava un monaco

neghittoso e bizzarro,

là nell’antico Oriente:

piccol uomo assediato

da immani fantasmi.

 

39. E infine giusto una parola alla fine di un verso alla fine di una poesia di Bartolo Cattafi. Non capisco benissimo, ma al tempo stesso l’immagine ha una sua strana evidenza e, stiracchiandosi all’interno del modo di dire, produce un senso interessante. La poesia s’intitola Pellecamicia ed è contenuta nella raccolta L’aria secca del fuoco3:

Cellule sfaldabili ad un soffio

aerea stoffa

pellecamicia di serpe

messa al sole con tutti

i suoi disegni d’una volta

che si rinviene in campagna

e nei ricordi

come gli abiti e i monaci smessi.

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  1. Osip Mandel’štam, Quasi leggera morte. Ottave, a cura di S. Vitale, Adelphi 2017, p. 41.
  2. Vincenzo Cardarelli, Arpeggi, in Poesie, Mondadori 19588, pp. 139-40.
  3. Bartolo Cattafi, L’aria secca del fuoco, Mondadori 1972, p. 134.

 

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San Colmano rattristato

Oggi ho trovato su una bancarella un libretto che sotto la sua copertina e il suo titolo assai sobri nascondeva un piccolo tesoro, o che per lo meno tale è sembrato a me, che non lo conoscevo. Si intitola A Celtic Miscellany, è curato da Kenneth Hurlstone Jackson ed è apparso per la prima volta nel 1951. Da allora è stato regolarmente ristampato. La copia finita in mio possesso è del 1988, ma il libro è tuttora disponibile in edizione assai più recente1.

Il volume contiene 244 brani, di diversa lunghezza, tradotti in inglese corrente dalle «letterature celtiche» (cioè dalle «sei letterature composte nelle lingue celtiche»: irlandese, gallese, gaelica, mannese, cornica e bretone) e suddivisi per argomento.

Al numero 236, nella sezione «Religione», si può leggere la storia delle Ricchezze di Mo Chua (cioè di san Colmano di Kilmacduagh)2, che comincia ricordando che

Mo Chua e Colum Cille [cioè san Columba] erano contemporanei. Quando Mo Chua viveva da eremita nel deserto3 non possedeva altro che un gallo, un topo e una mosca. Il compito che il gallo assolveva per lui era di svegliarlo per il mattutino. Il topo, invece, non gli permetteva di dormire più di cinque ore al giorno. Quando Mo Chua, stanco per aver a lungo vegliato e pregato, avrebbe voluto dormire un po’ di più, il topo gli mordicchiava un orecchio e lo svegliava.

Compito della mosca, infine, era quello di aiutare Mo Chua nella lettura del Salterio, avanzando sulle righe del libro insieme al suo sguardo. E se l’eremita si prendeva un po’ di riposo tra un canto e l’altro, la mosca gli teneva il segno sul libro finché lui non tornava a leggere.

Accadde poi che questi tre validi collaboratori morissero. Mo Chua scrisse allora una lettera a Colum Cille, che si trovava a Iona, in Scozia, per lamentarsi della perdita del suo piccolo tesoro. Colum Cille gli rispose così: «Amato fratello, non ti meravigliare che il tuo tesoro ti sia stato tolto, poiché la sventura colpisce soltanto là dove c’è ricchezza».

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  1. A Celtic Miscellany: selected and translated by Kenneth Hurlstone Jackson, Penguin 2015 (“Penguin Classics”).
  2. Tratta da O.J. Bergin, Stories from Keating’s History of Ireland, Dublino 1930.
  3. Da intendersi come luogo selvaggio e difficilmente raggiungibile.

 

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