Archivi del mese: marzo 2017

Bernardo insetticida (Voci, 7)

Libro II, cap. XVIII. Recupera un cavallo con l’oratione, & fa morir le mosche

Ritornando il Santo [Bernardo di Chiaravalle] da Chialon in campagna1, era con tutta la compagnia fortemente travagliato dal freddo. Andandosene a sorte inanzi gl’altri (perché il gran freddo gli toglieva ogni pensiero di badare alli altrui bisogni2) occorse che il cavallo di uno delli due ch’erano rimasti per tenergli compagnia, lasciato incautamente in libertà, cominciò a scorrere per la campagna. Non vi essendo modo di pigliarlo, né permettendo il freddo di trattenersi in questo, disse il Santo: «Fa qui mestieri di oratione». Non havea ancora ben finito il Pater noster, quando eccoti il cavallo che col capo chino se gli viene a fermare inanzi, & si lascia consignare a chi lo cavalcava.

Si transferì una volta a Fusniaco, che è una delle prime Abbazie che egli edificasse, posta nel territorio di Laudun3. Et trattandosi quivi di consecrare una Chiesa fatta di nuovo, fu questa ingombrata da tanta quantità di mosche, che arrecavano uno indicibile tedio & disturbo a chiunque entrava in essa. Non truovandosi remedio, disse il Santo: «Io le scomunico tutte». Et, oh mirabil cosa!, la seguente mattina tutte si viddero morte. Et tanta era la copia di esse, che havevano ricoperto tutto il pavimento, & fu di mestieri che per nettar il luogo li Monaci sudassero attorno con le palle4. Et fu questo miracolo tanto noto ad ogn’uno per la moltitudine de’ popoli ivi concorsi, che le mosche di Fusniaco passorono in proverbio contro di quelli che di scommunica venivano minacciati. Benché, a dirne il vero, non fu questa propriamente scommunica, ma una somiglianza di essa. Conciossi che come la scommunica Ecclesiastica dà morte all’anima, privandola de’ Sacramenti & delli altri beni ne’ quali communicano tutti li fedeli membri della Chiesa, così la maledittione del Santo, privando per divina virtù quei animaletti noiosi dell’uso vitale dell’aere, o di quel concorso divino senza il quale non può la natura né conservarsi in essere, né vivere, né operare, causò loro la morte.

Così han talhora li Prelati di Santa Chiesa scommunicate le fiere, con privarle con forza sopranaturale del potere più toccare quelle terre ove prima facevano gravi danni; et similmente li bruchi & altri animaletti dannosi alle campagne; perché o fossero constretti di assentarsi da quei luoghi, o in tutto si morissero.

Filippo Malabaila, Vita del gran padre et mellifluo dottore San Bernardo, divoto citerista di Maria Vergine et abbate di Chiaravalle dell’ordine cisterciense, composta dal r. don Filippo di S. Gio. Battista, Astegiano e Monaco dell’Ordine istesso, della Congregatione Folliense. In Torino, 1619. Per gli eredi di Gio. Domenico Tarino (che si può leggere qui).

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  1. Châlons-en-Champagne, che dalla Rivoluzione fino al 1998 si è chiamata Châlons-sur-Marne, luogo bernardiano per eccellenza, se si considera che nel 1115 Bernardo vi fu confermato abate di Chiaravalle dal vescovo Guglielmo di Champeaux.
  2. Notazione assai strana, se riferita all’abate di Chiaravalle.
  3. Bernardo fondò l’abbazia di Foigny (nei pressi di Orsigny, diocesi di Laon) nel 1121.
  4. Da intendersi quel panno di tela che fa parte dell’arredo liturgico? Non credo.

 

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Gli «Accorgimenti per curare le malattie dell’anima» di Claudio Acquaviva

Con un titolo del genere non potevo assolutamente sottrarmi: questi «accorgimenti» (industriae nell’originale latino del 1600) sembrano proprio ciò di cui c’è più che mai bisogno oggi1. Al di là di questo, è la caratteristica di «piccola opera maestra di psicologia religiosa», come la definisce l’introduttore Daniele Libanori, ad avermi attirato in modo particolare, per quel concetto che ho della letteratura monastica come culla della psicologia moderna. E all’obiezione che si tratta dell’opera di un gesuita, per l’esattezza del quinto Generale della Società (dal 1580 al 1615, anno della sua morte), si può rispondere, sempre con p. Libanori, che l’opera è «basata ampiamente sulla tradizione monastica (Basilio, Cassiano, Gregorio Magno, Bernardo…)». E che un certo spirito di attualità sia rintracciabile dietro la ripubblicazione del «rarissimo e prezioso» libretto, emerge anche dalle parole del prefatore, il Direttore spirituale del Pontificio seminario romano maggiore Giuseppe Forlai, che sottolinea come «uno sguardo teologico sulla vita delle comunità religiose sia quanto mai necessario oggigiorno, in un tempo in cui sembra purtroppo prevalere la lettura funzionalista o meramente psicologica delle relazioni comunitarie». È opportuno che il concetto, e soprattutto la pratica, della «cura spirituale» torni al centro della vita delle comunità di fratelli, che non possono reggersi «senza padri»2.

Gli «accorgimenti», suggeriti ai Superiori e presentati «nel modo più succinto e chiaro possibile, quasi in forma di precetti medici», sono suddivisi in sedici capitoli intestati a problemi via via più specifici e circostanziati, dalla «distrazione nella preghiera» all’«effusione dell’animo verso le realtà esterne», dalla «chiusura e mancanza di chiarezza» all’«antipatia verso i fratelli» alle «fissazioni di malattie». Tutto è affrontato con molta concretezza e con quell’assenza di vaghezza e di fronzoli propria di chi scrive al riparo di una lunga esperienza (all’epoca della stesura, l’Acquaviva aveva sulle spalle già vent’anni di generalato) e mosso dal puro desiderio di essere utile agli altri.

Due sono i principi che ispirano l’ampia rassegna di consigli. In primo luogo la necessità di non confondere la benevolenza e la misericordia con la rilassatezza e il permissivismo: a differenza di chi ha una malattia del corpo, che ha immediata consapevolezza del bisogno di cure, chi cova una malattia dell’anima non riconosce il suo male, perciò l’onere ricade sul Superiore, che deve riconoscere e intervenire senza «sgomentarsi se i rimedi da applicare sembrano all’infermo troppo amari». Bisogna inoltre che il padre spirituale ricordi che potrebbe lui stesso essere affetto dal male che si accinge a curare. Come dice Gregorio Magno: «Consideriamo che noi siamo come alcuni di quelli che correggiamo, o che lo siamo stati un tempo, anche se ora per l’azione della grazia divina non lo siamo più».

Muovendo da qui, il Superiore affini il discernimento, confidi nell’ispirazione divina, si appoggi alla costante osservazione dei comportamenti, si armi di pazienza, consideri sempre il fine, non dimentichi mai la mitezza, ricorra agli esperti e sappia distinguere ciò che oggetto di fede, nel qual caso intervenga con decisione, da ciò che riguarda le «questioni materiali»; qui il consiglio propone un argomento che trovo molto fine (forse perché mi tocca sul vivo…?): se appunto si tratta di «questioni materiali, il Superiore ammonisca il religioso che il suo comportamento è il frutto di orgoglio, volendo apparire più dotto e importante, e non essendo disposto a cedere, oppure di scarso giudizio, non avendo imparato che nelle cose pratiche non c’è un’evidenza così forte, che non si debba pure tener conto del giudizio degli altri».

Eh sì, l’orgoglio, quello che può benissimo celarsi anche dietro una sobria taciturnità: «Se non altro, il motivo stesso per cui si tace è malizioso e sospetto. O si è impediti dall’orgoglio, temendo di essere stimati meno se si manifesta un difetto, o si trascura di manifestarlo, pensando che basti la propria prudenza senza bisogno di alcuna guida; e questo è segno di presunzione e di superbia; oppure, avendo di mira un fine materiale, si teme che manifestando un difetto non sia possibile realizzarlo».

Sono molto numerosi i passi nei quali mi sono riconosciuto nella figura del malato, anche se non risiedo in una Casa gesuitica del 1617, o del 2017. Fa sempre bene vedersi descritti, aiuta a liberarsi dall’illusione dell’«unicità» – anche nei difetti, se non nei peccati – e a ricordarsi «com’è facile ingannarsi nel giudicare le proprie cose e se stesso!»

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  1. Claudio Acquaviva S.I., Accorgimenti per curare le malattie dell’anima, presentazione di G. Forlai IGS, introduzione di D. Libanori S.I., traduzione di G. Raffo S.I., Edizioni San Paolo 2016.
  2. Segnalerei anche la strepitosa fascetta editoriale firmata da papa Francesco, che recita: «Un’edizione molto buona, la traduzione è bellissima, ben fatta, e credo possa aiutare».

 

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Di belve, rivolte e domande

Non posso negare come talvolta, in questa quotidiana frequentazione degli scritti di argomento monastico, io mi senta del tutto estraneo1. La sensazione è assai più comune nel caso di testi contemporanei, e la cosa non sorprende. Ciò accade spesso, e non senza ragione, quando cerco di avvicinare testi che non si rivolgono a tutti, ma che sono concepiti e scritti (o pronunciati) da monaci per monaci. Come nei congressi medici, tuttavia, anche se il linguaggio è specialistico, e anche se l’argomento del dibattito è la professione stessa, i pazienti vengono sempre evocati, così i non credenti non sono mai completamente assenti anche quando una delle più stimate badesse di oggi riflette sull’«Essenza e grazia della nostra vocazione contemplativa e profetica»2.

L’essenza della vita contemplativa, scrive s. Monica Della Volpe, badessa del monastero cisterciense di Valserena, è, da sempre, la ricerca di Dio. Il risultato dell’oblio di questa cruciale tensione è il mondo come lo vediamo oggi, colpito com’è dalla dimenticanza di Dio, dalla «silenziosa apostasia della fede». L’attuale deriva occidentale è «l’operazione diabolica nel mondo post-cristiano, che vorrebbe chiudere il cerchio iniziato con la rivolta primordiale di Satana a Dio, coinvolgendo con sé l’umanità e il creato tutto». Ecco, è qui che mi sento immediatamente proiettato all’interno di un disegno dai toni apocalittici, del quale sarei inconsapevole vittima e al tempo stesso attore. Et pour cause, direbbe la badessa.

«Il mondo è pieno di morte», continua Della Volpe, e di fronte alla «tenebrosa gloria di Satana» non possiamo restare indifferenti. Di certo non lo possono le contemplative, ma nel «noi» cui fa riferimento la badessa, parlando alle sue compagne di viaggio, si avverte spesso l’eco di una comunità più larga, quella degli esseri umani: «Siamo chiamate, da Colui che abbiamo incontrato e seguito, a una vita umana; ci spiega Lui cosa questo vuol dire e come e perché questo debba essere diverso dalla vita delle belve – per capirlo dovremo anche passare attraverso l’esperienza delle belve, passioni, tentazioni, che si trovano dentro di noi e attorno a noi». Ed eccomi qui fratello delle belve, trascinato da passioni e tentazioni, sordo al richiamo di «una vita degna del nome di umana», perché sordo alla domanda posta dalla Parola.

La Parola di cui parla la badessa, con toni ora ispirati, viene incontro all’individuo, lo soprende e lo interpella, e l’individuo si mette seduto e affronta il «lavoro di capirla e di interiorizzarla, di iniziare un dialogo, anche una lotta, un corpo a corpo» con uno scopo preciso, quello di rispondere. «L’essenza della nostra ricerca di Dio», conclude temporaneamente Della Volpe, «è in questa risposta; non c’è vita contemplativa se non c’è davvero, al centro dell’essere, questa risposta». Ed eccomi qui cittadino di «un mondo di chiasso e frastuono, per il quale anche la parola è altro», cioè, per lo più, chiacchiera superficiale.

Estraneo, sordo, distratto. Stando ai meccanismi retorici, adesso dovrei obiettare e avversare con un «ma» un discorso che, comunque, è scevro di aggressività e durezze. E invece non lo farò. Sia perché non potrei ribattere sullo stesso piano, non inserisco la «posizione esitenziale» della monaca cisterciense – e tantomeno la mia – in un disegno di cui sarebbe inconsapevole: non vedo infatti alcun disegno, né percepisco alcuna domanda; sia perché credo che l’obiezione a ogni costo non sia sinonimo di «dialogo», bensì un automatismo improduttivo.

Quindi mi limito a un sommesso «no», anche se probabilmente alla badessa proprio questo «no» suonerebbe come una conferma.

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  1. Non mi sfugge che il mio confronto di non credente con questa dimensione della fede cristiana si sia basato sinora soltanto sulla parola scritta. Tale parzialità mi pare almeno un po’ mitigata proprio dalla centralità che la parola (non soltanto la Parola) ha appunto in questa fede.
  2. Monica Della Volpe, ocso, Profezia della vita integralmente contemplativa, in «Forma Sororum» 2/2017, marzo-aprile, pp. 90-107.

 

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«Più rapido d’un’anguilla» (Dice il monaco, XLIII)

Prima di riportare le parole dell’abate Sereno, nella settima delle Conferenze spirituali del Primo libro, Giovanni Cassiano fa una lunga confessione sull’apparentemente insormontabile difficoltà che incontra a mantenere la mente (il cuore, lo spirito, l’anima) tesa verso la contemplazione delle cose divine. È una pagina molto bella di amarezza e sconforto («A che giova aver appreso quel che è di sommo valore, se poi, pur essendo conosciuto, non può essere raggiunto?») che da un lato restituisce la profonda stanchezza della situazione attraverso una tortuosità al limite della sgrammaticatura, dall’altro brilla per finezza psicologica nella descrizione di una condizione assai nota anche mille e seicento anni dopo – indipendentemente dall’«obiettivo».

Dice infatti Giovanni Cassiano, intorno al 425:

E se poi il nostro spirito, svagatosi nei vari singoli momenti per futili divagazioni, viene ricondotto di nuovo al timore di Dio e alla contemplazione spirituale, prima ancora di essere trattenuto in essa, nuovamente si dilegua più che velocemente, e allora noi, come risvegliatici, accorgendoci che esso s’era distolto dal fine propostoci, e proprio mentre noi cerchiamo di ricondurlo a quella contemplazione, da cui s’era allontanato, pur con l’intento di trattenervelo con un tenacissimo impegno del cuore e quasi fissandovelo con certi legami, esso, pur continuando noi nel nostro tentativo, più rapido d’un’anguilla si sottrae dai recessi della nostra anima. Ed ecco che noi, pressoché sfiniti a causa di questa quotidiana ossessione, persuasi per di più che da quella lotta non deriva al nostro cuore alcun profitto di stabilità, affranti dalla sfiducia, siamo indotti a credere che non per nostra colpa, ma per un vizio derivante dalla stessa natura umana, tali divagazioni dell’anima sono congenite alla stessa personalità dell’uomo.

Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci (I-X), a cura di L. Dattrino, Città Nuova 2000, p. 273.

 

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