Archivi del mese: dicembre 2016

«Con figure di uccelli» (Mario Sensi e il suo zoom)

MulieresInEcclesiaCi ho messo un po’, circa un anno, con varie interruzioni, ma alla fine li ho letti, i due tomi che raccolgono i saggi di Mario Sensi dedicati alle varie esperienze religiose femminili a metà strada tra vita monastica e stato laicale nell’Italia dei secoli XII-XV1. Il lavoro di una vita, paziente e determinato, cui si deve guardare con riconoscente rispetto, sapendo di potervi sempre trovare una mappa per orientarsi in uno dei fenomeni della storia della Chiesa e della storia monastica medioevale di maggior fascino e complessità.

E proprio l’immagine della mappa mi è tornata in mente più volte durante la lettura, in particolare nella sua incarnazione più recente, cioè Google Maps, completa della sua stupefacente funzione di zoom. I saggi di Mario Sensi, in virtù dell’imponente lavoro di ricerca archivistica che li sostiene, consentono di fare la stessa cosa: staccarsi dal disegno generale e scendere fino a toccare l’unità minima della sostanza storiografica, il singolo fatto, la singola persona. Il luogo di questa emozionante discesa è rappresentato di solito dalle note a pie’ di pagina e dalle appendici: eccone tre esempi tra i molti che mi hanno colpito.

1. Nella nota 23 al saggio S. Bernardino da Siena e la b. Angelina da Monte Giove: due versioni della Frauenfrage (1995) lo studioso cita un atto del 26 dicembre 1469 (presso l’Archivio di Stato di Viterbo), in base al quale le monache del monastero di Santa Agnese di Viterbo cedono a un tale Niccolò di Antonio un piccolo orto: «unum orticellum ipsius monasterii in contrata S. Salvatori… in perpetuum ratione gratitudinis». L’atto è corredato dall’elenco di tutte le monache che sono presenti alla data nel monastero, e che così ci vengono incontro, da Viterbo, Foligno, Todi, Rieti, Camerino, ecc.: Rosata di Ludovico de Brugnis (la ministra), Letitia de Fulgineo, Iohanna de Tuderto, Angela de Capralica, Lucia de Reate, Magdalena de Urbe, Chiara de Urbe, Catherina de Capralica… Baptista de Viterbio, Sabetta de Viterbio, Sancta de Civita Castellana… Crestina de Fulgineo, Bernardina de Camereno… Agnes de Ronciglione… Beatrix de Farneto… Felix de Urbevetere, Rita de Reate, Seraphina de Urbevetere, Orifica de Tuderto, Menica de Viterbio… Eccole qua.

2. Nell’Appendice XXVI al saggio I monasteri e bizzoccaggi dell’osservanza francescana nel secolo XV a Foligno (2005) Mario Sensi trascrive il testamento fatto da suor Dionigia Trapassi, monaca dell’Annunziata, il 26 giugno 1477. Dal quale si evince che la terziaria francescana possedeva due telai, che lascia al monastero, insieme a «tre modelli per tessere tovaglie con figure di uccelli [tria brevia sive exempla apta ad tessendum tobalias uccellatas». Non buttateli, possono essere utili.

3. In appendice al saggio Un regolamento di vita per il monastero di S. Chiara di Pesaro (sec. XV) (2002) lo studioso trascrive da un codice lateranense detto Regolamento, cioè la Memoria per lo regimento del monastero di S. Chiara in Pesaro, con le successive Osservazioni di fra Pietro da Napoli. È lo stesso Sensi a dire che «questo codicetto non è un testo importante, costituisce tuttavia un piccolo spiraglio attraverso cui si può ripercorrere il movemento “de observantia” che attraversò l’Italia centrale, un fenomeno rilevante non solo dal punto di vista religioso, ma anche sociale e culturale, di cui furono artefici le puellae licteratae, figlie del ceto dirigente cittadino». Come sempre, al di là degli schemi consueti, le proibizioni specifiche fanno pensare a specifici comportamenti diffusi al punto da dover essere ricordati per iscritto: «Nessuna ardisca di chiamare tanto forte e alto con la voce [che] possi esser udita fuori del monasterio»; «Che ciascheduna dica sua colpa de’ vasi che rompe per sua negligenza»; «Che le suore non s’impiccino de matrimonii senza licenza del confessore». Evidentemente il farsi sentire al di sopra delle mura di cinta doveva essere un problema serio, perché il «regolamento» si chiude proprio ribadendo questo punto: «Che nessuna suora gridi con impeto et ira in tal forma che possi esser udita fuori del monasterio; e quella che contrafarà per farsi udire fuori del monasterio, l’abbadessa li faccia dare prima una disciplina per mano di doi suore e poi stia in prigione per quindici dì e mangi pane et acqua».

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  1. Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

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Monachesimo 2.0 (Dice il monaco; XLII)

Dice Alessandro Barban, priore generale della Congregazione camaldolese, nel 2014:

Per il monachesimo contemporaneo è importante parlare il linguaggio degli uomini di oggi, e conoscere ciò che sta avvenendo nella cultura e nella scienza. Non in modo dilettantesco, ma studiando seriamente. Nella tradizione monastica non c’è stata solo la specificità di un approfondimento di tipo spirituale, ma è stata sempre coltivata all’interno di una notevole ricerca culturale. Quando il monachesimo si è impoverito culturalmente, si è anche impoverito spiritualmente. Quando il monachesimo ha interpretato la fuga mundi in senso storico come separazione dal mondo, ha sempre rischiato l’irrilevanza, l’insignificanza e l’evasione. Quando invece la ricerca culturale è stata forte, se n’è arricchito anche lo spirito. Pertanto, siamo chiamati in questo tempo di svolta a non rimanere fermi sugli allori gloriosi del passato, ma a intraprendere un incontro e una conoscenza più diretta con la rete, con le università e il laboratori di ricerca.

Alessandro Barban e Gianni Di Santo, Il vento soffia dove vuole. Confessioni di un monaco, Rubbettino 2014, p. 73.

 

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Germano manicurista

vitadigermanoIl momento che preferisco, durante la lettura delle agiografie, è quando mi pare di notare una deviazione, anche minima, dalle forme prevalenti del genere, una piccola aggiunta, magari personale dell’autore, ai moduli canonici. È probabile che la mia impressione sia il semplice prodotto di conoscenza limitata della materia, ma devo dire che ciò non toglie l’interesse per quei momenti in cui sembra appunto che l’autore, più o meno noto, si materializzi all’improvviso e mi faccia notare un particolare o condivida una sua impressione.

Mi è accaduto, ancora, di recente con la Vita di Germano di Auxerre di Costanzo di Lione1, una breve2 agiografia databile intorno al 470-75. Biografia episcopale3 che possiamo definire già tipica, l’opera di Costanzo «intende far emergere», ricorda il bravo e compianto curatore, «la vita di un alter Christus: le guarigioni, gli esorcismi, il dominio sugli elementi naturali richiamano alla mente eventi biblici soprattutto neotestamentari che fanno di Germano un riflesso e un’imitazione di Cristo». All’interno di questa griglia non mancano di certo le informazioni e i racconti interessanti, prima tra tutti la notizia circa l’elezione di Germano alla dignità vescovile, che avviene per acclamazione («I chierici tutti, l’intera nobiltà, la plebe delle città e delle campagne convennero in una decisione unitaria») e che comporta in rapida successione l’ordinazione sacerdotale, la rinuncia ai beni e la separazione dalla moglie («la sposa è mutata da coniuge in sorella»). E andrebbero ricordati anche il bellissimo paragrafo 13, dedicato a una tempestosa navigazione notturna, e il 20 sul furto di un cavallo… Ma veniamo alle «deviazioni».

La prima riguarda un miracolo quantomeno singolare4. Durante un viaggio Germano è costretto a pernottare in campagna, presso la casa di una famiglia di contadini. Ciò nonostante non tralascia di recitare l’ufficio notturno, e proprio mentre vi è intento, all’alba, si accorge che inaspettatamente non si sente il canto di alcun gallo. Il vescovo indaga e «venne a sapere che già da molto tempo un triste silenzio rifiutava di accogliere il normale sorgere del sole» (è bella quella nota sul «triste silenzio», «tristis taciturnitas»). Supplicato da tutti di porvi rimedio, Germano benedice un po’ di frumento e lo dispose nel pollaio. Il risultato è garantito, sin troppo forse, poiché «gli uccelli che ne mangiarono assillarono fino alla noia [usque ad molestiam] le orecchie degli abitanti con la frequenza dei loro canti»: da quando è passata sua eminenza, quei benedetti galli non la smettono più…!

Nel secondo caso il miracolo è una classica guarigione, e la deviazione è alla fine. Durante un altro viaggio, mentre Germano, ormai noto a tutti per la sua fama di taumaturgo, fa tappa ad Autun, due genitori disperati portano al suo cospetto la figlia, che ha le dita della mano destra contratte e rivolte verso il palmo, al punto che le unghie hanno cominciato a penetrare nella carne, provocando piaghe dolorosissime. Germano, con santa delicatezza, benedice a una a una le dita e piano le distende, restituendo poi alla ragazza la mano sanata. È un gesto di grande dolcezza, se lo immaginiamo, e comunque lo vogliamo interpretare. Il racconto sarebbe potuto terminare qui, e invece no, poiché Germano aggiunge un altro «gesto di bontà: una volta rese diritte le dita, tagliò con le sue sante mani l’eccessiva lunghezza delle unghie secondo la forma usuale»5.

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  1. Costanzo di Lione, Vita di Germano di Auxerre, traduzione e note di E. Arborio Mella, Città Nuova 2015 (l’originale si può consultare qui).
  2. Non secondo il suo autore, che se ne scusa così: «A te, lettore, chiedo un duplice perdono: anzitutto perché ferisco le tue orecchie con solecismi e con la povertà dei termini; in secondo luogo perché uno scritto molto lungo ingenera normalmente fastidio» (§ 46).
  3. Biografia episcopale dedicata a due vescovi, che non posso non citare: Paziente di Lione e Censurio di Auxerre.
  4. L’episodio è raccontato al § 11.
  5. Il latino è molto bello, ed è anche molto interessante quel riferimento a una «forma usuale» in cui si tenevano le unghie: «Id insuper pietatis adiungit, ut sanctis manibus, directis iam digitis, excessum unguium ad formam communis consuetudinis resecaret» (§ 30).

 

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Come l’edera e le gramigne (Ildefonso Schuster e la Regola, pt. 2/2)

regula-monasteriorum(la prima parte è qui)

L’aspetto forse più interessante di questi appunti di Ildefonso Schuster1 è proprio la dovizia di riferimenti personali alla propria esperienza di abate: il cardinale rilegge l’amata Regola con la matita in mano, pronto ad annotare a margine le conferme e gli eventuali emendamenti che il mutare dell’epoca suggerisce2, e sempre animato dalla comprensione delle debolezze dei monaci e delle durezze della loro vita (su questo punto l’osservazione è semplice e precisa: «Per entrare in monastero si richiede indubbiamente un equilibrio di carattere ed una sana costituzione fisica. Senza di che, il cenobio si trasformerebbe in un sanatorio»3).

Quante volte lo Schuster usa l’espressione «quante volte», a riprova di una lunga esperienza accumulata: «Quante volte odonsi…», «Quante volte ho veduto…», e anche: «Quanti monasteri sono andati alla malora…» Nella maggior parte dei casi il suo sguardo è bonario, e allora si posa senza eccessivo rigore ad esempio sulle scuse dei dormiglioni, «ben note a chi ha pratica di comunità!»; o su qualche cedimento alimentare (peraltro non si dimentichi «quel proverbio popolare che ricordò piacevolmente una volta Pio X, ricevendo la comunità monastica di San Paolo e facendosi presentare il cuoco: buona cucina, buona disciplina!»); sui lettori «che non sanno farsi comprendere» e sui cantori «stonati»; su tutti quei piccoli difetti che sono degli esseri umani, e quindi sono anche dei monaci, e che anzi proprio nel monastero, come si diceva, non possono più essere nascosti.

Altrove prevale invece la fermezza, come nel caso di quei «monaci fantasiosi, continuamente preoccupati della propria salute», sui quali non si può mai contare per le necessità della vita comune; o dei «mormoratori», che «come l’edera e le gramigne aprono ed allargano le crepe entro i muri»; di quelli che si atteggiano a grandi riformatori e dei distratti; o degli incapaci arroganti: «Avverta bene l’abate, e non si lasci prendere la mano da qualcuno di quei caratteri prepotenti o presuntuosi, – ce ne sono dovunque [si noti questo inciso un po’ sconsolato] – che, pur di emergere, sacrificano la comunità ostinandosi in un ufficio pel quale non riescono punto utili».

Per certi versi, dunque, la comunità è un organismo vulnerabile e dinamico, soggetto a continue tensioni, e quindi bisognoso di un’attenzione costante da parte della sua guida. Ma è anche il frutto del costante impegno dei suoi componenti, che scegliendo l’obbedienza non cancellano la propria responsabilità e offrendosi al servizio non smarriscono la propria individualità. C’è qualcosa di ammirevole, anche da una prospettiva laica, in questo ideale continuamente rilanciato, soprattutto quando, come nel caso della testimonianza del cardinale, non ci si nasconde la sua irrealizzabilità, quando le parole, quelle di Benedetto e quelle dello Schuster, vengono scritte con tutta evidenza dopo l’osservazione della realtà, e non prima.

«I buoni monasteri», conclude allora il cardinale, «sono quelli, non già dove non si lamentano quotidiane miserie di carattere, d’ignoranza, di incomprensione reciproca; ma dove i monaci, allargando l’un l’altro le braccia nella carità di Cristo, scambievolmente si perdonano, scambievolmente si sopportano, scambievolmente si stimano e si amano.»

(2-fine)

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  1. San Benedetto Abb., La «Regula Monasteriorum», testo, introduzione, commento e note del card. A. Ildefonso Schuster, SEI 1942.
  2. Come accade sempre nella tradizione benedettina, si considerano anche gli aspetti più concreti: «Ben inteso che oggi il superiore dovrà tenere conto dei tempi mutati, ed allo stilo sostituire opportunamente una buona penna stilografica, o una macchina da scrivere; al temperino, un bravo rasoio Gillet [sic], o addirittura quello elettrico Roselet [sic], che va diventando ormai comune», p. 234.
  3. In monastero si entra per servire, «perciò chi non se la sente di servire, o chi per costituzione fisica, o morale, più che di servire Dio ed il cenobio, ha bisogno egli stesso di essere servito, vada pure per la sua strada», p. 385.

 

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Catacombe nei cieli (Reperti, 32: Léon Bloy, «Il disperato»)

bloy-il-disperatoPoco dopo aver seppellito il padre, il protagonista del Disperato – primo romanzo di Léon Bloy, pubblicato senza esiti di rilievo nel 18871 –, si presenta stremato alla porta della Grande Certosa («Si dice la Grande Certosa come si dice Carlo Magno») in cerca di pace e carità. Al monaco che lo accoglie così si rivolge: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi. Vi porto la mia anima da risuolare e lustrare. Vi prego di tollerare queste espressioni da calzolaio». La risposta del padre portinaio, sorridente, è di pari livello: «Signore, se siete infelice, siete il più caro dei nostri amici; les montagnes della Grande Certosa hanno orecchi, e i soccorsi che vi potranno dare non vi verranno meno. Quanto alla vostra calzatura spirituale, noi lavoriamo talvolta su cose vecchie e forse potremo soddisfarvi».

La seconda parte del corrusco romanzo2 dello scrittore cattolico francese è dedicata al soggiorno di Caino Marchenoir, il «disperato» in questione, presso la Certosa, episodio in cui si rispecchia, come peraltro in tutto il resto della vicenda narrata, una materia strettamente autobiografica: a conclusione del complicato rapporto con Anne-Marie Roulé, prostituta parigina da lui convertita a un cristianesimo acceso e visionario, Bloy aveva tentato infatti di essere accolto alla Trappa e poi tra i certosini, senza successo. Questa parentesi monastica rappresenta, sia nella storia del personaggio Marchenoir («Questo stilita intellettuale»), sia nel romanzo stesso, una parentesi di pace. Non vi mancano del tutto le esplosioni da artiglieria pesante che caratterizzano il resto del libro, e che meriterebbero un discorso a parte, ma sono in qualche modo attenuate al cospetto del silenzio certosino.

Lo stile, tuttavia, resta per così dire altisonante e ispirato, a cominciare dalla serie di definizioni che Bloy allinea descrivendo la Certosa e i suoi abitanti: «Alpestre alveare dei più sublimi operai della preghiera», «Metropoli della vita contemplativa», «Città della volontaria rinunzia e della vera gioia, oggi conosciuta da chiunque legge e pensa nel mondo», «Catacomba nei cieli» e infine «La grande scuola degli imitatori della solitudine di Dio» – espressione, quest’ultima, assai singolare, che Bloy deriva da un suo altrettanto singolare aforisma: «Dio è il grande solitario che non parla se non ai solitari».

Tra i diversi riti e liturgie della Certosa, due in particolare colpiscono Marchenoir: il funerale di un confratello e l’ufficio notturno. E se il primo, nella sua commossa semplicità, gli rammenta per contrasto le esequie pubbliche del politico Léon Gambetta («Marchenoir si ricordava di trecentomila teste di bestiame umano che accompagnavano alla dimora sotterranea il Serse putrescente della maggioranza, [… e] paragonò quella menzogna di funerale al seppellimento veridico del certosino sconosciuto»), nel secondo, cui assiste dalla «tribuna dei forestieri», riconosce il cuore della Certosa: «Visitare la Grande Certosa da cima a fondo è una cosa semplicissima… ma non si conosce il fiore del suo mistero, se non s’è assistito all’ufficio notturno. La è il vero profumo che trasfigura quel rigoroso ritiro… e quando lo si è visto, confessiamo che non sapevamo nulla della vita monastica».

Lasciato libero di fare «tutto quello che non era incompatibile con la regola del Monastero (finanche il permesso di fumare in camera; una concessione questa quasi senza esempio)», Marchenoir si aggira per la Certosa cercando di sedare le proprie intemperanze, pensando al libro che vuole scrivere e traendo insperata chiarezza interiore dai colloqui con p. Atanasio. Il monaco più che altro ascolta, e smantella infine le reiterate velleità del protagonista di vestire l’abito bianco con un discorso la cui conclusione merita una citazione estesa, tanto è concreta: «È una romantica sciocchezza, da cui dovete liberarvi, mio caro poeta, il credere che il disgusto della vita sia un segno della vocazione religiosa. Adesso voi siete qui nient’altro che un nostro ospite, andate e venite come vi piace, sognate sulla montagna e nella nostra bella foresta di verdi abeti, malgrado i cinquanta centimetri di neve che vi sembrano accrescere l’incanto; ma, credetemi, l’apparizione della nostra Regola vi riempirebbe di terrore».

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  1. Léon Bloy, Le Désespéré (1887), trad. ital. di G. Auletta: Il disperato, Edizioni Paoline 1957 (n° 13 della collana «Juventus», curata da V. Gambi).
  2. «Il romanzo autobiografico che presentiamo», si legge nella presentazione firmata dal traduttore, «ma è un vero romanzo come lo si intende oggi? – è tutto un corruscare di violenze verbali (che Bloy diceva prodotte dall’indignazione per amore), di espressioni iperboliche, di immagini talvolta barocche e lambiccate, di un certo fanatismo mistico, che potrebbe sconcertare più di un lettore abituato a ben altro linguaggio e a ben altri accomodamenti con la vita.»

 

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