Archivi del mese: agosto 2016

Silenzio, deserto, notte

SoloDinanziBenché siano passati alcuni anni dalla sua pubblicazione la conversazione tra Luigi Accattoli e l’allora priore della Certosa di Serra San Bruno, Jacques Dupont1, mantiene intatto il suo interesse. Non si tratta solo di questo, in realtà; l’incontro ha prodotto un testo che non bisogna esitare a definire molto bello, nel quale spicca soprattutto, direi, lo sforzo del priore per superare la leggendaria «riservatezza» certosina e dire qualcosa sulla scelta di vita e sulla spiritualità di questo esiguo gruppo di individui. «Esiguo», per essere esatti, significa poco meno di 450, tra monaci e monache2.

La bellezza è il risultato, soprattutto, di una serie piuttosto ampia di immagini con le quali il priore risponde alle intelligenti sollecitazioni dell’intevistatore, cercando inoltre di dare una forma comunicabile alle proprie esperienze. Le immagini sono belle, e contemporaneamente ingannevoli, proprio perché belle, cioè cariche di una promessa di spiegazione che non può essere mantenuta in un contesto dialogico; forse in poesia, ma non qui. D’altra parte sin dall’inizio si avverte la difficoltà del priore a rispondere con qualcosa che non sia allusione, accenno, immagine appunto: «I certosini sono allo stesso tempo fuori del mondo e legati strettamente al mondo. Non hanno niente da dire di proprio al mondo, non sono modelli di vita per gli altri, ma sono segno» (corsivo mio).

Vediamo alcune di queste immagini, a partire da quella del mozzo: «Il monaco può essere paragonato al mozzo che […] si arrampicava sulla cima dell’albero maestro per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere profilarsi una riva sconosciuta». Il mozzo non è al timone, non deve soffrire di vertigine, è una vedetta che deve gridare «Terra!» quando gli altri ancora non possono vederla. È una vedetta che mantiene accesa la fede di questo futuro avvistamento. Il certosino, ancora, è l’uomo che si addentra nel deserto («a nome di tutti»), inseguendone il silenzio, condizione decisiva per l’ascolto più importante: «La pedagogia del deserto ci dovrebbe preparare a cogliere il “sussurro” della presenza di Dio. Esso resta un segno debole, ma noi infine siamo capaci di udirlo».

Ho già citato qualche giorno fa l’immagine della vita contemplativa come «presa di corrente», anche nascosta, nel grande edificio della Chiesa; aggiungo adesso quella assai singolare che il priore riprende dalla mistica e poetessa francese Madeleine Delbrêl (1904-1964): «Dio vuole danzare con me. Per essere un buon danzatore, occorre non sapere dove questo mi porti. Bisogna seguire, essere leggero, non rigido. Non si devono chiedere delle spiegazioni. Occorre essere come un prolungamento vivente dell’altro e ricevere la trasmissione del ritmo». E se «la vita è un ballo», poco oltre il priore dirà che la morte non è altro che un «cambio di patria» – niente di nuovo per lui che dalla Francia è venuto in Italia, cambiando pure nome.

Se talvolta la preghiera notturna diventa faticosa, «non potrò cogliere tutto», ammette il priore, «ma ecco che mi metto nella barca della Chiesa, nel fiume della sua preghiera che scorre e che mi trascina con la sua corrente. L’importante è rimanere nella barca, non scendere, e lasciare che il fiume scorra, da qualche parte mi porterà». Mentre a proposito della sempiterna dialettica tra ciò che è mutevole e ciò che è immutabile, il priore così parla della gioia: «La gioia che viene da fuori è come il sole che si alza alla mattina e tramonta la sera, come l’arcobaleno che appare e sparisce, come il caldo estivo che viene e che se ne va, come il fuoco che brucia e si spegne. Invece la gioia che viene da dentro non può finire: è come un ruscello tranquillo, sempre lo stesso, sempre presente, come la roccia, come il cielo e la terra che non passano». E ancora: «Il ministero del monaco si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto, notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione».

Mozzi, sussurri, danze, prese di corrente, arcobaleni, barche, ruscelli, falde… Subisco inevitabilmente il fascino di queste immagini e, come dicevo, le temo perché non sono la realtà (non lo sono mai). Va anche detto che per quanto sia ricco di tante immagini come queste, Solo dinanzi all’Unico è un libro che merita più di una lettura e sarebbe ingiusto ridurlo a una raccolta di metafore che dovrebbero «dare un’idea» del monachesimo certosino. Forse siamo noi a volerla avere, questa idea, e non tanto loro a volerla dare. In fondo, alla domanda diretta di Luigi Accattoli: «Lei pensa che il mondo d’oggi possa capirvi?», il priore risponde preciso: «Penso che in qualche misura una possibilità di comprensione tra i monaci e la restante umanità vi sia in ogni epoca storica, perché non vi sono epoche dimenticate da Dio. Ma non è questa la nostra prima preoccupazione». E, più ancora che in quel la nostra prima preoccupazione, è in quella restante umanità che mi pare risuonare la drammatica singolarità dei certosini.

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  1. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno, Rubbettino 2011. Il nome del priore, con scelta molto «certosina», non compare in copertina e nemmeno sul frontespizio, ma soltanto nelle note biografiche e nelle prime pagine. Dal 2014 dom Dupont ha lasciato Serra San Bruno e si dedica interamente al ruolo di procuratore generale dell’Ordine.
  2. «Oggi nel mondo vi sono 19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache). Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna. Le case dei monaci si trovano in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina», www.chartreux.org.

 

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La presa di corrente (Dice il monaco, XL)

Dice dom Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno dal 1993 al 2014, e procuratore generale dell’Ordine dal 1999:

In questo grande edificio che è la Chiesa, la vita contemplativa ha il compito – o il posto – di una presa di corrente. Intendo proprio il dispositivo sistemato nel basso della parete dove infiliamo la spina, munita di una corda che la collega a una lampada. È essa – la presa – che assicura il contatto permanente con la fonte di luce, di calore e di forza, la Fonte eterna. [«Non è un ruolo esagerato, eccessivo?»] No, anzi è un ruolo umile e nascosto. Il contemplativo permette alla corrente di passare, ma egli a volte neanche vede la luce. Proprio come la presa, può trovarsi in una zona buia, dietro a un mobile o a una tenda. Non aspira a vedere o ad essere visto. Rimane nella pura fede. Veglia mentre è notte.

Da Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, p. 30.

 

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Nella medesima notte: Paterno e Scubilione amici per sempre

Dopo quella di Eutizio e Fiorenzo, e quella di Romano e Lupicino, grazie al già citato articolo di Edoardo Ferrarini1 sono andato a leggere la storia di Paterno e Scubilione, un’altra storia di amicizia monastica nel contesto della letteratura agiografica altomedievale. La storia, bella e struggente, è narrata indirettamente da Venanzio Fortunato nella sua Vita di san Paterno, ed è accessibile nella ricca edizione curata da Paola Santorelli2. «Indirettamente» perché la Vita di san Paterno è in realtà un esempio di agiografia episcopale, nella quale però lo spazio dedicato alle imprese di Paterno come vescovo è assai minore di quello riservato alla sua vicenda precedente come monaco e abate, e appunto come amico del confratello Scubilione.

Il contesto storico e geografico è molto interessante: siamo nella prima metà del VI secolo (la nascita di Paterno, a Poitiers, è collocata intorno al 480) nella regione della Bassa Normandia, tra Coutances, Saint-Pair-sur-Mer (Pair è forma recente di Paterno), Avranches e il Mont-Saint-Michel. Ci sarebbero molte altre cose da annotare, ma seguiamo Paterno, che già da piccolo entra nel monastero di Saint Jouin de Marnes e in breve, per le evidenti doti, viene nominato cellario.

Si capisce che il ragazzo è destinato a grandi cose, ma a Saint Jouin c’è anche Scubilione, di qualche anno più anziano, e qui scatta qualcosa, perché al di là delle parole usate da Venanzio per raccontare i fatti, in sostanza i due decidono di scappare insieme verso nord, appunto verso la regione di Coutances: «Abbandonati i parenti per amore di Cristo, scelsero con convinzione di diventare pellegrini in Constantino pago condividendo lo stesso alloggio, portando solo il libro dei salmi».

Vanno a vivere in una caverna, ma la fama di santità nasce e si diffonde in fretta. La coppia si muove, cominciano i miracoli, assegnati sistematicamente a Paterno: è lui che concretizza, spesso su passaggio di Scubilione. Come in un caso che ci dice molto delle personalità dei due. Un giorno, pur essendogli rimasta soltanto una mezza pagnotta, Paterno non esita a darla in elemosina: «L’uomo di Dio desiderava dare quel pane in beneficenza piuttosto che riporlo nello stomaco [in ventrem recondere]»; Scubilione «mal sopportò ciò, per il fatto che non aveva trovato, dopo il lavoro, ciò che potesse ristorare la sua stanchezza». Non ti preoccupare, lo rimprovera Paterno, Cristo non dimentica i suoi, e infatti, «senza indugio», arriva un loro discepolo carico di cibarie. E poiché dopo mangiato bisogna anche bere, ecco che Paterno batte una roccia con un bastone e fa sgorgare una fonte.

Che fossero proprio scappati lo si evince anche dal fatto che il loro abate, Generoso, dopo tre anni si mette a cercarli. Quando li trova, a Scissy (l’attuale Saint-Pair-sur-Mer), si raccomanda a Paterno di non eccedere nelle durezze e nelle privazioni, ma gli concede di restare lì, mentre si porta via Scubilione. E qui è bello immaginare ciò che Venanzio ha deciso di non dirci, forse perché non lo sapeva, quando scrive di Generoso che permise a Scubilione «di ritornare dal fratello dopo un breve intervallo di tempo»: che cosa gli avrà fatto cambiare idea?

Il racconto di Venanzio si contrae. Molti anni passano in pochi capitoletti. Paterno diventa sacerdote, cresce in dignità ecclesiastica, altri miracoli, molti monasteri fondati, i due amici si devono separare. E qui Venanzio ci racconta l’unico episodio che può assomigliare a un litigio tra i due. Un giorno Paterno, che è ancora a Scissy, va da Scubilione, che si trova ad Avranches, e gli chiede se può portarsi via due colombe che lui stesso aveva allevato. Scubilione, già abbastanza triste per l’allontanamento dell’amico, gli risponde di no: «Possa io tenerle in cambio della tua presenza qui». Ah sì?, ribatte Paterno. «Rimangano presso colui che amano di più». Dopodiché se ne va e torna a Scissy, e il giorno seguente le due colombe si fanno quasi diciotto miglia (fere decem et octo milia3) per raggiungere Paterno…

Paterno è sempre più famoso, va persino a Parigi, chiamato dal re Childeberto. Infine, a settant’anni, intorno al 550, viene eletto per acclamazione vescovo di Avranches. Fa il suo dovere con grandezza e santità per tredici anni, fino a quando il lunedì di Pasqua, diciamo del 563, si ammala. Il primo pensiero è: Scubilione. L’amico si trova al momento al monastero del Mont-Saint-Michel e si è ammalato nel medesimo giorno. Paterno e Scubilione, allora, «si muovono l’uno alla volta dell’altro per vedersi prima di morire». Ma in quel periodo l’alta marea nella baia di Mont-Saint-Michel è eccezionale e i due cortei restano bloccati sulle rispettive rive. Così, «mentre i santi erano distanti tra loro circa tre miglia, nella medesima notte e con le stesse modalità [eadem nocte pariter], il beato Paterno e il suo santo fratello… lasciarono andare le pie anime dal mondo terreno verso Cristo in un felice viaggio».

I due cortei dirigono allora, l’uno all’insaputa dell’altro, a Scissy, dove arrivano nello stesso giorno e dove Paterno e Scubilione «insieme, nello stesso momento, furono sepolti l’uno con l’altro […] in modo tale che nemmeno l’evento della morte dividesse coloro che sempre una sola vita aveva unito»4.

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  1. Edoardo Ferrarini, «Gemelli cultores»: coppie agiografiche nella letteratura latina del VI secolo, in «Reti Medievali Rivista» XI (2010), 1 (gennaio-giugno).
  2. Venanzio Fortunato, Vite dei santi Paterno e Marcello, introduzione, traduzione e commento a cura di P. Santorelli, Paolo Loffredo i.e. 2015.
  3. In effetti, tra Saint-Pair-sur-Mer e Avranches ci sono circa 23 chilometri.
  4. I loro resti sono ancora lì, vicini.

 

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Il sociologo, il priore, il monsignore e lo studioso di esoterismo

Per una curiosa coincidenza quattro libri che ho letto di recente hanno prodotto, tra le altre cose, una specie di scambio di battute sulla questione della frammentazione dell’individuo nella tarda modernità (meglio specificare occidentale, e meglio specificare anche che uno di essi non fa riferimento a un determinato contesto storico). La risposta a questo fenomeno è, mi pare, uno degli assi intorno ai quali ruota l’identità del monachesimo contemporaneo, che spesso presenta se stesso come testimonianza di una concreta alternativa, in un preciso ambito di fede, s’intende. Lo riporto qui, questo scambio, perché sono convinto che una buona parte dell’attrazione che provo per le «cose monastiche» sia dovuta proprio a quell’immagine di unità della persona raccontata da monaci e monache di oggi.

Dice dunque il sociologo: «In una società competitiva con ritmi accelerati di mutamento sociale in tutte le sfere della vita, gli individui hanno sempre la sensazione di trovarsi su una “china scivolosa”: fare una lunga pausa significa diventare fuori moda, antiquati, anacronistici nell’esperienza e nella conoscenza […]. Stando così le cose, gli individui si sentono obbligati a tenersi al passo con la velocità di cambiamento di cui fanno esperienza nel loro mondo tecnologico e sociale per evitare di perdere opzioni e connessioni potenzialmente preziose e mantenere la propria competitività»1.

Ribatte il priore certosino: «Il monaco impara e addita – ma anzitutto ama – la semplicità della vita in un mondo troppo complicato. Il monaco, come fu detto un tempo di Bruno, “afferra l’Uno afferrato dall’Uno”, non volendo seguire “nulla di ciò che è molteplice e muta”. […] C’è un monaco in ogni cuore umano. Colui che desidera essere uno, unificato, integro, centrato, costui è un monaco»2.

Ribadisce il monsignore: «Noi percepiamo i protagonisti della vita monastica come persone pienamente umane, esigenti, che amano la vita, desiderose di pienezza e completezza […]. Sono soggetti che tendono a costruire attraverso la regola l’unità della loro persona, in un un mondo e in una cultura segnata dalla frammentazione»3.

Ricorda lo studioso di esoterismo, qui in effetti forse un po’ fuori posto: «Anzitutto l’uomo deve sapere di non essere uno, ma una moltitudine. Non possiede un Io unico, permanente e immutabile. L’uomo cambia continuamente. In un dato momento è una persona, il momento seguente un’altra, poco dopo una terza e così via, quasi senza fine»4.

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  1. Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda moderntà (2010), traduzione di E. Leonzio, Einaudi 2015, p. 31.
  2. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, pp. 20, 121.
  3. Dante Carolla, Introduzione a Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016, p. 6.
  4. Peter D. Ouspensky, L’evoluzione interiore dell’uomo. Introduzione alla psicologia di Gurdjeff (1950), Edizioni Mediterranee 2010, pp. 29-30.

 

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