Archivi del mese: giugno 2016

Sobbalzi (Dice il monaco, XXXIX)

Dice Ignazia Angelini, o.s.b., badessa del monastero di Viboldone:

Viviamo incalzati. O aspirazioni o la paura ci urgono con insistenza. O le attese altrui  o le proprie. O il peso di errori. Tradimenti. Viviamo indifesi dall’ansia di ciò che accade. Dalla preoccupazione che accada. Aggrediti e istintivamente aggressivi. Mentre la vita quotidiana scorre semplicemente, pur con tutti i sobbalzi dell’epoca; e chiede anzitutto di essere gustata. Gustata proprio così com’è: dal primo istante fino all’ora ultima, nel diuturno lavorio per riconoscerne e discernere i sapori. Per prendere bene ogni cosa.

Maria Ignazia Angelini, Prendere bene tutte le cose. L’ora della speranza cristiana, Vita & Pensiero 2011, p. 79. (Forse non sono del tutto d’accordo, ma i testi della badessa di Viboldone sono sempre interessanti.)

 

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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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Pluviometri, sismografi e meteoriti (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

MazzucotelliSono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»

Poi mi ricorderò di un altro cassinese, Andrea Bina (1724-1792), lettore di filosofia, ma soprattutto fisico e in particolare sismologo (suo il Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della terra di Gualdo di Nocera Umbra nell’Umbria seguito l’A. 1751). Alla sua memoria è stato intitolato l’Osservatorio Sismico «Andrea Bina», fondato dal monaco di Montecassino Bernardo Paoloni agli inizi degli anni Trenta, proprio nel monastero di S. Pietro in Perugia, e sul cui sito si legge: «Si può affermare con estrema tranquillità che la sismologia intesa come materia scientifica, dimostrabile attraverso osservazioni, dati e leggi fisiche e non con miti e leggende, nacque dalla preziosa penna di Padre Andrea Bina». Anche di lui mi ricorderò in particolar modo per un’invenzione, quella del sismografo a pendolo: una sfera di piombo appesa a un filo, con infilato uno stilo rivolto verso terra che scava solchi più o meno profondi nella sabbia contenuta in una cassetta di legno posta sotto di esso. Commentando il fatto che l’osservatorio sismologico sia tuttora attivo, Mazzucotelli scrive: «Credo che rappresenti l’unica realtà scientifica del nostro tempo realizzata in un monastero italiano, superstite testimonianza di una onorevole tradizione del passato».

AmbrogioSoldaniInfine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».

(2-fine)

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  1. Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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«Mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica» (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 1/2)

MazzucotelliHo dunque letto il meritorio lavoro di Mauro Mazzucotelli dedicato alla Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia1, in particolar modo di quello benedettino. Una cultura che per un bel tratto ha seguito lo sviluppo delle scienze in ambito laico, prima di crollare «bruscamente e per sempre» all’epoca delle leggi di soppressione delle congregazioni e degli ordini religiosi. Crollata per ragioni estrinseche, e quindi migrata altrove, senza tonaca: non mi è sembrato, infatti, scorrendo questa lunga galleria di nomi di cogliere una specificità monastica di avvicinamento alle scienze, il metodo essendo quello, indipendentemente dal saio o dal camice. Con ogni probabilità anche in virtù di una precisa scelta dell’autore, la stragrande maggioranza dei nomi che affollano le sue pagine corrispondono a individui che ritenevano importante e necessario osservare, cercare, registrare, catalogare, eventualmente sperimentare, e tramandare le conoscenze acquisite, al pari di pregare e cantare le lodi del Creatore: due «percorsi», se così li vogliamo chiamare, che in concreto nei monasteri non si ostacolavano a vicenda, anzi. «Il contrasto tra la scelta della vita dedicata a Dio e la passione per lo studio della scienza risulta superabile, come appare analizzando singole vicende e biografie della maggior parte dei monaci, in una stabile coerenza personale tra l’ascesi e lo studio, tra l’osservanza della Regola di San Benedetto e quella delle leggi che regolano il cammino della ricerca e della speculazione scientifica.» A suggello di questo contrasto superato, o forse mai nemmeno sentito, Mazzucotelli riporta una bella frase dell’abate napoletano Antonio Genovesi (tra l’altro, il primo titolare della prima cattedra di economia dell’università italiana), che così rispondeva al classico «giovane che voleva intraprendere la carriera ecclesiastica»: «Ella vuole essere un teologo: ma non il sarà mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica; poiché quelle le formeranno l’arte di ragionare e questa le farà conoscere il primo libro di Dio ch’è il mondo».

E non pare esserci neanche una specificità di interessi, a parte forse per quelle discipline più legate ad alcuni aspetti tradizionali del «sapere» monastico, come la botanica, con ricadute su medicina e farmacologia, e le scienze della natura «coltivata» e vissuta: idraulica, silvicoltura, agraria, meteorologia. «Il mondo vegetale arboreo, erbaceo o floricolo ha sempre avuto un legame abituale con la congregazione di Vallombrosa», ad esempio (e Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, è il patrono delle guardie forestali italiane), oppure la consuetudine di studi naturalistici dei camaldolesi. L’indice dei nomi raccoglie monaci scienziati per ogni branca, e sia di attitudine sperimentale e di ricerca, sia erudita: «È davvero impressionante – ad esempio – l’ampiezza del sapere di alcuni monaci del XVII secolo, come il fogliante Camillo Stella o il camaldolese Clemente Mattei o il cassinese Gerolamo Ruscelli», capaci di spaziare dalla matematica, all’astronomia, alle scienze del calendario, alla cartografia e alla meteorologia.

Il mio grande rammarico, non nuovo, è che tra non molto non ricorderò nulla di questa schiera, magari giusto con qualche eccezione. Mi accontento di sapere che questo fenomeno è esistito e ha avuto una dimensione non trascurabile; lo deposito sullo scaffale mentale che ospita quelle cose che a un paio di metri di distanza sono un’etichetta che riporta il loro nome, e poi, a mano a mano che ci si avvicina, si allargano e si inabissano tendendo a infinito; e sono grato all’autore del libro, cui potrò in caso tornare periodicamente – libro che, nelle intenzioni, va considerato come propedeutico a «un Dizionario bio-bibliografico dei monaci italiani che si sono occupati di scienza e hanno lasciato tracce scritte di questa loro cultura. È un lavoro che mi sta impegnando da tempo con, è il caso di dirlo, pazienza certosina e che spero possa vedere la luce in un futuro non troppo lontano».

(1-segue)

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  1. 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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Arcangelo Spina, monaco poeta (uno dei tanti) (Who’s Who, XII)

RimeSpiritualiPartito per la tangente durante la lettura di un articolo di «Benedictina», ho inseguito, per quanto reso possibile dalle risorse online, la figura del napoletano Arcangelo Spina, monaco camaldolese della congregazione di Monte Corona, «fiorito» agli inizi del XVII secolo.

Il p. Spina emerge dall’oblio per le sue qualità di poeta e rimatore. Lo cita il Croce nei suoi Teatri di Napoli, del 1891, riportando la definizione di «poeta insigne, come provano le sue rime stampate» e ricordando che il 4 marzo 1631 la sua commedia l’Incostante venne messa in scena in casa di Ciommo Albertino, principe di Cimitile, e replicata tempo dopo a casa del principe di Bisignano, con tale successo che «si dové “portarla a palazzo”, innanzi al duca di Alcalà».

Ma è soprattutto ricordato, appunto, per le «rime stampate», cioè per Le rime spirituali del P. F. Arcangelo Spina eremita camaldolese dedicate all’Illustriss. e R.mo signor cardinale Scipion Borghese, pubblicate a Napoli nel 1616, che «ben meritavano questo onore, essendo elleno d’ottimo carattere ed esenti dalla corruttela che già inondava in quell’età la Poesia»1. L’iniziativa editoriale si deve al vescovo di Vico Teatino Girolamo Sariano, che nella presentazione al cardinale fa un vago accenno a un vincolo di parentela che avrebbe col monaco poeta («lo legame del sangue che mi stringe all’autore») e al fatto che la composizione dei testi sarebbe piuttosto antica.

Nell’avvertenza al lettore, poi, lo stampatore (Gio. Domenico Roncagliolo) attribuisce al p. Spina il merito di aver portato nella lirica le «cose divine», «che più che altre le son proprie», ricorda che i brevi argomenti che precedono le composizioni non sono di mano dell’autore e che nessun ordine particolare è stato seguito nella disposizione dei testi, e conclude così: «E per compimento convien dirti che, leggendole, in esse guarderai non l’autore (il quale non ha inteso dipingervi se stesso), ma più tosto un’anima così descritta in universale, con quegli avvenimenti che sogliono agli amanti di Dio accadere; & in tal guisa ti potranno essere come uno specchio, in cui, se ben miri, scorgerai anche te medesimo. Sta sano».

Ho letto solo alcune poesie, mentre dei 236 sonetti, dei 109 madrigali e delle 14 canzoni che compongono il canzoniere del p. Spina, ho letto quasi tutti gli argomenti, perché sono un sottogenere letterario molto preciso e divertente e dal gustoso sapore romanzesco: Nuovi lumi nel conoscimento di se stesso (sonetto 54), Temeraria ingordigia di naviganti (sonetto 80), S. Mauro corre sopra il lago in aiuto di S. Placido (sonetto 101), S’interna in Dio (canzone 7), Alla mano, che diede la guanciata a Christo (sonetto 155), Mare del sommo bene (sonetto 194), Spina del signore miracolosa in Vinegia (madrigale 99), Si smarrisce nella contemplatione (sonetto 214), eccetera eccetera.

Ne ho lette poche, dicevo, di rime, ma una mi è rimasta impressa: è il sonetto 22, che reca come argomento l’assai familiare Quiete notturna da vani pensieri turbata:

Già steso ha l’ali brune, e l’hemisfero

Cinto l’Ombra maggior, ch’uscita è fuori

De’ chiusi lidi, e sparso ha di splendori

Stellanti il manto suo lucido e nero:

Hora opportuna al vago mio pensiero,

Che sciolto voli al ciel, che quivi adori

La prima luce, e fra’ celesti chori

Si spatij amando, e miri fiso il vero.

Deh qual silentio, e qual riposo, e pace

Spargon l’hore per tutto: hor taccia il mondo

Dentro il pensier, come di fuori ei tace.

Ma sento pur, che nasce dal profondo

Del cor schiera d’immagini fallace:

Che penso? come fuggo? ove m’ascondo?

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  1. G.M Crescimbeni, L’istoria della volgar poesia, Parma 1714.

 

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