Archivi del mese: maggio 2016

La «spectabele religiosa e veneranda dona madona» Anna Buzzacarini

Nel secondo fascicolo del 2015 di «Benedictina» Giannino Carraro e Donato Gallo hanno dato l’edizione di un elogio di una monaca padovana della fine del Trecento1. A un primo sguardo può sembrare una pubblicazione strettamente riservata agli storici specialisti della materia, ma non è così. Si tratta infatti di una rara occasione per accedere a un documento di primissima mano che «fotografa» l’attività pratica della badessa di un importante monastero cittadino del XIV secolo.

La monaca in questione è Anna Buzzacarini, figlia di una delle principali famiglie di Padova che seppe sempre mantenere forti legami con il potere, in particolare con la signoria dei Carraresi. Nasce nel 1322, probabilmente prima di tre sorelle, Fina, Imperatrice e Buonafemmina, e di un fratello, Arcuano; entra nel monastero di San Benedetto («fra i principalissimi della città») nel 1336 e nel 1355 ne diventa badessa, tramite elezione mediante compromesso2. Manterrà la carica fino alla morte, avvenuta nel 1397: 41 anni di governo, dei quali l’elogio, opera del cappellano delle monache, Giovanni da Modena, registra le instancabili iniziative messe in atto a difesa e a rafforzamento del monastero. Il manoscritto, conservato nell’Archivio di Stato di Padova, rappresenta inoltre un documento assai interessante del dialetto padovano antico e comincia così: «Quaderno scrito e conpilado da McIIJcLXXXXIJ perfin [el mille IIJcLXXXXVIJ] in questo sacratissimo e religioso logo de [meser Sam Benedecto] dei beneficii rendidi et acresementi facti per la spectabele religiosa e veneranda dona madona Anna Buçacharina per la disposiciom de Dio abbadesa dignisima de questo sacro logo» – un volgare molto espressivo che risulta comprensibile, a patto di non andare troppo spediti e di farsi aiutare ogni tanto dalla traduzione.

Le 74 rubriche, brevi capitoletti, in cui è suddiviso il testo sono raggruppate in cinque parti dedicate a) agli acquisti di ornamenti, paramenti, argenterie e libri, b) agli acquisti e ai lavori eseguiti su immobili interni al monastero o in città, c) alle proprietà fuori città, d) alle proprietà acquisite dalle monache, e) alle rendite e ai prestiti. E se il ricordo delle virtù spirituali della badessa è affidato quasi esclusivamente alla succinta aggettivazione che l’accompagna (venerabele, egregia e religiosa, vera catholica, prelibada, abbadessa frutuosa, fino al contenplativo e pacifico spirito che rende in punto di morte), l’attenzione è in larga misura concentrata sugli aspetti concreti della sua attività. Un’attività indefessa che non disdegna nulla: dalla richiesta a papa Gregorio XI dell’uso del pastorale, alla sostituzione della «chanpana grande ch’era rota»; dalla realizzazione del pulpito per l’ufficio notturno («el puçolo da chantare su le licion da nocte»), all’acquisto di un manso; dalla riparazione delle ruote del mulino, al reclamo del censo «de una botesela de vino ogne anno», e così via. Tutto scritto, con precisione di date e di cose, tutto ugualmente importante, tutto risultato delle doti diplomatiche, della tenacia, del talento organizzativo, delle conoscenze importanti della badessa, e talvolta di virtù misteriose, come nel caso di «Enrico Bestiola e i suoi compagni [che] non volevano più pagare cosa alcuna. E la predetta signora seppe trovare il modo perché accettassero tutti e tre… pagando inoltre l’arretrato».

Il lascito materiale di Anna viene ripetutamente sottolineato: «Ancora lassò la prenominada venerabele e religiosa dona madona Anna Buçacharina libero e francho sença usura e sença debito alguno el monestero de meser San Benedecto per ley bem recto e religiosamente conservado» – un monastero solido e rispettato, senza debiti e con molti crediti, provvisto di ogni bene materiale, con la dispensa e la cantina piene, ricco di case e terreni e pronto ad affrontare i momenti duri.

Nelle ultime dodici rubriche, infine, si scatena la passione per gli elenchi: cereali, vino e formaggi; mantelle scapolari e gonnelle; tovaglie, matasse e fazzoletti («XIIIJ façoli streti da naso»); ducati, lire e soldi; tappeti, coltri e cuscini («XJ cushineli da sedere»); padelle, mestoli e «doe gratachase» (grattugie)… non la smetterei più di trascrivere. Il posto d’onore lo lascerò alla singolarissima dotazione di «IJcLXVI peveraroli», cioè 266 pepiere.

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  1. Giannino Carraro e Donato Gallo, L’elogio trecentesco di Anna Buzzacarini, badessa di S. Benedetto Vecchio di Padova in età carrarese (1355-1397), in «Benedictina» 62, 2 (luglio-settembre 2015), pp. 259-334.
  2. L’elezione mediante compromesso (forma compromissi) prevedeva che le religiose rimettessero il proprio voto, a una a una e in segreto, a un canonico da loro nominato, che successivamente proclamava l’esito. Il fascicolo dell’elezione di Anna Buzzacarini si è conservato, presso l’archivio della Curia vescovile, e, tra le altre cose, riporta che la nuova badessa ottenne 22 preferenze su 24 monache votanti.

 

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Serafino Serrati, monaco scienziato (uno dei tanti) (Who’s Who, XI)

SerafinoSerrati

Serafino Serrati, o.s.b., Firenze, m. dopo il 1787. Monaco e fisico, gli fu intitolato anche un batterio, il Serratia marcescens.

Dopo esser stato per anni il triste possessore di un derelitto volume secondo, finalmente ho recuperato il primo volume di un’opera molto interessante e che io sappia pressoché unica: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia di Mauro Mazzucotelli. Mi sono subito disposto alla lettura e in breve, nel mezzo di un profluvio di «ma tu guarda» e «ma dai», mi sono imbattuto in questo incipit di capitolo: «Era ancora recente l’eco degli esperimenti aerostatici dei fratelli Montgolfier quando il 25 gennaio 1784 nella Badia fiorentina alcuni monaci cassinesi realizzarono con successo il volo di un pallone aerostatico che dal chiostro del monastero si levò nel cielo di Firenze per essere recuperato qualche ora dopo in un villaggio dell’Appennino emiliano»1. L’impresa, che seguiva di un paio di mesi il primo volo umano su quella che sarebbe stata chiamata la mongolfiera, avvenuto il 21 novembre 1783, era opera di tre benedettini: Bernardo De’ Rossi, Agostino Da Rabatta e Luigi De’ Rossi. L’avvenimento fece scalpore e fu riportato con ammirazione dalle cronache del tempo, ma non era certo un evento miracoloso, né un episodio isolato.

Alla Badia infatti si trovavano diversi monaci «i quali, impiegando il tempo e l’ore che gli sopravanzavano alle monastiche incombenze, si occupavano per piacere nelli studi piacevoli della Fisica». Tra di essi vi era Serafino Serrati, «diligentissimo Monaco Benedettino», cui «non potrà negarsi la gloria di essere stato il primo a immaginare la possibilità» di dare una direzione ai palloni aerostatici. Schivo e osservantissimo, di lui uno di quei grandi repertori biografici ottocenteschi dice che «passava la vita sempre immerso nei prediletti suoi studi», in cui si distinse, oltre che per le ricerche sui predetti palloni, anche per le idee sulla possibilità di applicare il vapore «ai legni per correre il mare». E racconta anche che un giorno, suonata la campanella che chiamava i monaci al coro, dom Serafino vi giunse «con tutto il suo grembiulino che tenea lavorando al suo fornello chimico». Non era infrequente peraltro che questi monaci studiosi assommassero conoscenze di più discipline, e che tali discipline insegnassero, fuori e dentro il loro monastero.

Nel 1787, a Firenze, furono pubblicate le sue nove Lettere di fisica sperimentale2, che presentano a un anonimo amico il frutto dei suoi studi e che spesso sono aperte da amene introduzioni, come la seguente: «Essendo un giorno in campagna, e presso d’una piccola vasca, osservai che per essere la giornata quietissima, l’acqua di questa vasca non si muoveva punto. Mi saltò in capo di vedere se vi era modo di movere con l’arte l’aria in guisa, che potesse questa guidare un legno senza che l’aria fosse commossa. O sentite di grazia quello che io mi immaginai…» (Lettera VIII). La più curiosa è forse proprio l’ultima, «che descrive un forno a riverbero, per l’uso di cuocere il pane», e che comincia così:

«Ritrovandomi un giorno a sentire i lamenti che faceva un fornaio per esser troppo lunga, faticosa e dispendiosa la cottura del pane, mi posi a pensare se vi potesse essere una maniera di formare un forno, il quale fosse atto a cuocere il pane, senza che nel medesimo si mettesse il fuoco e le fastella, e che con più prontezza e pulizia si arrivasse questo a riscaldare.» Detto fatto, con tanto di figura. E poiché di fisica sperimentale si tratta, «io ne ho fatta l’esperienza», conclude dom Serafino, «e m’è riuscita egregiamente».

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  1. Mauro Mazzucotelli, Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999, p. 98.
  2. Lettere di fisica sperimentale di D. Serafino Serrati, monaco cassinense della Badia di Firenze, Firenze 1787, per Gaetano Cambiagi Stamp. Grand. (lo si può consultare qui).

 

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I Benedettini non fanno mai locanda (il cardinale Ildefonso Schuster, o.s.b.)

SapientiaCordisNel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

 

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«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

Dice Paolo Giustiniani (1476-1528), camaldolese:

No, la vita del solitario non è, come credono taluni, inattiva e oziosa, bensì più di ogni altro genere di vita, attiva e laboriosa, a meno che non si pretenda che leggere, studiare, comporre, scrivere, esaminarsi, regolare gli affari della propria anima, riandare nella vita passata, ordinare diligentemente il presente, prevedere prudentemente l’avvenire, pentirsi della colpe passate, combattere le passioni e i desideri disordinati, armarsi contro le occasioni prossime di turbamento e di caduta prima che esse si presentino, pensare alla morte e mettersela davanti agli occhi affinché essa non ci colga all’improvviso, meditare le realtà umane e divine degne di tener occupato senza posa uno spirito elevato, e ciò non a caso e come in sogno, ma con ordine e applicazione; lodare frequentemente con la nostra voce giorno e notte il Dio creatore con salmi, cantici e inni; ringraziarlo di tutti i suoi benefici; con accenti ancor più vivi ed efficaci elevarsi grazie alla preghiera mentale verso la divina Maestà per quanto possibile a una umana creatura; uscire, per così dire, da questo mondo per conversare con gli spiriti beati, con i santi angeli e con il loro e il nostro divino Creatore, per quanto ci è dato di poterlo fare in questa vita mortale; contemplare in qualche maniera le ineffabili e inesprimibili perfezioni di Dio come in uno specchio e per analogia; eccitare ed esortare con la parola a una tale vita e a tali esercizi coloro che sono presenti, e con lo scritto coloro che sono assenti; domare l’orgoglio di questa vita e raffrenare i desideri della carne con vestiti poveri e grossolani, con un cibo vile e parco, con lunghe veglie, con occupazioni penose e umilianti; insegnare al proprio corpo a essere sottomesso e ubbidiente in tutto all’anima e alla ragione; a meno che non si pretenda, ripeto, che tutti questi esercizi del solitario, e tanti altri simili, siano inerzia, noia, sonnolenza.

È necessario ammettere che la vita solitaria, più di ogni altro stato, è attiva e laboriosa, non perché essa si occupi di opere esteriori e corporali o di affari di questo mondo, no, ma in esercizi più nobili e più fruttuosi, interiori e spirituali, più convenienti a quella parte di noi che è immortale.

Citato in Jean Leclercq, Il richiamo dell’eremo. La dottrina del beato Paolo Giustiniani (1953), prefazione di Th. Merton, presentazione di dom P. Fassera, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2005, pp. 74-5.

 

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