Archivi del mese: marzo 2016

«Diavolo, Mondo e Carne» (Voci, 3)

VitaBeataColombaOgni prode Cavaliero che debba, o per mantenimento del suo honore o per augumento de fama, o per acquistare con le armi gradi e dignità, overo per entrare dopo la vittoria trionfante in Campidoglio, avanti vada al cimento, forbisce le armi, assetta le armature, si metto in punto per combattere, considera qual arme debba usare & haver pronte per la propria diffesa, come per offender l’inimico, considera di vantaggio con prudenza le qualità, le forze, le armi, co’ quali pensa possa essere assalito, e si provede di un Prode e valoroso Patrino.

Ecco dunque hoggi la generosa Guerriera, che essendo comparsa nel Campo di questo Mondo, se li presenta avvanti non un nemico solo, ma tre, e questi potentissimi, che sono Diavolo, Mondo e Carne, e perché si veda quali e di che valore sieno questi nemici, sarà da me descritte le loro qualità insegnatemi però dal Santo Padre Augustino Ad Iulianum Comitem.

Il Diavolo dunque dice il Santo: Quid pravius? Quid malignius, quidve nostro Avversario nequius?, e seguita, il quale ha posto la guerra nel Cielo, fraude nel Paradiso, odio fra i primi fratelli & in tutte le nostre opere semina zizania, poiché nel mangiare vi ha posto la gola, nella generatione la lussuria, nella conversatione l’Invidia, nel governo l’Avaritia, nella corretione l’Ira, nel dominio la Superbia; & è quello che pone nel cuore cattivi pensieri, nella bocca false parole, nei membri operationi inique; nel vegliare ci muove a opere maligne, nel dormire a sporcissimi sogni; l’allegro lo muove alla simulatione, il malinconico alla disperatione, e conclude il Santo, sed brevius loquar omnia mala Mundi sunt sua pravitate commissa, questo è dunque il primo nemico con cui ha da combattere la nostra Beata.

Il secondo potente nemico è il Mondo, il quale descrivendolo Ugone Filioni [?] così dice: Vix est Mundus quamlibet levia tactu che chi tocca appesta. Il Mondo è un vischio che invischia chi troppo in lui si ferma, e li conduce mediante i peccati alla eterna Morte. Mondo è un laccio il quale piglia gl’huomini incauti e gl’involve ne’ piaceri, ne’ lussi, nell’avaritie, nell’ebrietà, nelle lussurie, finché poi li conduce nelle eterne tenebre, onde seguita il detto: Unde mihi vix possibile videtur, uti qui Mundi legibus vivit parvus ab inquinamentis Mundi & immaculatus hinc emigeret.

Il terzo nemico poi è potentissimo, che è l’istessa nostra carne, o come bene dice ne’ morali Gregorio il Santo, non gestamus laqueum nostrum nobiscum circumferimus inimicum, carnem nostram loquor, la quale è nata dal peccato, nel peccato nutrita, la sua origine piena di corruttela, ma molto più vitiata, nella prava & iniqua consuetudine, e quindi è che tam acriter avversus Spiritum concupiscit quod assidue murmurat, & impatiens est disciplinae, quod illicite suggerit, quod nec rationi obtemperat, nec nullo timore inhibetur.

Con questi tre potentissimi nemici, armata dal divino aiuto, entra in campo Colomba.

Vita della B. Colomba da Rieti. Fondatrice del nobilissimo Monastero delle Colombe di Perugia. Raccolta da più Vite stampate e manuscritte, e da Processi fabricati per la sua canonizzatione in Perugia, da Gioseppe Balestra da Loreto, in Perugia 1652. Nella Stampa Camerale, Appresso Sebastiano Zecchini. Libro primo, Capitolo III, «Infantia di Colomba», pp. 19-20 (che si può leggere qui; con un curiosissimo refuso nell’indice).

 

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Soluzione 7,6 per cento («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 1/3)

AbitareIlSilenzio«In tutti i miei soggiorni non sono riuscita a ritagliarmi dei tempi per me, né come persona né come studiosa. Sono stata inserita a tutti gli effetti dentro la quotidianità claustrale, sia nella liturgia di preghiera, sia nella gestione della casa, nei turni della cucina come in quelli delle pulizie… Ho dovuto imparare a stare dentro.» Quella di Abitare il silenzio di Francesca Sbardella1 è stata una delle letture più interessanti degli ultimi tempi. Per almeno quattro motivi.

Interessante perché illustra la complessità del rapporto tra un antropologo e il suo «campo» di ricerca, proprio quando la posizione del primo non può essere di mero osservatore; interessante per le reazioni personali della studiosa alla situazione, seppur riportate con parsimonia; interessante soprattutto in quanto «reportage» dall’interno della clausura concepito e realizzato in maniera unica; interessantissima per le parole delle monache, riportate con ampiezza (e anche con significativo rispetto date sia in originale francese che in traduzione).

Il libro si basa su tre esperienze lunghe di postulantato, della durata di un mese (tra 2006 e 2010), condotte dall’autrice in due monasteri francesi di Carmelitane scalze (da notare che non tutte le monache coinvolte conoscevano la vera identità della studiosa, ma pensavano che fosse una vera postulante), più una serie di soggiorni brevi e di colloqui a posteriori con le monache. Non soltanto un’osservazione, quindi, per quanto ravvicinata, bensì una partecipazione diretta per poter «seguire parte del percorso di apprendistato attraverso il quale una donna si avvicina all’ambito claustrale e, intervenendo su se stessa, costruisce il proprio essere monaca». Tale partecipazione ha permesso alla studiosa di concentrarsi in particolare sulla quotidianità, sulle abitudini, sui gesti e comportamenti che definiscono la comunità. La verifica successiva attraverso i colloqui ha evidenziato, tra l’altro, significative tensioni tra quanto viene vissuto e quanto viene detto a proposito di questo vissuto.

Da non trascurare infine l’inserto fotografico, opera di Franco Zecchin, realizzato in un breve pomeriggio autunnale alla fine della ricerca: sedici scatti quasi del tutto «disabitati», e tuttavia assai eloquenti. Li ho guardati spesso (come se custodissero un segreto) mentre seguivo uno dei temi principali del volume, tanto importante da aver conquistato il posto d’onore nel titolo: il silenzio.

Il silenzio è infatti la prima dimensione che colpisce la postulante. L’ambiente cui si accede non è soltanto silenzioso (già questo rappresenta comunque uno stacco molto forte con la comune esperienza di vita al di fuori del monastero), è plasmato dal silenzio; non solo in relazione alla parola, rara e regolata, ma anche al rumore prodotto dalle proprie attività: si deve imparare a fare le cose, o anche semplicemente a camminare, in silenzio – ed è tutt’altro che facile («Durante la mia esperienza facevo sempre rumore, disturbando la quiete consueta… si sentiva quando io aprivo e chiudevo le porte, quando andavo in bagno, quando salivo le scale…»). La studiosa traduce l’esperienza soggettiva in dati: «La giornata in clausura è di 16 ore e 45 minuti (dalle 5:45 alle 22:30) per un totale di 1.005 minuti. Nell’arco dell’intera giornata ci sono 75 minuti di possibilità di verbalizzazione sonora libera (divisi in due ricreazioni ripsettivamente di 30 e 45 minuti), cioè il 7,6 per cento del tempo vissuto da svegli». Il silenzio, nelle sue varie forme, è strettamente connesso con il cuore della vita carmelitana – il desiderio di entrare in contatto con la divinità2 – e al tempo stesso si trasforma da strumento in modo d’essere: «L’aspirazione mistica sembra realizzarsi primariamente su base sonora, attraverso la scelta di rappresentazioni uditive che implicano l’acquisizione di tecniche del tacere e della parola, del corpo e del sentimento, tutte orientate verso la “riduzione” della persona». Tutto il superfluo è eliminato, compresi gli automatismi e le abitudini che «fuori» lubrificano gli scambi e la comunicazione: ciao, grazie, scusa, per favore. In clausura la comunicazione passa anzitutto attraverso le sguardo, il viso e i gesti: un «sistema di senso accettato e riconosciuto dal gruppo, che richiede tempi di apprendimento estremamente dilatati».

Modo d’essere che individua la monaca di clausura, il silenzio tuttavia non è un valore in sé, «se è utilizzato male – sottolinea suor Jeanne – significa che non c’è niente, solo il vuoto. Bisogna che sia un silenzio orientato, abitato. Orientato verso il Signore e gli altri».

(1-segue)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.
  2. L’antropologa parla di «divinità», perché il suo sguardo si allarga ben al di fuori del singolo monastero, all’umanità e alle forme del sacro, ma per le monache «non si tratta di qualsiasi dio»: «Per noi si tratta di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo… Nel lavoro che ci aveva mostrato, l’ultima volta, il fatto che usasse il termine “divinità” ci disturbava un po’».

 

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