Archivi del mese: febbraio 2016

«Per quant’oro ha il Perù» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 2/2)

LettereFamiliariComplimento

(la prima parte è qui)

Viene da chiedersi perché Arcangela Tarabotti abbia incluso nel suo epistolario1, così pensato in funzione pubblica2, anche alcune lettere indirizzate all’amica Betta Polani. Sono una dozzina, tra le più brevi, e spesso danno notizie sulla salute mai buona della scrivente o esprimono richieste di perdono per il ritardo nella corrispondenza: a una di esse è affidata, simbolicamente direi, la conclusione del volume. Non contengono come molte altre informazioni sulle vicende delle opere di Tarabotti, né riferimenti alla vita sociale e culturale della Serenissima, non servono a mostrare la rete di conoscenze e rapporti dell’autrice: sono soltanto uno spiraglio di cuore che suor Arcangela ha voluto comunque lasciare aperto per chi l’avrebbe letta in futuro, «perché ‘l comunicar ai cari amici le passioni del cuore è un sollievo grande nell’anime de’ sconsolati».

Novizia nel monastero di Sant’Anna in Castello dal 1642, Betta Polani lo aveva lasciato nel 1647, prima dei voti solenni e recuperando la propria dote. Era stato uno zio a farla uscire, con ogni probabilità affinché si sposasse, ma il matrimonio non era arrivato, tanto che la stessa s. Arcangela aveva poi scritto al fratello di lei, Marin Polani, perorandone le qualità: «La sua incomparabile modestia e attività nel governo della casa la renderebbe abile a reggere un mondo».

Quando Betta se ne va, s. Arcangela confessa: «Sono rimasta un’ombra senza di voi», e in un’altra lettera aggiunge che «al suo absentarsi da me, ho sentito partirmi l’anima del seno, onde sono rimasta un corpo pieno d’infelicitadi». A lei, in un momento di particolare oppressione, affida il destino delle proprie carte: «A Voi, che sete stata assoluta padrona della più cara parte di me stessa, mando li miei scritti, che sono le più care cose ch’io abbia e che più mi rincresca di lasciare. Direi che fossero abbruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi». Alle insistenti richieste dell’amica, circa le sue condizioni, Tarabotti risponde con un’intimità di tono che non si riscontra altrove, scendendo nei dettagli anche minuti («I miei alimenti non sono altro che suco d’orzo e lattade di seme [cioè infuso di semi di lino nel latte]») e concedendosi anche qualche gioco di parole («A queste miserie s’aggiunge l’esser io in un dormitorio che sarebbe meglio chiamarlo moritorio perché dirimpetto nella cella vi è una monaca in extremis»).

Altre volte è s. Arcangela a preoccuparsi per i silenzi dell’amica («Non posso e non voglio più vivere senza intendere nuove di Vostra Signoria Illustrissima») e per la sua salute. In una lettera un po’ più lunga del solito la monaca dice che sta raccogliendo pareri su cosa possa giovare alla giovane amica e, «perché questo mondo è fornito di musici, medici, e matti, sento gran diversità d’opinioni»3; alla fine il consiglio è singolare: «GovernateVi senza tanti Galeni, e non andate in colera così facilmente, perché s’accende il sangue con gran danno della salute». Che bello sarebbe poter leggere l’epistolario completo, con le lettere di entrambe…

Le Lettere di Arcangela Tarabotti sono un documento complesso, un luogo letterario claustrofobico come il «carcere» dal quale venivano scritte, al suo interno quelle indirizzate all’amica, o a lei dedicate, anche se sempre attraversate da ansie e malinconie, rappresentano piccole isole in cui l’aria circola un po’ di più e si può respirare. E una volta anche sorridere: «Perché quant’oro ha il Perù e quante perle o giogie che possede la terra, non vagliono uno sterpo a paragone del purissimo oro del suo cuore e al candore della sua purità, che toglie il vanto alle perle orientali».

(2 – fine)

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  1. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005 («Il capolavoro di questa professionista della penna, che non ha rivali in campo femminile nel Seicento e forse neppure nel secolo successivo», Gabriella Zarri).
  2. «Le Lettere non possono essere ritenute altro da quello per cui la loro autrice le pensò: un’abile operazione letteraria in cui Tarabotti bada a costruire molto accuratamente il proprio personaggio», Francesca Medioli, Tarabotti fra omissioni e femminismo: il mistero della sua formazione, in Donne a Venezia. Spazi di libertà e forme di potere (sec. XVI-XVIII), 2008. Sempre di Medioli, molto interessante e ricco di informazioni il saggio Des liaisons dangereuses? Réseaux hérités, supposés et déguisés d’une nonne vénitienne au XVIIe siècle (2012), che si può leggere qui.
  3. «Chi loda la regola del vivere e chi i medicamenti; altri raccomandano una lucerta viva, e tutti unitamente dicono recipe un buon marito», lettera 240, p. 285.

 

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Ehilà, Achilla!

«Si recarono un giorno da abba Achilla, di mattino presto, abba Amoe e abba Vitimio, e lo trovarono intento a fare la corda.»

Posso dire di aver letto ormai alcune centinaia di incipit come questo – lo dico soltanto come fatto statistico, in relazione alle antologie di detti dei Padri del Deserto sui cui periodicamente ritorno1 – e ciò nonostante la luce di questi saggi e bizzarri signori brilla sempre di nuovo, ancora come la prima volta, ancora dopo secoli, anche per me che, in coda a una schiera di milioni di lettori di ogni tempo, non cerco parole di fede.

È la luce di quei nomi, strani ma non assurdi, che fanno sorridere: Achilla, Amoe, Vitimio. È la luce tipica di quel mattino presto, la luce della frescura mattutina dei luoghi che col passare delle ore si arroventeranno, come le stradine che portano alle spiagge estive. È la luce di Amoe e Vitimio che la sera prima si saranno detti: Domani potremmo andare da Achilla, ti va? – Giusto, è un po’ che non lo vediamo. Magari gli chiediamo un consiglioPerò presto, che poi fa un caldo del diavoloAggiudicato. È la luce di una formidabile presenza, cui sono sufficienti tre parole per saltare fuori da una pagina. Come non vedere infatti proprio lì, davanti a noi, che di buon mattino siamo giunti insieme ad Amoe e Vitimio, Achilla seduto per terra, che intreccia la sua corda: Ehilà, Achilla, come andiamo? Ehi! Benone! Che ci fate qui?Niente, ci chiedevamo se potevi dirci qualcosa di utile – Be’, guardate «da ieri sera fino ad ora ho intrecciato venti braccia di corda, e in realtà non ne ho bisogno».

Hanno ragione tutti quelli che hanno lodato l’inesausta freschezza delle storielle dei Padri, di questi vegliardi che, come ha detto ad esempio Emanuela Ghini, «ci propongono la loro parola pacata e vivacissima, a volte intrisa di ironia, sempre percorsa di gioia, di misericordia, ricca di una straordinaria conoscenza dell’io [corsivo mio]; un’esperienza non superata da quella di tanti maestri in scienze umane dei secoli successivi, ricercati come guide e punti di riferimento per neutralizzare l’angoscia esistenziale che insidia, a diversi livelli, la vita di tutti»2.

Forse qualche altro maestro lo si è potuto trovare lungo la strada, nondimeno i Padri sono sempre lì, fissati in un’immagine che non teme l’ingiuria del tempo, che pare addirittura fuori del tempo. Il mondo e gli esseri umani sono andati avanti, ma anche stamattina, se ci si pensa, in un angolo del deserto egiziano, Amoe e Vitimio sono andati a trovare Achilla.

Il quale Achilla ha poi spiegato ai suoi visitatori che aveva intrecciato tutta la notte per evitare che Dio lo trovasse ozioso e lo rimproverasse: «È per questo che fatico e faccio tutto ciò che mi è possibile». E Amoe e Vitimio, nella più pura tradizione desertica, «se ne andarono edificati».

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  1. In questi giorni è la volta di Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013 (l’apoftegma qui riportato si trova a p. 62).
  2. Emanuela Ghini, Vie di preghiera. Testi dei Padri del deserto, EDB 2013, p. 5.

 

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Scherni, soprusi e senape

Everghetinos 2

«Nessuno mente tanto come chi mi loda e mi dice beato», diceva abba Zosima. «E nessuno dice la verità come quelli che mi biasimano e mi disprezzano.»1 Il valore inestimabile delle offese subite è un tema ricorrente negli insegnamenti dei Padri del deserto2 ed è strettamente collegato all’imitazione di Cristo: Egli, figlio di Dio, soffrì offese, ingiurie, patimenti e violenze senza rispondere, e senza turbarsi; noi, mortali peccatori, dobbiamo almeno tentare di seguirlo. Perciò dobbiamo essere grati a chi ci offende, perché ci mette in condizione di porre in atto questo tentativo, cosa che da soli non potremmo fare: infatti, «non è di umili sentimenti chi si disprezza da se stesso, ma chi accetta con gioia insulti e disonore da parte del prossimo».

La lode, per contro, è un veleno. «Disse un anziano: “Chi loda un monaco, lo consegna a satana”.» Sia perché qualsiasi lode non tiene conto delle mancanze di chi viene lodato – che anche se non si vedono, ci sono –, sia perché la lode alimenta il fuoco maligno della vanagloria. Ben venga quindi persino la calunnia, l’accusa immotivata, il biasimo immeritato, il giudizio perverso – come ci ricorda abba Poemen: «Qualunque difficoltà ti capiti, la vittoria sta nel tacere».

E ben vengano addirittura i soprusi, le angherie, le percosse. I cenobi del monachesimo delle origini sono pieni di santi monaci che tutto sopportano e si fanno carico dei compiti più bassi, alla ricerca della perfetta e costante umiliazione: Pinufrio si occupa con gioia del letame, mentre Marcello cura gli asini e considera quel servizio alla stregua di una benedizione, tanto che «chiese di venire assicurato per iscritto che non lo avrebbero mai tolto da quel lavoro». La cosa curiosa è che a umiliare tali campioni della virtù, e talvolta anche a picchiarli, sono alcuni dei loro confratelli. Un abba, ad esempio, «veniva insultato e sbeffeggiato da tutti, spesso anche ingiustamente battuto, ma tutto sopportava generosamente, senza mai accusare nessuno di alcunché»; mentre Eufrosino, «quasi sempre tutto nero e sporco [perché lavorava in cucina], era esposto al riso e alle beffe dei fratelli più negligenti, che gli facevano continuamente piovere addosso rimbrotti, insulti e scherni».

Nel monastero di Tabennesi viveva Isidora, «santissima donna» che, «sempre scalza, mai insultò qualcuno, mai mormorò, né mai disse una sola parola, benché insultata, maltrattata, maledetta e detestata da molti». Tutte le sue quattrocento consorelle ne avevano addirittura «orrore». Tuttavia fu proprio lei, tra lo stupore della monache, che il grande Piterone, «uomo provato e virtuoso anacoreta», volle incontrare durante la sua visita al monastero, lei che, «essendo migliore di voi e di me, è un amma, cioè una madre spirituale, e io mi auguro di essere trovato degno di trovarmi con lei nel giorno del giudizio». Sconvolte, le monache di Tabennesi si inginocchiano e confessano i loro peccati nei confronti di Isidora, in un crescendo che strappa un sorriso. «Io deridevo il suo misero abito», dice la prima; «Io le ho più volte versato addosso l’acqua della sciacquatura di piatti», dice la seconda; «Io l’ho picchiata», ammette la terza; «Io l’ho presa a pugni», confessa la quarta.

E la quinta? «Io le ho più volte spalmato il naso con la senape.»

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  1. E Zosima prosegue: «Se ottenessero di vedere non dico tutti, ma una parte dei miei mali, si distoglierebbero da me come dal pantano o dal fetore, o come da uno spirito impuro. E se i corpi degli uomini diventassero altrettante lingue per insultarmi per le mie cattiverie, sono convinto che nessuno sarebbe in grado di parlare esattamente della mia ignominia».
  2. Ho tratto lo spunto per queste note da Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013; in particolare dall’Argomento 1 («Quanti hanno poca stima di se stessi sono in onore presso Dio. Tutti quelli che da sé si trattano come persone da poco, sono considerati da Dio degni di onore») e dall’Argomento 2 («Accettare il disprezzo genera umiltà, mentre l’onore produce superbia. Perciò quelli che hanno umile sentire gioiscono quando sono disprezzati e si rattristano se onorati»), pp. 7-57.

 

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«Cum cane unico». La stabilità di Gherardo Petrarca, monaco certosino

«Cenavo per caso presso quella santissima ed ottima persona che fu il vescovo di Padova Ildebrandino, […] quand’ecco che il caso portò da noi due priori del tuo ordine, uno italiano, l’altro francese.» Comincia così una lettera che Francesco Petrarca scrive al fratello Gherardo, probabilmente alla fine del 13521, per raccontargli del curioso incontro. Gherardo, minore di circa tre anni, aveva infatti pronunciati i voti presso la certosa provenzale di Montrieux (Mons Rivi) nel 1343: «con decisione improvvisa», si trova nei testi, dopo aver condiviso con il fratello poeta studi e spostamenti (compresa la famosa ascesa al Mont Ventoux2).

La conversazione si protrae a lungo e a un certo punto il vescovo comincia a interrogare i due monaci a proposito di Gherardo, «chiedendo loro quale vita conducessi, contento del tuo destino e della tua vocazione». I due priori si profondono in lodi di ogni tipo e infine raccontano quanto accaduto in occasione della grande pestilenza di qualche anno prima (la peste nera del 1348). Al primo manifestarsi del male il priore di Montrieux aveva esortato i trentacinque confratelli ad abbandonare la certosa e a mettersi in salvo, ma Gherardo si era opposto, e quando il priore aveva insistito, «tu gli rispondesti di nuovo, con più forza, che andasse pur egli dove credesse, ma che, quanto a te, saresti rimasto nel luogo affidatoti da Cristo». Il priore, che nel frattempo se n’era andato ed era morto poco dopo, non aveva del tutto torto: la peste si era abbattuta sul monastero, con estrema virulenza: uno dopo l’altro i certosini di Montrieux erano morti tutti.

Tutti tranne Gherardo, che, «solo nel monastero», aveva assistito all’agonia dei confratelli, «ricevendone le ultime parole e l’ultimo bacio»; ne aveva lavato i «gelidi corpi», li aveva preparati per le esequie e infine li aveva seppelliti, anche tre in un giorno, scavando da solo trentaquattro fosse e recitando l’ufficio dei defunti per ciascuno di essi; e alla fine, «solo in compagnia di un solo cane [solum te ad ultimum cum cane unico], sei rimasto a vegliare ogni notte dopo aver un pochino riposato durante il giorno».

«Trascorsa quella terribile estate», Gherardo era andato alla Grande Certosa e aveva chiesto nuovi confratelli e un nuovo priore per ripopolare Montrieux, cosa che i priori riuniti in capitolo gli avevano concesso, tributandogli insoliti onori: «Per la tua cura, la tua saggezza, la tua fede il monastero di Montrieux, un tempo venerando e poi reso deserto, era stato rifondato».

Alla fine del racconto il vescovo Ildebrandino è in lacrime e anche il Petrarca è visibilmente commosso. I due religiosi si volgono verso di lui e «ravvisando la mia somiglianza con te non so se per un monito di Dio o per un qualche intuito della mente, subito mi abbracciarono con pianto devoto e con gioia dicendo: “Te felice della pia devozione di tuo fratello!”» Viene in effetti da chiedersi come mai il Petrarca scriva al fratello per raccontargli nei particolari una vicenda che il fratello conosce bene, avendola vissuta, e forse la risposta non è così difficile. Ma ciò nonostante: che storia!

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  1. Le note alla lettera di Francesco Petrarca (Lettere familiari, XVI, 2, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 354-61) ricordano per l’incipit – Cenabam forte – il famoso attacco di Orazio, «Ibam forte Via Sacra»; un’eco distorta del quale in fondo è arrivata sino agli odierni «ero a colazione l’altro giorno con Giandomenico».
  2. «Quando dovetti pensare a un compagno di viaggio, nessuno dei miei amici, meravigliati pure, mi parve in tutto adatto: tanto rara, anche tra persone care, è una perfetta concordia di volontà e di indoli. […] Finalmente mi rivolgo agli aiuti di casa e mi confidai con l’unico fratello, di me più giovane… Nulla avrebbe potuto ascoltare con maggiore letizia, felice di potersi considerare, verso di me, fratello ed amico», Familiari, IV, 1.

 

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