Archivi del mese: gennaio 2016

«Tu ricordi, fratello» (Dice il monaco, XXXVII)

In realtà, dice il poeta fratello di un monaco. Scrive infatti Francesco Petrarca in una lettera del 25 settembre 1349 al fratello Gherardo, monaco della Certosa di Montrieux:

Se calcolo bene, nel servizio di Gesù Cristo e nella sua scuola, tu taci ormai da sette anni. È tempo ormai che cominci a parlare oppure, se il silenzio ti è dolce oltre ogni cosa, che mi risponda anche in silenzio. Tu ricordi, fratello, quale una volta era la nostra condizione e quanta faticosa dolcezza cosparsa di infinite amarezze tormentava il nostro animo. […] Tu ricordi quanto grande e quanto vano fosse in noi il desiderio di splendide vesti che ancora mi tiene, lo confesso, per quanto sempre meno ogni giorno; quel continuo affaccendarsi a vestirci e spogliarci, faticosamente ripetuto mattina e sera; quel timore che un capello potesse uscire di riga o che un lieve soffio di vento scomponesse la vanitosa acconciatura della chioma; quella cura che mettevamo nello schivare le bestie che ci venivano incontro o alle spalle perché la veste nitida e profumata non si macchiasse di uno schizzo di fango o, nell’urto, dovesse sgualcirsi. Stolte davvero preoccupazioni degli uomini, e dei giovinetti soprattutto!

Francesco Petrarca, Lettere familiari, X, 3, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 265 (come assaggio di una storia bellissima del fratello certosino del Petrarca di prossima relazione).

 

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«Le più sprezzabili cose del mondo» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 1/2)

LettereFamiliariComplimento«Era Monaca in Sant’Anna di Venezia1, ma il silenzio del Chiostro non ispense in lei il desiderio di fama, e l’amore al suo sesso.»2 In attesa di rileggere – sì, rileggere, perché non mi ricordo quasi più niente – il suo Inferno monacale, ho letto l’edizione moderna dell’epistolario di Arcangela Tarabotti3. «Moderna» perché fu lei stessa ad approntarne la prima edizione nel 1650, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 48 anni, 35 dei quali passati in un monastero nel quale era entrata (si chiamava allora Elena) per imposizione del padre: una figlia zoppa sarebbe stata difficile da maritare. Figura che viene automaticamente associata al fenomeno delle monacazioni forzate, suor Arcangela voleva soprattutto leggere, scrivere e partecipare a pieno diritto, ancorché donna, e donna religiosa, al dibattito culturale del suo tempo e della sua città, allo stesso livello dei signori letterati.

La pubblicazione del suo epistolario mirava proprio a legittimare questa volontà, rivendicando i giudizi positivi, ribattendo ai sarcasmi ricevuti sulle sue opere, non molte e dalla vita editoriale difficile, ed esibendo l’importanza dei suoi corrispondenti. Le Lettere familiari e di complimento, scrive Gabriella Zarri nella presentazione, «hanno come scopo primario quello di affermare la propria autorialità mettendola sotto la protezione di potenti patroni e di autorappresentarsi come scrittrice dispiegando allo stesso tempo una rete di relazioni non provinciali e non modeste».

Devo ammettere che ho fatto un po’ fatica a leggere questo italiano seicentesco appesantito e non sempre lineare («Spero nondimeno che la benignità di tanto signore non sii per isdegnare l’ammirazione e gli ossequi d’un cuore istupidito e riverente nelle considerazioni d’una maestà più che umana e di condizioni quasi divine, poich’anche lo stesso Dio gradisce quei ringraziamenti che provengono dalla purità d’un animo devoto», lettera 19) e ho finito per confondere il corteo delle Signorie Illustrissime, delle Vostre Eccellenze e Serenità che scorre da una lettera all’altra: Angelico Aprosio, Enrico Cornaro, Giovanni Dandolo, Angelo Emo, Francesco Erizzo, Giovan Francesco Loredano, Emilio Zanette e il cardinale Mazarino, tra gli altri.

Spiccano tuttavia, all’orecchio moderno, in mezzo a tante formule e giri di parole, le espressioni di quella sensibilità proto-femminista che sarà all’origine di molti studi e ricerche su questa monaca autodidatta e spesso afflitta da problemi di salute («fui assalita da una fierissima strettura di petto») e i lampi di una sicura autoconsapevolezza. «Arcangela Tarabotti», dice ad esempio di sé in terza persona, «non può essere una stella errante, ma più tosto una stella fissa, condannata nel cielo di un chiostro per sempre» (l. 50); e poi: «Per questo disprezzo gli uomini, che sono le più sprezzabili cose del mondo, e non alimento la lor ambizione con titoli od onori acciocché sappiano che, se ben si gloriano molti d’esser nobili, sono però anco loro tre once di terra, e benché involti nella porpora, finiranno come gli altri» (l. 185); e poi: «Se le donne sono croci che non s’adorano se non inorpellate, di ciò n’incolpi la maledetta avarizia degli uomeni che per poco dinaro anche venderon un Dio» (l. 68); e ancora: «Perché il quinto elemento di cui sono formata è la sincerità…»; e infine: «Sono fatta però a rovescio degli altri», e così via.

Spiccano inoltre le continue smentite di chi insinua che non siano veramente sue le opere che circolano a suo nome (da cui traspare talvolta una stanchezza che accora) e le repliche ai puri e semplici insulti. Così risponde, ad esempio, a chi la definì, due volte, «zoppa di corpo e di ingegno»: «Malagevole però e difficile mi riuscirà il fidarmi di Lei che con dilegi in faccia mia ha schernito quel diffetto col quale forse il mio genitore ha voluto contrasegnarmi per sua figliuola. Io ad ogni modo mi glorio d’esser zoppa perché così certo sarò delli invitati a quella gran cena che voi altri, dritti nel corpo ma zoppi nell’anima e stropiati nell’operazione, dal Padre di famiglia sete stati esclusi per sempre. A Dio» (l. 53).

Al di là della lettura non del tutto agevole, e anche del prevalente tono di querimonia, ampiamente giustificato, le sottolineature, come si vede, sono state frequenti, a riprova di una voce ostinata e appuntita che conquista lettera dopo lettera un’attenzione sempre più partecipe. Una voce che si concede qualche abbandono soltanto nelle lettere «di servizio» e in quelle, struggenti, all’amica prediletta.

(1-segue)

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  1. Il monastero di Sant’Anna in Castello, fondato nel 1242, fu dapprima abitato dai monaci agostiniani e passò poi, agli inizi del XIV secolo, «ad alcune divote femine, le quali, dirette da una Superiora, chiamata Maria Zotto, desideravano in luogo remoto servir a Dio professando la Regola di San Benedetto» (Flaminio Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia…, 1758, p. 107). A Sant’Anna presero il velo due figlie del Tintoretto, probabilmente Perina e Ottavia.
  2. Ginevra Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura dal secolo decimoquarto fino a’ giorni nostri, Venezia 1824, p. 162 (dove il cognome è erroneamente indicato come Trabotti).
  3. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005.

 

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«Ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 2/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

(la prima parte è qui)

Nei primi tra i testi raccolti in questo volume1 m. Piccardo torna più volte sul concetto di personalità, che può essere ripensato a partire dalla sua declinazione monastica, soprattutto in contrasto con quello che sarebbe il pericoloso processo di alienazione dell’individuo nelle cose: «L’uomo che possiede una personalità è l’uomo che si misura non con le cose che passano, ma con l’eterno». Se ciò può essere vero per l’uomo-monaco, suona ingeneroso nei confronti dell’uomo-non-monaco, che si dedica a ciò che è alla sua portata (in uno spettro amplissimo di attività con diverse gradazioni di egoismo e altruismo) senza passare necessariamente a un piano trascendente. Si ripresenta qui anche il concetto di «momento presente», molto scivoloso e da maneggiare con cautela (e la cui applicazione ormai va dalla saggistica di auto-aiuto alle divulgazioni buddiste), e tuttavia non estraneo alla vita monastica, tesa verso il trascendente e l’infinito e nondimeno lontana dall’abbandono all’indifferenza. È l’autrice stessa a farvi riferimento, quando evoca l’importanza dell’«inserzione costante dell’eterno nel momento presente». Il mero presente, senza la dimensione escatologica, produce isolamento e disperazione, anche perché «l’escatologia mondana ha fallito del tutto». Un’altra affermazione che mi pare un po’ ingenerosa, poiché accanto alla «capacità di autodistruzione» l’uomo moderno (o in generale) ha sviluppato una «capacità di costruzione» che dovrebbe sempre essere ricordata insieme alla prima, e sulla quale si può sorvolare soltanto a scopi polemici. (Devo anche dire che questa inserzione dell’eterno non è una semplice «aggiunta», ma ci tornerò quando avrò completato una lettura collegata all’argomento.)

Il richiamo all’infinito, in ogni caso, riscatterebbe il presente dall’inutile, rischiando tuttavia di svalutarlo in maniera drammatica. Si tratta peraltro di una preoccupazione propria della pratica monastica. Bisogna, dice infatti m. Piccardo, «essere consapevoli che una cosa sola è essenziale anche se il monaco fa con responsabilità tutto ciò che gli viene affidato», e ho sottolineato quell’«anche se» perché vi sento una tensione molto interessante: ciò che conta è al di là di queste cose che ci circondano, ma nel frattempo le teniamo in ordine, le accudiamo, facciamo le pulizie, sgrassiamo una pentola e stiriamo con cura (per non parlare di incarichi di servizio ben più seri); ciò che conta è al di là di questi individui che ci circondano, ma nel frattempo la comunità è il nostro orizzonte quotidiano – un atteggiamento del tutto condivisibile, anche da chi crede soltanto nel frattempo.

Consapevole di tale tensione, m. Piccardo ritiene che «il monachesimo deve potersi proporre come forza profetica della dimensione misterica dell’uomo, come spaccatura del limite terreno che sempre più ci soffoca, e non nella prospettiva escatologica, ma proprio nell’oggi storico». Adesso, quindi, il monachesimo ha qualcosa da dirci, per quello che c’è da fare ora. «Di fronte a un così manifesto decadimento della dimensione umana e del suo immortale contenuto», il monachesimo può proporsi come «discorso paradigmatico sull’uomo», al di là della clausura o delle regole, raccogliendo tutte le sfide – di convivenza, di speranza, di gioia – che secondo l’autrice sarebbero state perse dalla modernità, e soprattutto imparando di nuovo «a giungere al cuore della persona, là dove, varcate le soglie di ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo, si tocca quel centro dell’essere, quel punto focale di luce da cui emerge l’autentico spessore contemplativo del monaco».

Bene, mi fermo qui, anche perché credo che «ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» rappresenti già un compito immane – per il quale non basta un’esistenza non devastata dall’esigenza di sopravvivere e che non mi sentirei di sorpassare in nome di un «punto focale di luce», cioè la «scintilla di somiglianza divina», di ardua definizione e sostanzialmente oggetto di fede.

(2-fine)

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  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).

 

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«Là dove finisce la strada asfaltata» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 1/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

Non posso nascondere come talvolta sia difficile non cedere alla tentazione di ribattere a quello che sto leggendo. Ciò avviene non di rado davanti alle pagine più apertamente «antropologiche» o «sociologiche» di monaci e monache di oggi. È una tentazione che va vinta, limitandosi a osservare che la cautela verso le generalizzazioni dovrebbe essere in auge sia fuori che dentro i monasteri. Ci pensavo durante la lettura del volume di m. Cristiana Piccardo che raccoglie, in occasione del suo novantesimo compleanno, i principali testi che la monaca trappista ha dedicato alla vita comtemplativa1: coprono un arco di tempo di quasi quarant’anni, sono nati spesso a margine dei documenti del magistero ecclesiale riguardanti la vita monastica e, nonostante io li abbia crivellati di punti esclamativi e interrogativi, alla fine li ho letti tenendo a mente soprattutto una cosa: chi scrive sa di cosa parla, quindi anzitutto ascolta.

Ascolta anche quando m. Piccardo richiama l’attenzione sul «chiasso della piazza del nostro io», o su «questo io divoratore che crea una barriera intorno a noi», o ancora «sulla mobilità congestionata della vita moderna», o infine sull’essere vittime «della mania dell’informazione, della mania di verificare tutto col metro della propria personalità, non ancora sufficientemente matura. Questo voler verificare può essere positivo, purché però non diventi “contestazione” e ribellione aperta» (parole del 1969-70). La ascolto soprattutto quando esordisce così (parlando al sinodo dei Vescovi sulla vita consacrata del 1994): «Il mio è un contributo molto povero, come può essere il contributo di chi vive in una remota vallata della precordigliera venezuelana, là dove finisce la strada asfaltata e dove i mezzi di trasporto non proseguono oltre»2.

La vita contemplativa, secondo m. Piccardo, è ancora e soprattutto, «come da sempre», memoria e vigilia, e la sede principale dell’attuazione di questo binomio è la liturgia. Potenti, anche se non posso condividerle, le parole usate per descrivere cosa accade durante l’opus Dei: «Nelle ore liturgiche del giorno e della notte… la comunità monastica dà voce al grido millenario dell’uomo che, dal fondo della sua indigenza, incontra la coscienza del suo peccato, la consapevolezza della sua verità creaturale, l’invocazione alla misericordia che salva, la capacità di ammirazione e gratitudine per i benefici ricevuti».

Oltre alla liturgia vi sono tuttavia altri cinque fronti di esperienza sui quali il monachesimo può portare la sua testimonianza di una «umanità diversa», e qui emerge il tratto più attuale della riflessione di m. Piccardo. Anzitutto 1) il rigore della vita comunitaria: nel cenobio si vive insieme, altrimenti si muore, la comunione è continua e senza riserve. Poi 2) l’ascetismo, che non è più, ormai, «macerazione fisica», bensì sobrietà ed essenzialità e, sostanzialmente, autentico comunismo (la «vittoria sul proprio»). Quindi 3) la conversione, pratica continua basata sull’obbedienza e sull’umiliazione di sé; 4) il lavoro, che, «nell’esperienza benedettina-cistercense, ci accomuna profondamente ai poveri, ai campesiños delle nostre terre» e che, seppure talvolta in modo impercettibile, «è collaborazione al divenire del mondo e dell’umanità»; e infine 5) l’accoglienza, la messa a disposizione di un luogo, di uno spazio estraneo alla condotta del mondo.

Fin qui tutto bene; la tentazione di ribattere diventa un po’ più forte quando la riflessione si allarga, come dicevo, a spunti antropologici o sociologici.

(1-segue)

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  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).
  2. Dopo essere stata badessa dell’abbazia di Vitorchiano per 24 anni, alla fine degli anni Settanta Cristiana Piccardo è partita per il Venezuela, dove ha fondato e poi retto la «piccola trappa tocuyana» di Humocaro (fondazione ufficiale di Vitorchiano dal 1987).

 

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«Mortificar il corpo, ma non occiderlo» (Voci, 2)

Concludo la lunga serie dedicata a Chiara da Montefalco con le durezze cui la giovanissima Chiara si sottopone nel reclusorio retto dalla sorella Giovanna, come raccontate in un’agiografia assai più tarda rispetto ai fatti (avvenuti intorno al 1280).

VitaBeataChiara

Era solito la B. Chiara ritirarsi ogni notte, mentre l’altre riposavano, in qualche luogo remoto di detto Reclusorio, dove con un flagello di funi, che s’haveva accomodato, si disciplinava fino al sangue. Questo flagello, con il quale Chiara si disciplinava, fu trovato da Tomassa, una delle sue compagne, tutto insanguinato, di che stupita, e giudicando, come era veramente, che il flagello fusse di Chiara, andò dalla Rettrice, alla quale mostrando il detto flagello, la consigliò che volesse riprender Chiara, a ciò desistesse da penitenza tant’austera, esseguì Giovanna quanto le veniva consigliato da Tomassa; onde chiamata Chiara, le disse che cessasse dal disciplinarsi tanto severamente; dovendo ella mortificar il corpo, ma non occiderlo. Ricevè Chiara l’avertimento di Giovanna, e ne la ringratiò; ma perché credeva che fusse stato conseglio di amorosa sorella1, seguì tuttavia ogni notte la solita disciplina con le dette funicelle, ò con un fascio d’ortica, overo di rovispine, mentre havea sospetto di poter esser sentita, la quale disciplina finita, prendeva il mantello di qualche sua compagna con il quale si copriva, a fin che passando la Rettrice non la riconoscesse così facilmente.

Dovendo dare il debito riposo al suo corpo, non volse in questo Reclusorio concedersi altro letto, che la nuda terra, anzi parendogli soverchia delizia stendervelo, per lo più dormiva sedendo con il capo appoggiato al muro, overo ad un legno, che stava nella sua cella alzato, che havendo il traverso sembrava à Chiara il legno della santa Croce.

Il cibo era pane di orzo, e di segala, il quale spesse volte era da lei bagnato nell’acqua, e poi involto nella cenere : vino rare volte bevea : la minestra quando le veniva posta avanti, era da essa resa insipida con l’acqua; risoluta di non voler sentir gusto alcuno ne cibi.

Desiderosa la B. Chiara d’osservare la legge, che si havea proposta, di non gustar mai quel cibo del quale essa n’havesse havuto fantasia, era solito dire al suo corpo, mentre appetiva qualche cibo particolare, queste parole: «Misero corpo, che desideri? Quando mai meritasti tal cibo? Mentre con altro puoi sostentarti, contentati, che questo non l’haverai altrimente». Una volta, essendosi infermata, hebbe desiderio di gustare un poco di casciata, vivanda così chiamata in que’ tempi, hoggi calcione. Si trovava in questo punto dentro il Reclusorio Francesco suo Fratello, al quale in vece della casciata domandò un pezzo di pane duro muffito, volendo in questa guisa mortificare il desiderio della sua carne; ma volendo il Sign. consolare la sua serva, diede a questo pezzo di pane sapore di casciata, & insieme la fece tanto padrona del suo gusto, che d’indi in poi in tempo di sua vita, mai più hebbe desiderio di cibo particolare; in modo, che se tutti i cibi del mondo le fussero stati posti avanti, non haverebbe havuto più desiderio di uno, che dell’altro.

Vita della B. Chiara detta della Croce da Montefalco dell’Ordine di S. Agostino. Descritta dal Sig. Battista Piergilii da Bevagna, seconda edittione, in Foligno, appresso l’eredi d’Agostino Alterii, 1663. Parte prima, Capitolo V, «Delle penitenze che la B. Chiara cominciò e fece in detto Reclusorio», pp. 12-13 (che si può leggere qui).

 

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