Archivi del mese: novembre 2015

«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

L’ispirazione francescana di questo movimento penitenziale, o forse bisognerebbe dire più correttamente: la comune origine, è evidente. L’intenzione di questo «piccolo esercito», infatti, è quella di «seguire nudi il Cristo nudo»: vivere una vita di estrema povertà al servizio del Cristo-sposo e degli indigenti, abbracciando privazioni, penitenze e osservanze. «Il programma di vita ascetica, che vigeva nei “carceri” [individuali] e nei “bizzocaggi” [comunità] femminili, era il regime di vita imposto, per diritto canonico, ai peccatori pubblici riconciliati e volontariamente adottato dalle donne della penitenza». Si tratta dunque di digiuni e astinenze in determinate occasioni, della recita delle ore canoniche, della partecipazione quotidiana alla messa (nel caso non fosse prescritta la clausura), del rifiuto di atteggiamenti e usi «mondani». In certi casi a ciò si aggiungevano anche pratiche di penitenza, come l’uso del cilicio, e una generale quanto pericolosa attività di macerazione del corpo (Chiara da Montefalco, ricorda una fonte citata da mons. Sensi, «d’inverno, quando la temperatura era gelida nella sua contrizione puniva il suo corpo mettendo i piedi e parte delle gambe in un catino e stava così nel gelo finché aveva recitato cento volte il Padre nostro»).

È un paesaggio umano brulicante e confuso, e molto affascinante, in costante tensione con il potere ecclesiastico, che si adopererà in maniera sistematica per ricondurre queste esperienze, queste donne laiche che affermavano una propria volontà, nell’ambito delle forme monastiche definite, sia di antica che di recente approvazione. I Concili e i papi non si distrassero mai dagli sviluppi della questione: Gregorio IX, che aveva canonizzato Francesco, fece di tutto per «incanalare gran parte del movimento penitenziale dell’Italia centro-settentrionale, di inizio secolo XIII, nell’Ordine damianita» (le Clarisse); Bonifacio VIII da un lato si preoccupò dei possibili contatti tra queste donne e i vari movimenti spirituali, ordinando ai vescovi di indagare sui possibili errori dottrinali e di «denunciare tutti quegli eremiti che conducevano vita sospetta», dall’altro impose la clausura a tutti i monasteri di ordini approvati (ma «grazie a una serie di scappatoie giuridiche, il fenomeno beghinale/bizzocale continuò a sopravvivere»); Giovanni XXII colpì ripetutamente i rigoristi francescani e le loro varie ramificazioni.

Ma le forme vive assunte da questa «ispirazione» sono infinite e in perenne trasformazione, brulicanti, appunto, e poiché legate a situazioni e personaggi locali, spesso intangibili dal potere centrale, ma anche, in seguito, dal potere centrale non soltanto tollerate bensì addirittura riverite (come dimostrano le «mulieres religiosae reclusae in basilica S. Iohannis Lateranensis», le murate di San Giovanni in Laterano, o le incarcerate nella cappella di Sant’Andrea della basilica di San Pietro: «In eo loco sunt cubicola sanctimonalium quae, muris clausae, perpetuam Deo ibidem servitutem vovere»). E la storia è andata avanti, in un certo modo, fino ai giorni nostri.

Questi due volumi sembrano rappresentare anche in senso fisico la ricchezza e la varietà del fenomeno. Come dicevo, ho letto sinora il primo saggio e dal suo corposo apparato di note ho già ricavato un elenco di letture ulteriori: posso soltanto immaginare come sarà l’intera traversata. E per quanto possa sembrare ridicolo, devo dire che non vedo l’ora di leggere questa storia, «una storia fatta di tante piccole tessere con le quali, allo stato attuale della documentazione, è possibile solo abbozzare un minuscolo mosaico e tuttavia di rara bellezza».

(2-fine)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 1/2)

MulieresInEcclesia

Alla fine ho approfittato di un’offerta e mi sono impossessato dei due tomoni di cui si compone «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, ampia raccolta (oltre mille e trecento pagine) di saggi di Mario Sensi dedicati alle esperienze semi-religiose femminili, a metà strada tra vita monastica e stato laicale, nell’Italia principalmente dei secoli XII-XV – essendo la mole, per me, irresistibile promessa di apprendimento, di riempimento di lacune, di contestuale apertura di nuovi abissi.

Mai promessa del genere rischia di essere maggiormente mantenuta, ad apertura delle prime pagine del primo volume, per ispezionare l’indice. Ho anche appreso che purtroppo l’autore, nato ad Assisi nel 1936, è morto nel maggio di questo 2015. Nel ricordo che gli ha dedicato «L’Osservatore Romano», Lucetta Scaraffia scrive che mons. Sensi aveva «scelto come suo campo privilegiato di ricerca quello delle fonti notarili, uno dei più ostici e noiosi per qualsiasi ricercatore, ambito che richiede una dedizione infinita prima di dare dei frutti», e che con il suo lavoro nascosto e indefesso «ha rivoluzionato la storia della religiosità popolare, rivelando radici e storie di culti, santuari, pellegrinaggi, e ha ridato alle vicende delle donne laiche che si dedicavano alla vita religiosa – le beghine studiate e amate da Romana Guarnieri [grande studiosa cui i due tomi sono dedicati in memoriam] un posto nella storia di un’istituzione che le aveva cancellate».

Ed è questa la sensazione che ho provato scorrendo le pagine iniziali e leggendo il primo saggio (inedito), Le recluse nell’Italia di mezzo (secc. XIII-XV): una schiera numerosa di persone che esce dall’oscurità. La maggior parte sono anonime, ma non tutte, alcune sono famosissime, altre no: Chiara da Montefalco, Angela da Foligno, la stessa Chiara d’Assisi, Margherita da Cortona, Filippa Mareri, Sperandia di Cingoli, Colomba da Rieti, Sofia di Bartolomeo da Trevi, Illuminata di Pietro da Montefalco, Umile, Alofita e Masazuola (così forse si chiamava la compagna di Angela). Un esercito di «donne della penitenza» particolarmente diffuse nell’Italia centrale e note come incarcerate, recluse, cellane, bizzoche, pinzochere, sorores minores, devote, terziarie; sorelle delle beghine fiamminghe, delle papelarde francesi, delle umiliate lombarde e delle Coquenunnen tedesche. «Si tratta di un variegato mondo di persone consacrate, pur senza voti solenni», che conducono «una “vita regolare senza regola”, con legami più o meno stabili con l’istituzione; il che tuttavia ha permesso loro di ritagliarsi un proprio spazio nella Chiesa».

E non soltanto nella Chiesa, bensì anche nella società laica. Spesso risiedono in città, in case di proprietà della loro famiglia o in alloggi offerti da benefattori, o ancora in cappelle appositamente attrezzate nelle chiese, oppure occupano poveri edifici nelle immediate vicinanze (il «pomerio»), romitori, ruderi o persino grotte (ma gli eremiti rurali o dei boschi sono più sovente maschi), talvolta sono «custodi» di luoghi sacri e di pellegrinaggio; sono conosciute, all’inizio sono soprattutto di estrazione nobile o patrizia, alcuni vescovi le proteggono, altri le contrastano, i potenti le consultano, i cittadini contano su di loro per la preghiera e per l’espiazione vicaria dei peccati della comunità, ma in certi casi anche per attività di assistenza (specie nelle comunità contadine).

Non sono poche, «quasi certamente alcune migliaia»: un «piccolo esercito di donne» di cui le grandi mistiche rappresentano soltanto l’aspetto più noto e studiato.

(1-segue)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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«Donne religiose nascostesi per sempre» (Voci, 1)

Comincio con questo una nuova serie di post, le «Voci» – come sempre a scadenza variabile, in questo caso non troppo frequenti –, nei quali trascriverò brani più estesi tratti da opere dei secoli passati, di argomento monastico nel senso più ampio. Brani indicativi di una determinata situazione, oppure ornati nello stile, o semplicemente curiosi e quasi sempre del tutto dimenticati e sepolti.

E comincio con l’avvertenza «al lettore» che d. Paolo Botti (ca. 1620-1696) premette a una raccolta di prediche dedicata alle monache del «cospicuo Monistero di S. Giorgio di Padova», nella persona della rev.da Laura Felice Viale.

* * *

Al lettore

ParlareAlleGrate

Questo mio parlare non è colle grate dure di ferro, quali sono in tutte le parti del mondo quelle de Monisteri, e delle Chiese delle Reverende Monache; è parlare alle grate con persone dalla Divina gratia intenerite; anzi tutte tenerezza d’amor di Dio; e però non s’udiranno racconti di fatti d’armi, ne d’armati disfatti in terra, ed in mare; non di perdite di Provincie fatte da gl’infedeli, ne delle conquiste seguite de Regni cattolici, essendo cosa sconvenevole dice S. Girolamo, anzi più che sconcia, che Donne religiose nascostesi per sempre, & uscite dal mondo col corpo, colla lingua poi, e con l’orecchio curiosamente lo scorrano, profanando cò discorsi secolareschi lo stato sacro, che professano, e la mente riempiendo de successi terreni, da quali pura, e monda conservar la dovrebbono, e se fosse possibile, di tutti totalmente vota. Incongruum est latere corpore, & lingua per totum mundum vagari.

A queste grate non si parla delle pompe del secolo, salvo che per detestarle. Vesti non si nominano fatte all’usanza, se non per non usarle. De cibi dilicati non si discorre, che per astenersene in tutt’i tempi. Non si biasima il sonno, ed il riposo della notte, lodasi chi se ne priva, massime nell’ora del mattutino. Non si portano scherzi per sollevare più d’una dalle sue melanconie, s’esortano tutte, e con sode, e serie ragioni si persuadono à sopportare alle occorrenze ogni vero, e brutto scherno. Non si fà commemoratione de Congiunti, se non con fine d’istillar staccamenti. si parla del modo di mortificar le passioni, e d’avvivar le virtù poco meno, che morte. A negare s’insegna la propria volontà in primo luogo, secondando prontamente quella de Superiori. Si favella una, e più volte della stima inestimabile della gloria celeste, e del magnanimo disprezzo d’ogni oggetto terreno. Le parole ordinarie, che à queste grate si spendono, non solo odoran di sacro, come le lettere di Pammachio quae olent Profetas, Apostolos sapiunt, ma realmente sono tutte sacre, manifestando i castighi annuntiati da Profeti à mal viventi, e ridicendo il premio predicato da gli Aspostoli, e promesso da parte di Dio à virtuosi.

E qual confabulatione può darsi nella presente vita più degna, e più salubre di questa? Qual cibo, qual mele può ristorare, e riempir di dolcezza l’anime nostre al pari della parola di Dio, e della predicatione della sua santa legge? Neque vero, scrisse già il Pontefice S. Damaso, ullam puto digniorem confabulationem, quam de scripturis sermocinemur inter nos, qua vita nihil puto in hac vita iucundius; quo animae pabulo omnia mella superantur.

Questo è il contenuto del mio parlare alle grate, semplice, senza frase, e senza stile, morale bensì, e pien di frutto, e che al di dentro assai più penetra Omni gladio ancipiti.

Semplice è il mio parlare non pretendendo di lusingar l’orecchio d’alcuna in particolare, ma di giovare à tutte l’anime, prima alla mia, poi à quelle del mio prossimo. Questo è il fine del mio dire, e del mio scrivere: Quod et mihi, et tibi prodesse possit; e però non deo pensare à belle parole, ma à fatti buoni, e virtuosi da me pretesi sicuro di non poter ciò conseguire, se non con calde sì, ma umili esortationi d’affettuoso Padre, non con alte, e sollevate declamationi di facondo Oratore. Quod autem id erit nisi exhorter ad bonam mentem. Chi dunque è del numero di coloro intitolati dal medemo Filosofo Nugas quaerentium non miri la coperta, ne i cartoni di questo libro, ch’io son contento. Chi và dietro à Poeti, non à Profeti, non habbia mai davanti gli occhi questi miei fogli, perché senza fallo resterà defraudato. Chi appetisce moralità, e più d’un documento spirituale, rivolga queste carte, che troverà cibo bastevole à pascere il suo spirito, e ne renda poi gratie al Signore; con esso lui, ed à lui solo sempre vivendo.

Il parlare alle grate. Discorsi alle RR. monache morali, e spirituali sopra gli evangelii delle domeniche di tutto l’anno composti dal padre D. Paolo Botti cremonese chierico regolare teatino Venezia, 1688; che si può leggere qui.

 

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Uomini semplici e quadrati

PencoMonachesimo

Uno dei piaceri delle corpose raccolte di saggi, con la loro promessa da miniera inesauribile, è anche quello di lasciarsi attirare dalle deviazioni e raccogliere informazioni, spunti e citazioni un po’ come capita. Il volume di Gregorio Penco che sto leggendo, Il monachesimo fra spiritualità e cultura (cui ho già accennato), è un esempio perfetto, e questa è soltanto una parte del raccolto.

  • I monaci delle origini opponevano la rusticitas e la simplicitas alla urbanitas e alla venustas da cui fuggivano; il monaco, in quanto tale, era anche un uomo semplice, con chiaro riferimento a Giacobbe (la maggior parte delle traduzioni di Genesi, 25:27 lo restituisce «pacifico» o «tranquillo», sotto le sue tende, ma per la Vulgata è «vir simplex [qui] habitabat in tabernaculis»).
  • La Regola benedettina è, tra le altre cose, un manifesto di anti-dilettantismo. Ciò nondimeno è per tutti: «San Benedetto sa infatti che accanto ai capaces, intelligibiles, honestiores, fortes, sapientes, oboedientes, mites, patientes, utiles, ci sono pure i simpliciores, infirmi, delicati, pusillanimes, imbecilles, inutiles, contemnentes, duri corde, improbi, superbi, inoboedientes, iniuriosi».
  • Sul versante pedagogico, la Regola sancisce il principio che nessuno può essere esaminatore e giudice di se stesso; «ciò aiuta a salvaguardare un altro elemento importante della formazione spirituale quale è il rispetto dell’oggettività» (nella comunità io mi conoscerò).
  • La diffusione del testo di Benedetto in territori esterni alla «latinità» ha avuto anche ripercussioni letterarie, «perché presso molti popoli tale diffusione ha coinciso con gli inizi di una propria letteratura mediante le versioni interlineari della Regola».
  • Nomi da ricordare, testi da cercare e vite di santi per celiare: Conwoione, Rudesindo, Tillone e Wurdestino; la Regula solitariorum di Grimlaico, il De silentio ad quandam monialem di Gerardo di Liegi e l’In laude Larii laci di Paolo Diacono; la Vita S. Popponis (di Onulfo), la Vita S. Opportunae, la Vita S. Winnoci e i Miracula S. Bavonis.
  • Si può dire che dalle grange cistercensi si passi alle «chiese-fienile» del primo francescanesimo.
  • Intorno al 1125 Bernardo di Chiaravalle scrive all’inglese Enrico Murdac, per invitarlo ad abbracciare la vita religiosa: «Credi a chi ne ha esperienza: nelle selve troverai qualcosa di più che non nei libri. La legna e le pietre t’insegneranno ciò che non puoi ascoltare dai maestri» (Epist. CVI, 2). Una citazione che è stata spesso usata impropriamente.
  • Se si considera lo «spazio», si passa dalla «funzione oppositiva» (alla città) del deserto, alla «funzione sostitutiva» del cenobio, fino al carattere «decisamente alternativo» del monastero di clausura.
  • La pratica della stenochoreia, o del rifugio in una caverna.
  • Il quadrilatero del chiostro sarà immagine anche dell’homo quadratus che lo abita, tetragono in senso morale. «I Cisterciensi, in particolare, ameranno dire che il mistero di Cristo è un “mysterium quadratum”, in rapporto con l’edificazione della Gerusalemme celeste e con i quattro aspetti di Cristo stesso considerati dalla mistica cisterciense: Verbum in limo, Verbum sine voce, Verbum mediator, Verbum abbreviatum».
  • Fatti salvi i luoghi dedicati al lavoro, la concezione dello spazio che ispira la composizione degli ambienti monastici «suppone che tutta la comunità vi possa essere simultaneamente presente mediante la partecipazione ai medesimi atti comuni»: dobbiamo poter fare ogni cosa tutti insieme allo stesso tempo – pregare, discutere, mangiare, dormire.

Gregorio Penco, Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991.

 

 

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«Nulla di particolarmente vistoso» (il «Discorso breve sulla storia del monachesimo» di Gregorio Penco)

PencoMonachesimo«La storia del monachesimo è una storia lunga, complessa, multiforme, difficilmente dominabile da una sola persona, difficilmente esponibile in un’unica sintesi e proponibile in un’unica riflessione.» Così scrive il monaco benedettino e grande studioso Gregorio Penco in un testo assai curioso del 1982: Discorso breve sulla storia del monachesimo. Si legge in un fiat e poi risuona a lungo.

Sgorgato da un’unica fonte, la «ricerca di Dio» nell’isolamento, il monachesimo cristiano si è diffuso nei luoghi più disparati, ricevendo da essi impronte caratteristiche, ed è sempre rimasto legato in maniera stretta sia alla Chiesa, e dunque alle sue vicende, sia alla società e alle sue trasformazioni. La sua è diventata da subito una storia di «evoluzione e di decadenza, di rinascita e di riforma, di adattamento e continuità»; situazioni locali, esigenze di compromesso, affermarsi di nuovi bisogni, sviluppi tecnologici, movimenti sociali: ogni aspetto tradizionalmente preso in considerazione dalla ricerca storiografica ha contribuito a plasmare un’ampia varietà di «monachesimi», che tuttavia non hanno obliterato la matrice: «Ciò deve pur portare a riconoscere l’esistenza di un’unità nella varietà, di una condivisione di medesimi ideali nelle stesse separazioni e polemiche, del desiderio di autenticità in scelte apparentemente contrapposte, di una ricerca incessante del meglio nell’inevitabile processo di livellamento a cui la debolezza umana è così facilmente esposta».

La dialettica di decadenza e riforma (che è poi quella di strutture e contenuti ideali; «le riforme monastiche si sono succedute, specialmente a partire dal X secolo, in maniera abbondante e ininterrotta») mi ha sempre affascinato, poiché vi vedo appunto una forma di contraddizione molto umana associata all’inseguimento senza speranza della perfezione. I grandi riformatori, nella maggior parte dei casi, hanno lasciato traccia delle loro inquietudini, rendendo visibile tale contraddizione, mentre il grande silenzio di tutti gli altri religiosi induce a pensare che lontano dai tornanti delle personalità di spicco la via verso la «ricerca di Dio» sia più diretta. Vi accenna anche dom Penco, con una frase che mi ha colpito: «Della maggioranza dei monaci e delle monache del passato sappiamo soltanto – quand’anche riusciamo a coglierne la presenza – che sono esistiti e che hanno portato con sé il loro segreto».

Altro grande protagonista di questo discorso breve e del fenomeno che tratteggia è il tempo, un aspetto che riaccende senza interruzioni il mio interesse. Io, che in quanto individuo non ne ho, sono attratto da questa «alleanza intergenerazionale» di individui che mettono in comune la loro piccola porzione di tempo – tanti segmenti di una retta – per realizzare una vicenda potenzialmente eterna. Eterna come l’ente di cui cantano la lode. (Anche la ricerca scientifica, per certi versi, adotta una manovra del genere.) «È proprio la lunghezza di svolgimento e di durata della vita monastica», commenta dom Penco, «a insegnarci che tale vita procede per tempi lunghi, spesso non si segnala per nulla di particolarmente vistoso, in molti casi è caratterizzata da quella che è stata definita una “fedeltà senza prosperità”.»

Il passato del monachesimo, avverte l’autore, non va idealizzato, ma non va nemmeno proiettato sul nostro presente, «pretendendo di riprodurre in miniatura e in poco tempo i risultati di tanti sforzi e di tante iniziative», va accolto come insegnamento e guida. È interessante anche questa ambiguità, che spesso ho riscontrato nei monaci studiosi di monachesimo: rivolgono i loro strumenti storiografici su un organismo tuttora vivo, in una ricerca che non è soltanto esigenza di verità, di sapere «come sono andate le cose», ma anche bisogno di direzione, di intuire «come andranno le cose». È una potente e fruttuosa ambiguità, legata anch’essa al tempo, come sottolinea peraltro dom Penco, con una frase cui si perdonerà una punta di effettismo: «Ciò che si è sviluppato nel tempo esige tempo per essere assimilato e ciò che dovrà sfidare il tempo richiede tempo per essere costruito».

Gregorio Penco, Discorso breve sulla storia del monachesimo (1982), ripubblicato in Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991, pp. 7-15.

 

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