Archivi del mese: aprile 2015

«Una piccola chiave» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 2/4)

NienteSenzaVoce(la prima parte è qui)

La riflessione della badessa di Viboldone non esita a confrontarsi con le questioni più scomode, ma a un certo punto sembra voler passare dalla difesa all’attacco. E così è lei, per così dire, a sollecitare lo scontro con la cultura postmoderna, a spingere il monachesimo a esporsi come testimonianza di salvezza possibile per l’essere umano contemporaneo. Il revival monastico è «legato alla dissoluzione della città moderna? O monaco dice la semplicità della fede che sfida la minaccia di dissoluzione del mondo? Il frantumarsi del reale nella coscienza dell’uomo postmoderno è l’orizzonte vero?» Il monachesimo potrebbe essere, «forse», una «piccola chiave» per aprire la strada che si allontana dall’«enfasi dell’io, in tutte le sue forme» verso una «vera intelligenza spirituale della realtà», che senza essere vuotamente sentimentale sia comunque evangelica. Con richiamo diretto a uno dei cardini della vita monastica, la lectio divina, m. Angelini ricorda che il Vangelo è anche, se non soprattutto, un messaggio che si ascolta. L’ascolto (senza mai dimenticare l’incipit della Regola benedettina) è la disposizione all’accoglimento – del mondo, dell’altro, del Signore –, e «la cultura contemporanea è incapace di nutrire un ascolto totale come espressione del desiderio e della ricerca di cogliere il senso deposto in ogni cosa, ma al tempo stesso soffre di questa impotenza».

Bisogna rileggere: un ascolto totale come espressione del desiderio e della ricerca di cogliere il senso deposto in ogni cosa. Anzitutto, che cos’è esattamente la «cultura contemporanea»? Da chi è rappresentata? Chi soffre di questa «impotenza»? E da chi sarebbe stato «deposto» questo senso in ogni cosa?

C’è, ovviamente, una punta di retorica in queste domande, perché, sì, la mia infinitesimale, anzi irrilevante, anzi sostituibile risposta se il frantumarsi del reale nella coscienza sia vero, è: sì, è vero. Non soltanto vero, connaturato. Quando poi la badessa avanzava la possibilità di una estinzione del monachesimo, «che – pur antico – non ha avuto promessa di indefettibilità», a me veniva da sostituire ai monaci noi esseri umani che, pure antichi, non abbiamo avuto promesse circa la nostra durata. Lo so, è una bestemmia, alla quale ne aggiungo un’altra: forse è proprio dal concetto di salvezza che devo affrancarmi, poiché salvezza non è data, è solo sperata e creduta, ed è un concetto troppo ramificato. Forse è proprio da un definitivo smantellamento di qualsiasi prospettiva ulteriore (c’è stato un periodo in cui mi ero imposto di non usare più il verbo «sperare»), che posso ricavare un’effimera e inconsistente presenza. Per ascoltare, e vedere, quello che c’è.

Non è una versione supponente di «qui e ora» o «momenti presenti», è anzi, mi pare, un atteggiamento la cui ispirazione viene dalla stessa stabilitas cui rivolge il suo sguardo la badessa: «[Dobbiamo riappropriarci] della stabilitas loci da intendere in paradossale controtendenza rispetto allo spirito di nomadismo della cultura moderna… La stabilitas è una forma di concentrazione del profilo viceversa essenziale per il quale la libertà dell’uomo ha la forma della ripresa di un inizio già posto, donato per grazia. La stabilitas intende rimediare alla libido dell’avventura sorprendente».

Anche qui bisogna rileggere: la forma della ripresa di un inizio già posto, donato per grazia. Non arrivo a tanto, in fondo, e il punto è ancora il medesimo, non m’interessa arrivarci.

(2-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

 

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«Al limite anche morire» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 1/4)

NienteSenzaVoceHo preso così tante note sul volume Niente è senza voce di Maria Ignazia Angelini, badessa di Viboldone, che mi sono ingolfato. Gli appunti che deriveranno da questa lettura molto significativa saranno confusi e prolissi, mi spiace.

Credo, anzitutto, che si tratti di un testo fondamentale per avvicinare i molti aspetti della «vita monastica oggi», come recita il sottotitolo, o, più precisamente, per avvicinare la riflessione che la vita monastica compie oggi su se stessa. Mi pare che si possa dire infatti che esista un monachesimo contemporaneo silenzioso e bastante in un certo senso a se stesso (sulle proprietà di tale silenzio bisognerebbe indagare comunità per comunità), e ne esista un altro che riflette, si confronta con il proprio passato e con la cosiddetta realtà circostante, non foss’altro, come dice la stessa m. Angelini, per rispondere alle «sfide che le varie letture “laiche” del fatto monastico ci fanno rimbalzare addosso» (siamo a p. 12 di 276 e già quel «rimbalzare addosso» ci dice qualcosa della personalità della scrivente).

Forte di una preparazione filosofica da rocciatrice, la badessa risponde eccome, con una ruvidezza e un’irruenza che mi piacciono molto, che sollecitano il dialogo e invitano al «combattimento» dialettico. Talvolta i suoi assunti non sono del tutto condivisibili, in particolare quando attacca il postmoderno e i «fallimenti della ragione moderna» (concetto troppo generico e inutilizzabile), ma lo spessore dell’analisi è costantemente alto e non sono sempre riuscito a seguirla. I testi che compongono il volume sono per lo più occasionali e preparati per contesti monastici, ma nel loro insieme, per quanto involontario, compongono un quadro di riflessioni tematiche sulla Regola benedettina e su cosa voglia dire continuare ad abbracciarla oggi in spirito evangelico.

Cominciando dai versanti più accessibili, uno dei rischi maggiori intravisti dalla badessa è proprio quello di cedere all’immagine che il mondo ha messo insieme del monachesimo. Come se i laici stanchi e disorientati avessero individuato nei monasteri i luoghi dove trovare risposte e benessere, una comoda crasi tra studio dello psicoanalista e stabilimento termale (senza dimenticare la bellezza dei luoghi), e i monaci fossero disposti a esserlo, massaggiatori di anime e corpi, per convenienza (domanda/offerta) e per narcisismo («Il narcisismo, anche nella sua versione di gruppo, è un’antica infermità, un poco adolescenziale, anche dei monaci»). Alla religione verrebbe chiesta una nuova, si fa per dire, «ideologia del soggetto», dato il crollo di quelle correnti, «e al monachesimo di creare – come si sente dire – luoghi dello spirito, tradotto spesso con luoghi di vacanze alternative»: «Si tratta di un uso frivolo», tuona la badessa, «o – peggio ancora – di un abuso, a cui non dobbiamo prestarci, anche se venissimo blanditi a produrlo».

La tentazione dell’«aura monastica», che in questi appunti ho evocato spesso, può essere forte anche per i monaci, insomma, e le comunità devono resistervi a tutti i costi, anche a quello di scomparire, se l’alternativa è diventare «evangelicamente irrilevanti»: «In tale situazione critica che tutti ci investe, potremo al limite anche morire, non dico solo personalmente ma come monachesimo, che – pur antico – non ha avuto promessa di indefettibilità».

(1-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

 

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«Così com’è» (dalla «Lettera d’oro» di Guglielmo di Saint-Thierry)

LetteradoroGrazie alla nuova edizione curata da Cecilia Falchini per le Edizioni Qiqajon, sono andato a riguardare la Lettera d’oro di Guglielmo di Saint-Thierry. Di questo testo del 1144, rivolto ai certosini da un cisterciense ex benedettino, mi interessava soprattutto la parte dedicata alla specificità della vita solitaria e al suo simbolo, la cella (i capitoli 94-186). Un simbolo del quale, da «cultore di cose monastiche», subisco in pieno il fascino. Ah, la cella: al riparo dal tumulto, il silenzio, le letture, la finestrina e magari il giardinetto. In realtà quello che ho in mente è un confortevole monolocale arredato e corredato, con un biblioteca ben fornita e trattamento di mezza pensione.

Ben vengano quindi gli ammonimenti di Guglielmo, che già al suo tempo richiamava l’attenzione sulle storture, come ad esempio l’abitudine di edificare celle «con denaro altrui», dimenticando la «santa rusticità» dei padri e costruendo, «per mano di artisti rinomati, celle non eremitiche, ma aromatiche». Al di là delle battute, la cella è anzitutto «officina» di beni spirituali, e ancora «infermeria» per le malattie dell’anima, e non tempio della solitudine: «È veramente solo, infatti, colui con il quale Dio non è, è veramente recluso colui che non è libero in Dio. Solitudine e reclusione, difatti, sono nomi di miseria; la cella, invece, non deve essere mai reclusione forzata, ma dimora di pace; la porta chiusa, non nascondiglio, ma ritiro» (29).

La cella inoltre non è il luogo dove celare le proprie debolezze, al contrario: «Colui con il quale Dio è, infatti, non è mai meno solo di quando è solo». La cella è la palestra dove si possono correggere le proprie debolezze, è il luogo dove tutto è brutalmente svelato, dove l’assenza di testimoni umani si traduce nella suprema e implacabile (e benigna) Presenza. È un luogo la cui soglia bisogna stare molto attenti a varcare: «Colui che abita con se stesso, infatti, non ha con sé se non se stesso, e così com’è. L’uomo cattivo, dunque, non abita mai sicuro con se stesso, poiché abita con un uomo cattivo e nessuno gli è più molesto di se stesso» (145).

Senza dimenticare, infine, di non attaccarci troppo a questo piccolo angolo tutto per noi, perché «ci troviamo, infatti, in un accampamento, militiamo in un paese straniero», siamo solo di passaggio e quindi non dobbiamo costruire case, ma limitarci ad erigere tende che possano essere abbandonate al primo richiamo. Ecco, l’esatto contrario di quell’immagine falsata, probabilmente figlia di tanta letteratura romantica, di luogo privato, di fortino individuale, dove ripararsi e in fondo nascondersi. Nel mondo ci si può nascondere, ci si può dissolvere, si può scomparire; nella cella monastica no.

Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d’oro, nuova edizione a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2014.

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«Come se fosse la cosa più facile di tutte»: il discorso ascetico di Nilo di Ancira

È molto seccato Nilo di Ancira, abate vissuto tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e noto anche come Nilo l’Asceta, seccato perché ci sono individui che vanno in giro dichiarandosi monaci, discepoli della «vita filosofica», e invece non fanno altro che indossarne la maschera, continuando a seguire le proprie passioni e attirando in questo modo «il pubblico discredito su tutta la vita monastica». Come se bastassero «barba, mantello e bastone» per imitare gli apostoli e i padri delle origini, figuriamoci! Questi tizi ignorano che «essere filosofo [cioè monaco] significa soprattutto essere libero, più che altro fuggendo la schiavitù delle passioni». Bisogna esercitarsi senza posa nel combattimento delle passioni, avendo sempre ben chiaro che cosa ci aspetta dopo la morte: l’eterno supplizio o la gloria luminosa. Anche perché «osservare invero il più assoluto silenzio, nutrirsi di erbe, coprirsi il corpo con logori stracci e vivere rinchiusi in una botte passerebbe davvero ogni limite di insipienza se non si attendesse dopo la morte nessuna gratificazione». (Devo dire che mi piace questa franchezza che, nelle immagini aggiunte per maggior chiarezza, dimostra l’assidua frequentazione del dubbio da parte di Nilo: «Sarebbe infatti come eliminare dalla vita il premio per la virtù […], stare in un’arena che al di là dei sudori non porta altri frutti».)

Comunque la grandezza di un tempo è corrotta, e le città «pullulano di girovaghi alla ventura», proprio quei girovaghi aborriti da Benedetto, che sono regola a se stessi, che «assiepano come parassiti le porte dei ricchi o li precedono di corsa nelle piazze come fanno gli schiavi, allontanandone quelli che già stanno loro intorno e…» e che, somma iniquità, pretendono persino di avere dei discepoli, aggiungendo alla propria la responsabilità per l’altrui perdizione. I padri seppero mettere a tacere le pretese del corpo, seppero farsi simili alle Pontenze invisibili, «noi invece in stato di bisogno ci comportiamo come cagnolini che scodinzolano per fare festa a chi loro getti un osso spolpato», ci preoccupiamo dei terreni, dei confini, dei vestiti, dei cibi, degli oggetti, anche di quelli più volgari: ma vi rendete conto, giungiamo a fabbricare pitali d’argento!

È curioso, poi, se ci si pensa: a nessuno viene in mente di fare il chirurgo senza aver appreso l’arte medica, nessuno si sogna di costruire una casa senza conoscere le regole dell’edilizia, e così via, «solo quando si tratta di onorare Dio come egli merita, tutti non hanno timore di cimentarsi senza la guida di un maestro, come se fosse la cosa più facile di tutte».

Sì, mi piace questo Nilo, devoto e contemporaneo del Crisostomo, che, secondo il curatore, Calogero Riggi, spesso la tradizione ha sovrapposto o confuso con Nilo il Sinaita, l’autore delle Narrationes de caede monachorum in monte Sinai (che ancora mi mancano). Tutte le opere intestate ai vari Nili stanno nel tomo 79 della Patrologia Graeca del sommo Migne, quelle di sicura attribuzione a Nilo di Ancira, oltre a un corpus rispettabile di lettere, hanno titoli indicativi, come ad esempio (sempre in latino) il Tractatus de paupertate volontaria, il De octo spiritibus malitiae e appunto il Liber de monastica exercitatione, cioè il Discorso ascetico, nel quale si riversa tutta la seccatura di Nilo per la faccia tosta di chi si spaccia per monaco. Ma nel quale si trovano anche interessanti esempi di lettura allegorica della Bibbia e un gusto spiccato per l’immagine concreta, utile a comprendere bene il senso pratico dell’insegnamento.

La via della virtù è una lunga convalescenza, dice infatti Nilo, e occorre stare più che attenti alle ricadute, sempre in agguato anche dopo una vita intera di rinunce. Lungo questa via possiamo contare però su alcuni maestri. Il primo, infallibile, è Gesù, «che volle prima fare e poi insegnare»; poi le scritture, che opportunamente lette sono un tesoro inestimabile; e infine le testimonianze di chi ci ha preceduto.

Proprio a questo proposito, commentando l’attraversamento del Giordano da parte di Giosuè e del suo esercito (Giosuè 4, 1-11), Nilo fa un’osservazione che mi sembra molto bella: «Così egli [Giosuè] ci insegna come bisogna fare emergere alla luce i pensieri sommersi nel profondo della nostra vita istintiva, comporli sapientemente in un insieme come un monumento, e parteciparne agli altri, senza gelosia, la conoscenza, perché sappia come tragittare il fiume non solo chi si trovi a passare per caso, ma anche chiunque voglia compire la medesima traversata, così facilitata dall’esperienza altrui; perché insomma l’esperienza degli uni sia di insegnamento agli altri».

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983.

 

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K.O. alla seconda ripresa (Dice il monaco, XXX)

Dice Nilo di Ancira, abate, nei primi decenni del V secolo:

Se tanta scienza ed esperienza esige il combattimento contro le passioni, di quanta perfezione non debbono aver raggiunto il traguardo quanti si sono assunti il compito di guidare i sudditi per condurli saggiamente al raggiungimento del premio proprio della celeste vocazione! Per insegnare con saggezza, debbono sapere a quali sbandamenti vanno incontro e a tutto ciò che porta all’errore, sì da poter indicare gli antidoti che occorre usare per condurli alla vittoria, sì che essi non abbiano soltanto a tracciare dei segni per aria con le loro dita, ma abbiano anche a vibrare dei colpi ben dati nella lotta contro l’avversario. In un vero e proprio combattimento, ognuno di essi dovrà infatti non agitare invano le mani per aria, ma riuscire veramente ad eliminare l’avversario; perché questa lotta è più dura di quella degli agoni ginnici. Qui infatti si piegano fisicamente i corpi degli atleti, che possono facilmente raddrizzarsi; lì invece si abbattono le anime, che una volta prostrate difficilmente si rialzano.

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, 41, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983, p. 75.

 

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