Archivi del mese: gennaio 2015

Quella specie di centro vuoto (Dice il monaco, XXVIII)

Dice Timothy Radcliffe, domenicano, a un convegno di abati benedettini, nel settembre 2000:

Perché le persone sono attirate dai [vostri] monasteri? Vorrei condividere oggi con voi alcune idee che mi sono fatto a proposito. Potreste pensare che io sia completamente pazzo: è un domenicano, cosa può capire della vita benedettina? In tal caso, vi prego di perdonarmi. Vorrei sostenere che nei vostri monasteri Dio si rivela non per qualcosa che voi fate o dite, ma forse perché la vita monastica al suo centro ha uno spazio, un vuoto, nel quale Dio può mostrarsi. E voglio anche provare a dimostrare che la regola di san Benedetto crea proprio quella specie di centro vuoto nelle vostre vite, all’interno del quale Dio può abitare ed essere scorto.

Timothy Radcliffe, Il trono di Dio. Discorso al Congresso degli abati benedettini, Roma, Sant’Anselmo, settembre 2000; il testo inglese del discorso può essere letto qui.

 

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Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

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Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

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«I puttini scherzano tra grappoli d’uva»

GuidaVallombrosaGuidaVallombrosaRetro«E quando finalmente, attraverso il cancello in ferro battuto si giunge a vedere completamente la facciata del monastero, ci soffermiamo in ammirazione di quella che, forse, non è un’alta opera d’arte, ma certo è il tangibile risultato di tanti e tanti secoli di pace, di preghiera, di silenzio, di misura, di forza morale nell’isolamento maestoso della montagna, resa solenne dal cupo manto di abeti» (Carlo A. Kovacevich, 1951). Ad accompagnare il mio interesse per le cose monastiche non poteva mancare una passione contenuta per le guide turistiche dedicate alle abbazie. Come tutti, le prendo alla fine della visita, in loco, come souvenir, ma compro anche quelle che trovo sulle bancarelle e nei remainders. Non importa se sono dedicate a posti che non ho visitato e meglio ancora se non sono recenti – il top sono quelle pubblicate nella prima metà del XX secolo.

Mi piacciono molto perché il più delle volte sono scritte bene, spesso con modi un po’ arcaizzanti; talvolta è palese come siano state affidate dall’editore locale allo storico locale, a un professore che finalmente ha potuto vedere il suo nome su un frontespizio, e sono tutte ingessate, con la voce impostata; a volte sono opera di residenti dell’abbazia, come le Révérendissime Père dom Gabriel Gontard, che comincia così la sua guida dell’abbazia di Saint-Wandrille (1954): «Fino all’ultima svolta della strada si susseguono piacevoli paesaggi, ma soltanto coloro che già sanno riconoscono, sulla sinistra, sulla collinetta ombrosa, il muro della clausura che sale il pendio e si perde tra gli alberi. All’improvviso, ecco il monastero, con i suoi alti tetti, a sbarrare la vallata»; a volte ancora sono testi di oscuri e preparatissimi specialisti che vengono ristampati da decenni. Spesso insomma c’è un’aura poetica, ricercata o involontaria, una sensibilità da narrativa fantastica, che deriva dal quasi immancabile contatto tra l’edificio monastico e la natura, la foresta in primis, e ci sono i gusti di chi scrive, senza uno stile personale, ma con quello delle proprie letture preferite.

Come in questa ispirata descrizione del luogo dove sorge l’oratorio (ricostruito) dell’eremita irlandese san Finn Barr, sull’isola di Gougane Barra: «La natura è stata generosa qui e pochi luoghi possono dirsi superiori per luminosità e grandiosità. Lo sfondo del cielo blu, al mattino, o cremisi, al tramonto, il grigio delle rocce e il violetto dell’erica, interrotto da macchie di verde, il gioco di luci e ombre sulla collina e lungo la valle, il riflesso degli alberi nelle acque del lago, che scintillano nello splendore mattutino o brillano ai raggi rossastri del sole che se ne va – cos’altro può desiderare uno spirito artistico?» (rev. C.M. O’Brien, 1902).

GouganeBarra

L’oratorio (ricostruito) di Finn Barr a Gougane Barra (foto Potts)

I «dati tecnici», le informazioni e i fatti sono esposti con stile fermo e severo, ma soprattutto preciso e misurato: stiamo descrivendo, ma non siamo immuni al fascino di ciò che descriviamo. Come in questo paragrafo dedicato alle decorazioni del chiostro piccolo della Certosa di Pavia: «Ammirevoli, come s’è detto, sono le terracotte, che ornano le arcate: in ciascun pennacchio un angioletto sostiene una mensola con un vaso fiorito, da cui escono tralci di vite che girano intorno agli archi, formando un leggiadrissimo fregio; i puttini scherzano tra grappoli d’uva, con gli uccelli che ne beccano i chicchi: una corda a festoni di frutta forma il pennacchio che racchiude il medaglione figurato tra arco e arco. Da esso sporge il busto del Santo, del Profeta, del frate, modellati con stupendo senso realistico e poderoso impeto statuario» (Antonio Morassi,1966).

E poi c’è il corredo iconografico, che può essere molto prezioso, a causa della sua provenienza pre-Internet: cartine, ricostruzioni, mappe, stampe, incisioni e vecchie foto, splendide, come questo set ancora da Saint-Wandrille.

da "L'Abbaye Saint-Wandrille de Fontelle", 1954

da “L’Abbaye Saint-Wandrille de Fontenelle”, 1954

Il Tempo scorre potente in queste pubblicazioni, e ogni suo segno – la macchia, il sottile odore di muffa, il punto metallico arrugginito – non fa che aumentare il fascino se vogliamo un po’ «escapista» che promanano. Pazienza. Se mi vedete chino a frugare nello scaffale basso di una bancarella, è possibile che abbia trovato un piccolo tesoro: un giacimento di quei meravigliosi (anche da un punto di vista tipografico) volumetti azzurrini del Ministero della Pubblica Istruzione, gli «Itinerari dei musei e monumenti d’Italia».

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Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

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