Archivi del mese: dicembre 2014

Due (o più) note francescane

A un certo punto del suo carteggio con il servita Giovanni Vannucci, sorella Maria del Campello ritorna sulla sua decisione di dare del tu al giovane sacerdote di cui già apprezza la spiritualità, l’attività, l’attenzione verso la sua comunità, il complicato rapporto con le strutture ecclesiastiche. È il gennaio del 1949, i due si conoscono e si scrivono da poco più di un anno, lei ne ha 74, lui ne ha appena compiuti 35, e la lettera di Maria del 17 è tra le più lunghe e dense di quelle pubblicate (125 su 525, tanto per concludere un periodo pieno di numeri…). È un epistolario di notevole intensità, interessante di suo, si potrebbe dire, al di là della luce che getta sulle personalità dei due corrispondenti, sull’eco lasciata dalla figura di Ernesto Buonaiuti, sulla chiesa di quegli anni, sulle vicende di Nomadelfia, sull’astro di David M. Turoldo, ecc. – tutte cose di cui non so quasi niente e che è a suo modo più stimolante avvicinare attraverso le testimonianze degli individui che tramite le ricostruzioni storiche.

Per intanto, tuttavia, c’è quel «non si stupisca del Lei cui sono ritornata. Forse è meglio così, riflettendo. E forse verrà tempo d’una comunione più trasparente» (e infatti verrà). La nota suscita in Maria, la «Minore», come si autodefinisce, una riflessione sulle difficoltà dei rapporti: «Non è facile il passo avanti nel conoscimento di noi stessi e degli altri, anche se carissimi e consoni» (il corsivo è mio); lei si sente manchevole anche nei confronti delle sue compagne, che condividono quella singolare esperienza dell’eremo di Campello dal 1926, e aggiunge: «Quanto è nebuloso l’animo umano, anche dopo lunghi anni di convivenza fraterna!»; lo raccomandava anche Francesco, nella Regola non bollata: «”Si guardino i frati dal mostrarsi nebulosi…”».

È solo un lieve slittamento di significato, da nuvoloso a nebuloso, forse relativo soltanto all’italiano. Le Fonti francescane, al Capitolo VII, 16 della Regola non bollata, riportano infatti: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili», che viene dal latino: «Et caveant sibi, quod non se ostendant tristes extrinsecus et nubilosos hypocritas; sed ostendant se gaudentes in Domino et hilares et convenienter gratiosos»); passo che riceve testimonianza da un brano (XCI) della Vita seconda di Tommaso da Celano: «[Francesco] Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: “Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi”».

Ma il titolo parlava di due note, almeno. Sì, perché, andando a vedere il passo di Tommaso da Celano, mi è cascato l’occhio, nella pagina a fronte, su un’immagine di Francesco così bella che con essa mi piace chiudere gli appunti di quest’anno:

«Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.»

Francesco che suona e canta.

Sorella Maria, Giovanni M. Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006 (la lettera citata è la 23); Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, XC.

 

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Otto buoi (Dice il monaco, XXVII)

Scrive Isacco della Stella, cisterciense, abate di Notre-Dame de l’Étoile, in una lettera a Giovanni de Bellesmains dopo il 1150:

Ma ecco, mentre eravamo felici di scrivervi queste cose, sia per la materia, sia per la persona, affinché non oltrepassassimo la misura di una lettera, ci ha pensato il vostro Ugo di Chauvigny, che con un attacco improvviso si è lanciato su di noi, e di sua propria mano ha percosso in modo aspro e crudele alcuni nostri conversi; ha ferito in modo vergognoso alcuni famigli; ha vomitato contro la nostra persona, al momento assente, numerosi insulti e minacce; ha rapito otto buoi e pensiamo li abbia già venduti [De bobus octo rapuit, et, ut putamus, iam vendidit]. E la sua mano è ancora tesa all’attacco! Sui tetti va già dicendo che in me si vendicherà di tutti gli inglesi. Volesse il cielo che non fossi inglese, o che qui, dove sono in esilio, non avessi mai visto inglesi! [Utinam aut Anglus non fuissem, aut, ubi exsulo, Anglos numquam vidissem!].

(La citazione è un promemoria per il monaco, filosofo e scrittore che è stato definito «il grande mistero di Cîteaux», i cui Sermoni saranno una delle prime letture del prossimo anno; Isacco della Stella, I sermoni, vol. I, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2006, p. 13).

 

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Le fotografie di Guiberto di Nogent, 1115

SogniEMemorieForse la cosa che mi ha colpito di più durante la lettura del De vita sua di Guiberto di Nogent è stata la straordinaria immediatezza di alcuni episodi che vi sono raccontati, di alcuni particolari direi addirittura. Il libro, composto tra il 1114 e il 1117, e che ho letto in traduzione italiana, è molto frequentato dagli storici, da quelli delle eresie medievali, per un paio di notevoli resoconti che contiene, da quelli delle vicende politico-ecclesiastiche francesi, da quelli «della mentalità» (o della «psicostoria», come la chiama Cardini nella postfazione), da quelli dell’agiografia, da quelli infine attenti alla ricostruzione medievale del concetto e della pratica dell’individualità – uno dei temi storiografici più appassionanti che conosca. Insomma, è una classica miniera, che può essere esplorata con strumenti diversi e riservare ogni volta diverse sorprese. Da un certo punto in poi l’ho sfogliato come un album fotografico, che avendo il vantaggio paradossale di essere privo di immagini, restituisce ancora più intensamente alcune situazioni. Ne ritaglio qualche esempio.

Cominciamo da Guiberto bambino, che ama moltissimo, riamato, la madre, che, vedova, lo affida alle cure di un maestro rigido e ottuso, benché santo. Il piccolo è trattato come un monaco in pectore; l’anziano Guiberto che ne scrive non rimprovera il rozzo chierico, che tra l’altro picchiava come un fabbro, ma una punta di strazio affiora: «Mentre i ragazzi della mia età correvano qua e là a piacere… io invece, inibito da continue coercizioni, vestito da pretino [clericaliter infulatus], stavo seduto a guardare dall’alto le bande dei ragazzi impegnati nel giuoco».

Il giovane Guiberto rischia di perdersi, ma poi un giorno, entrando nella chiesa di un monastero, vede un gruppo di monaci seduti in coro e ha la certezza della sua vocazione. Vestito infine l’abito, «mi prese d’un tratto una così grande passione di imparare che mi ci dedicai interamente […]. Quante volte credevano che dormissi e scaldassi sotto la coperta il mio corpo ancora delicato [et corpus sub pannulo fovere tenellulum], mentre invece costringevo la mia mente a formulare pensieri, oppure leggevo qualcosa nascondendo il libro sotto la coperta per timore del giudizio altrui».

Veglia pasquale a Soissons, anche il conte Giovanni è in chiesa per la cerimonia. Si annoia, è evidente, e chiede a un chierico di spiegargli un po’ la faccenda. Il religioso racconta la passione del Signore, la sua risurrezione, e il conte «disse come in un sibilo: “Ma questa è una favola, è una sciocchezza!” L’altro rispose: “Se tu ritieni tutto ciò vanità e favola, perché vieni qui alla veglia?” Egli rispose: “Provo piacere a vedere le belle donne che stanno qui a vegliare”».

Dopo i fattacci di Laon, i chierici della cattedrale «per raccogliere denaro, cominciarono a portare in giro le reliquie, com’è d’uso», un vero e proprio tour che si spinse anche in Inghilterra, a Winchester, a Essex. Una sera «un inglese fermo dinanzi alla chiesa disse a un amico: “Andiamo a bere”. E l’altro: “Ma non ho denaro”». Nessun problema, ci sono le offerte per le reliquie di quel santo francese. «Detto questo entrò in chiesa, si avvicinò al concistoro dove si trovavano le reliquie e fingendo di volerle baciare con venerazione, appoggiata la bocca, aspirò con le labbra aperte i denari che erano stati offerti». Bravo, complimenti, bevi, bevi: tre ore dopo «si impiccò ad un albero dove, con una morte orrenda, pagò il castigo della bocca sacrilega».

Laon città funestata, peraltro, dai delitti. «Un prete, mentre in casa sua sedeva dinanzi al fuoco, fu colpito alle spalle da un ragazzo col quale viveva in modo eccessivamente familiare e morì.» Il giovane prova a occultare il cadavere. Dov’è andato il don? Niente, è fuori città per affari. Ma il fetore, oltre a essere insopportabile, rischia di tradirlo, sicché il ragazzo «riunì i beni del padrone, depose il suo corpo nel caminetto con il volto poggiato sulle ceneri, gli appoggiò sopra, inclinato, un arnese chiamato essiccatore per fare credere che cadendo lo avesse colpito [et instrumentum desuper pendens, quod siccatorias vocant, super eum dejecit], poi fuggì con il denaro». La scena del crimine è così interessante per Guiberto, che si dimentica persino di citare il castigo del colpevole.

Potrei andare avanti tutta la sera…, come d’altra parte lo stesso Guiberto: «Dovunque si raccontano un’infinità di casi di diavoli che si fanno amare dalle donne e riescono a dormire nei loro letti e se la decenza me lo permettesse ne potrei raccontare molti».

Sogni e memorie di un abate medioevale. La «Mia vita» di Guiberto di Nogent, a cura di F. Cardini e N. Truci Cappelletti, Europìa 1986 (il testo latino può essere consultato qui).

 

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Monachesimo georgico (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 2/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

(la prima parte è qui)

Nel suo volo sulle ali della «poesia benedettina» sembra quasi che il cardinale Newman alterni ampi sguardi panoramici, dall’alto, che mostrano un vasto territorio in prevalenza cupo e punteggiato di piccole isole di armonia, a improvvise zoomate sul singolo particolare – come sui vivai ittici dell’abbazia cisterciense di Beaulieu, nello Hampshire, e sugli incantevoli dintorni. Già, «i monaci sono stati accusati di scegliere per le proprie abitazioni dei posti incantevoli» (e questa osservazione mi ricorda che purtroppo ho detto qualcosa del genere, in un post di qualche anno fa, in realtà riferito ai nuovi eremiti), ma non dimentichiamo che lavorarono duramente per renderli abitabili: «Se i loro terreni sono pittoreschi, se i loro panorami sono ricchi, furono essi a renderli tali, e presumiamo ebbero il diritto di godere del lavoro delle proprie mani». Il grande lavoro di bonifica dei monaci neri, che conquistò alla luce spazi sempre più ampi di territorio tenebroso (grazie a loro «l’oscurità della foresta cedette il passo, e il sole per la prima volta dal diluvio splendette sulla terra umida»), venne intrapreso non per afflato poetico, né per utilità sociale, bensì per penitenza. Nondimeno gli effetti di quell’attività furono anche poetici e utili; e se l’utilità è stata ampiamente sottolineata dagli storici, il cardinale si riserva di evidenziarne la poesia: «Quanto è romantica dunque la loro storia, e al tempo stesso utile, quanto è vivace, e al tempo stesso seria, coi suoi episodi di avventura e prodezza personale, le sue figure di allevatori, cacciatori, coltivatori, ingegneri civili ed evangelizzatori fusi in un’unica persona».

Newman addita alla nostra ammirazione i monaci che si inoltrarono nel fitto dei boschi, che scelsero i sentieri più impervi, che non si fermarono alla prima radura, che andarono avanti, e avanti ancora, fino a un «locum silvaticum in eremo, vastissimae solitudinis», dove nel volgere di qualche decennio sarebbe fiorita l’abbazia di Fulda, tanto per dirne una. Per darci un’idea di questi uomini tanto vicini a Dio, quanto pratici con le mani, il cardinale va a scovare «fotografie» suggestive e divertenti, come questa di Erluino, fondatore di Notre-Dame du Bec, che «concluso l’ufficio in chiesa, vedevi uscire diretto ai suoi campi, alla testa dei suoi monaci, con al collo la sacca da seminatore e in mano il rastrello o la zappa»; o questa di Easterwine, abate a Wearmouth, che «in tutto simile ai suoi fratelli, con loro spulava il grano con grande gioia, mungeva le pecore e la vacche, e al forno, nell’orto, in cucina, e in ogni incombenza domestica [era] allegro e obbediente».

Così, in uno spirito che potremmo definire di rude e avventurosa serenità, tra la carovana di pionieri e il campeggio, i monaci compirono la loro opera silenziosa e umile di restauro, e «a poco a poco la palude boscosa divenne un romitaggio, una casa religiosa, una fattoria, un’abbazia, un villaggio, un seminario, una scuola di cultura, e una città… ciò che l’altezzoso Alarico o il feroce Attila avevano fatto a pezzi, questi pazienti uomini di meditazione l’avevano rimesso insieme e l’avevano fatto rivivere di nuovo». Unico rammarico, concede il cardinale, è che costoro non abbiano avuto il loro Virgilio a dirne in versi le gesta, o semplicemente i gesti quotidiani, poiché proprio l’autore delle Georgiche avrebbe potuto capire fino in fondo il loro spirito. Ma, come ho già detto, anche se non abbiamo un poeta dei monasteri altomedioevali, Newman non ce ne fa sentire la mancanza.

(2-fine)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

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