Archivi del mese: novembre 2014

Urca se scottano ‘ste lasagne!

Oggi ci divertiamo con una novella del notaio bolognese Giovanni Sabbadino degli Arienti, la 46ª delle sue Porretane, date alle stampe nel 1483. L’altro giorno, scorrendo un indice bibliografico, ne ho letto il titolo-argomento, e non ho potuto resistere: «L’abbate de Sancto Proculo, mangiando cum li soi monaci lasagne, se scotta la boca: dove l’uno de l’altro se trova ingannato».

Nel 1388 l’abate dell’abbazia di san Procolo a Bologna, «officiata da’ devotissimi religiosi negri de san Benedecto», in seguito a una terribile pestilenza si ritrova solo con due monaci, Domizio e Martino. «Or avvenne che, avendoli fatto uno venerdì, giorno di passione, il cuoco loro uno buono catino de lasagne cum buono caso gratusato a disenare», l’abate non riesce a trattenersi, tanto è invitante il profumino, e ne prende subito un boccone. Si scotta, ovviamente, e si trattiene dal rigettarlo per non dare cattivo esempio agli altri. Solo che nello sforzo, gli viene da piangere, «la qual cosa vedendo don Domizio e credendo che l’abbate se fusse dato qualche ambascia», gli getta in faccia «megio bichiero de vino bianco dolce» e gli chiede: «Oimè, patre mio, che aveti voi? Che doglia ve tormenta ora, che cusì piagneti?»

L’abate, colto in contropiede, butta giù le lasagne roventi e, con gli occhi che gli bruciano per il vino, risponde che gli sono venuti in mente i confratelli morti: «Figliuol mio, el m’è venuto or ora una tenerezza de cuore, che giamai non ebbi la magiore, essendome ramentato che, mangiando altre volte lasagne qui, le mense de questo refettorio erano tutte piene de’ nostri fratelli, che testé non siamo se non tre». Domizio lo invita alla pazienza e si serve delle lasagne. Anche lui si scotta e mentre anche a lui scappa la lacrimuccia, capisce perché piangeva l’abate (ah, ecco perché…), che «avidutosene, li disse: “Perché piangeti vui, don Domizio?” A cui esso rispose: “Patre mio, piango io ancora de quello aveti pianto vui”», oh, ma per chi m’hai preso?.

È la volta di Martino, che, «posto lui ancora il cochiaro nel catino, ne prese una bona menata», e si scotta, e piange e si mette a soffiare, «il che vedendo l’abbate, cum suo gran piacere disse: “Che v’è intravenuto, don Martino, che sì soffiati?” E lui gettando presto fuori el boccone, respose: “Io piango che Dio se ha tolto i buoni e lassato li cativi, poiché l’uno de l’altro siamo traditori”». E dà una manata nel piatto, facendo schizzare il sugo in faccia all’abate. Il momento è teso, ma poi Domizio, «essendo giovene e de piacevole natura» scoppia a ridere, e l’abate, sapendosi in cuor suo colpevole per primo, si limita a un rimprovero: «Don Martino, a’ religiosi non conviene scandeligiarse; la nostra professione rechede pazienzia, e l’abito umiltà: e voi avete questa sancta virtù preterito, dove sieti degno de grave penitenzia. Ma voglio più sia la mia clemenzia che ‘l vostro peccato, il quale ve perdono: ma per l’avenire guardativene».

Detto questo, chiama il cuoco, «che era tedesco», e gli ordina altre lasagne. Cavoli, commenta il cuoco, vi siete già spazzati la prima portata? «”Che ve venga el cacasangue!”, prima blastema che imparano li alamanni quando in Italia vengono». I tre monaci allora si mettono a ridere e «dimenticandose la scotatura e l’occorso scandolo, insieme cum li compagni cum piacere mangiarono il secundo catino de lasagne».

(Ho letto, e citato, il testo da Novelle del Quattrocento, a cura di G.G. Ferrero e M.L. Doglio, UTET 1981, pp. 263-66; ma la si può agevolmente trovare, ad esempio qui e qui: merita!)

 

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Cavalca, Cavalca, Cavalca

CavalcaQualche giorno fa, con la complicità di un pomeriggio piovoso, ho dedicato alcune ore a una libreria di remainders (una delle attività più belle, e al tempo stesso tristi, che conosca). Il risultato più notevole dello scavo sono stati i due volumi delle Vite dei S.S. Padri volgarizzate da Domenico Cavalca, pubblicati presumibilmente nel 1915 dall’Istituto Editoriale Italiano, nella collana dei Classici Italiani, serie III, voll. LIV-LV. Non si tratta di una rarità editoriale, e sono pressoché certo che siano disponibili in rete (anche se non le ho cercate), ma non potevo esimermi dal dare ricetto ai due suddetti volumi, il primo dei quali è introdotto con perizia da Massimo Bontempelli, che così presenta l’autore: «Domenica Cavalca nacque, circa il 1270, a Vico Pisano, e fu della regola di San Domenico. La sua vita è semplice, e si compendia tutta nelle sue opere ascetiche, e nella fondazione del monastero di Santa Marta in Pisa, ov’egli raccoglieva le donne di mala vita che riusciva a convertire. Morì nel 1342». E aggiunge un’osservazione sul genere frequentato dal Cavalca che merita di essere riportata: «La letteratura ascetica di quel tempo può dirsi impersonale: è un poco come gran parte della letteratura giornalistica del nostro».

È lo stesso Bontempelli a dar conto di quella che, seppur ampia, è comunque una scelta dai testi originali, che tra l’altro sono stati riproposti recentemente nell’«originaria forma linguistica pisana» dalle Edizioni del Galluzzo. Ma non si tratta qui di filologia né di bibliografia, che pure nel caso delle Vitae Patrum (del Vitapatrum) sarebbe molto interessante, bensì di un mero pretesto introduttivo per annotare una piccola scelta dei fantastici titoletti che accompagnano i paragrafi delle storie, e che già di per sé, anche fuori contesto, raccontano una storia.

  1. Come, entrando più addentro nel diserto, fu battuto e in diversi modi tentato dalle demonia.
  2. Di uno esempio che diede d’uno eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.
  3. Come liberò una giovane che era ammaliata e impazzava d’amore, e d’altri indemoniati che liberò, e come visitava i frati una volta l’anno.
  4. Come tornando coi monaci al primo abitacolo, venendo tutti quanti meno di sete neL diserto, gittandosi in orazione, impetrò da Dio una fonte, e poi come ritornò al monte.
  5. De’ filosofi, i quali convinse.

 

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Detenuti a compieta e cavoli riscaldati (Reperti, 24-25: Goes e Parini)

24. Nel bellissimo racconto Notte inquieta di Albrecht Goes, del 1950, a un certo punto il cappellano militare protestante protagonista della storia decide di tenere un sermone all’interno di una prigione. È una sera molto fredda dell’ottobre 1942, il cappellano si trova a Proskurov, in Ucraina, al seguito dell’esercito di invasione tedesco. Fa convocare i detenuti in una cella libera e «già sentivo come i prigionieri arrivavano, come i loro passi risuonavano nel buio; era davvero buio, una lampada a petrolio ci illuminava fiocamente. Strana è la capacità migratoria dell’anima: un rumore isolato basta a ridestare tutta un’età del passato. Dove mai avevo udito risuonare i medesimi passi? Presso i frati del convento di Beuron quando la sera percorrevano il corridoio ed entravano nella chiesa buia per la compieta: “Che l’Onnipotente ci conceda una notte tranquilla e una morte beata”». (Albrecht Goes, Notte inquieta, traduzione di R. Leiser, marcos y marcos 2011, p. 46.)

25. Si possono prendere ad esempio gli imprescindibili Sonetti anacreontici, per l’ingresso alla Religione della Nobil Damigella Laura Controni, che il p. Antonio Tommasi della Madre di Dio diede alle stampe a Lucca nel 1697, e che poi ristampò nella sezione «Boscherecce» delle sue Poesie, ridate a Lucca nel 1735. Vi si possono leggere versi come questi: «Già d’Amor fatta compagna / vien con voi l’umil mia Musa, / e cantando oggi alla chiusa / chiostra, o Laura, v’accompagna. // Ma se ben spesso la bagna / mesto pianto, e in se confusa, / chi vi toglie al mondo accusa, / e col Ciel forte si lagna». E sono versi come questi che a un certo punto al Parini non vanno più giù:

Andate alla malora, andate, andate,

e non mi state a rompere i…

io non vo’ più sentir queste sonate.

Che vestizioni, che professioni?

Doh maladette usanze indiavolate!

Possibil, che dottor non s’incoroni,

non si faccia una monaca o un frate,

senza i sonetti, senza le canzoni?

Che debb’io dire? che costei le spalle

ardita volge ai tre nemici armati,

ch’alla cella se ‘n va per dritto calle?

Ch’amor disperasi, e gl’innamorati…?

E dalle, e dalle, e dalle, e dalle, e dalle,

con questi cavolacci riscaldati!

Come dire? Ha sbroccato.

(Il sonetto del Parini è l’ottantesimo da Alcune poesie di Ripano Eupilino, Milano 1752.)

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Errore di stampa, refuso («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 2/2)

Penthos(la prima parte è qui)

Questa seconda spinta ha a che fare con la versione laica della compunzione, che, ricordo anzitutto a me stesso, può essere definita come «rammarico che si prova in fondo al cuore per aver peccato». Tra l’altro, la parola greca che usano i Padri è catanyxis, che, mi insegna Hausherr, ha molti echi nelle Scritture, il più suggestivo dei quali per me è nel Salmo 4, al verso 5: «Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi»; molto potente in latino: «Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris in cubilibus vestris compungimini» (dove c’è tutto il senso di costrizione e disagio); interessante in Turoldo: «Trepidate sgomenti e più non peccate, sui vostri giacigli meditate in silenzio» (ormai la preposizione per letto e giaciglio non può che essere «su», non più «in»). La compunzione, oggi ormai quasi sistematicamente sostituita dalla contrizione («sentimento di vivo dolore e di sincero pentimento per colpe commesse, soprattutto in trasgressione alle leggi della morale cristiana»), è, osserva Hausherr, essere inchiodati a qualcosa, al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo Origene «lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore, per essere manifestata nel giorno del giudizio». E, per aggiungere suggestioni anche pretestuose, la parola greca per indicare questa traccia è typos, cioè typo, cioè «errore di battitura, errore di stampa, refuso»: il peccato è un errore di stampa che non può più essere corretto, bensì perdonato dal grande Correttore, al quale si presenterà infine lo scempio del proprio testo imperfetto. Il pentimento per l’errore, tuttavia, può cominciare subito, ed essere sostanzialmente ininterrotto: «Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice» (Basilio); «Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo» (Gregorio).

Non soltanto il ricordo dei propri peccati genera la compunzione, «ma essa si nutre anche delle certezze e delle incertezze dell’avvenire», e poi ci sono i peccati altrui, «l’interesse per la sorte eterna degli altri», il sentimento della salvezza perduta, e così via. Un male universale che tuttavia non deve spingere alla tristezza e alla disperazione, perché la possibilità stessa di piangerlo è un dono del Signore e il segno che non ci ha abbandonati. Il discorso di Hausherr continua, esaminando i mezzi, gli ostacoli e gli effetti della compunzione e del lutto, con pagine piene di note, riferimenti e suggestioni di grande interesse. Nel frattempo, però, se così si può dire, io mi sono fermato sulla riva dove il concetto cristiano di peccato si è dissolto, ma non il suo effetto. È difficile muoversi su tale sponda, e questa è comunque una lezione dei Padri, perché la «porticina segreta dell’autogiustificazione» (Barsanufio) è sempre aperta; ed è difficile per le risonanze psicoanalitiche (anche d’accatto) di certi discorsi. Ma il «rammarico che si prova in fondo al cuore» esiste, e punge, a livello individuale o sociale, e se non è «per aver peccato», sarà «per essere stato inadeguato», alle cose o alle persone. È chiaro che il pentimento qui ha un significato diverso, e che anche la salvezza, se è data, ha un significato completamente diverso. Non diverso forse è quel «lutto», in questo caso sì, senza speranza, per i propri refusi.

Ma queste sono solo parole.

(2-fine)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

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Qualcosa di completamente fuori moda («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 1/2)

Penthos«Penthos è precisamente quel genere di libro di cui la maggior parte di noi ha bisogno oggi – qualcosa di completamente fuori moda che dà un taglio al nostro contemporaneo spirito consumistico. È un libro per persone serie, che tratta un argomento serio.» Con queste parole dirette, e che vezzeggiano il lettore, l’editore presenta la prima traduzione italiana del volume del francese Irénée Hausherr, gesuita e professore di patristica morto nel 1978, dedicato al penthos, cioè al lutto. Non quello circoscritto a un singolo evento luttuoso, bensì il sentimento di vasta estensione esistenziale, all’origine, tra le altre cose, della compunzione.

Non so se si possa avere bisogno di un libro, non so se sia il caso di squalificare senza distinzioni lo spirito consumistico, ho il terrore di indossare la maschera della «persona seria» (visto che mi riesce così bene) e non ricordo nemmeno vagamente l’ultima volta in cui mi sono, o mi sarei potuto, imbattere nel termine «compunzione»; eppure non mi sento ancora del tutto estraneo al suo significato. Anzi.

Sono molto contento di aver letto questo libro, e ringrazio chi l’ha tradotto, perché ne ho ricevuto due spinte. La prima, più prevedibile, è legata all’aspetto della spiritualità orientale qui preso in considerazione e al relativo, e misterioso, «carisma delle lacrime», che mi ha sempre interessato molto e che forse ho potuto comprendere un po’ meglio. Sono passati settant’anni dalla prima edizione di Penthos, e se il suo impatto si è affievolito, considerando ad esempio che molti dei Padri del Deserto citati da Hausherr oggi sono ampiamente tradotti e diffusi, tanto che persino uno come me non batte ciglio a veder menzionate le lettere di Barsanufio di Gaza, la sua compattezza di struttura e la sua forza concettuale sono intatte: fonti, definizione, cause, mezzi, ostacoli, effetti del lutto – 220 pagine che ne racchiudono migliaia, senza sbavature, né lungaggini, né ostentazioni.

Compattezza e forza che derivano, mi sembra, da uno stile individuale che fiammeggia sotto l’erudizione. Così, ad esempio, l’autore ha catturato la mia attenzione nel quarto paragrafo: «In mancanza di esperienza personale, ti propongo di ascoltare gli insegnamenti degli anziani su una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Essi lo chiamano in greco penthos. Ma non si tratta di un’idea greca oppure bizantina; essa si ritrova sotto diversi nomi (dei quali vi faccio grazia) in tutte le lingue parlate dai cristiani orientali. Accontentiamoci di ricordare i termini latini dei Verba Seniorum: dolor, ovvero luctus».

Ecco: una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, il pianto, quello adulto, altro oggetto misterioso dell’esperienza quotidiana. Il lutto di lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre, quello al centro della seconda «beatitudine» che in genere ricordiamo così: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur, Matteo 5, 4), ma che ad esempio il Diodati rende così: «Beati coloro che fanno cordoglio, perché saranno consolati». Il lutto che non è tristezza, che non ha a che fare con la penitenza, che «non sboccia dentro un animo debole», che «è una disposizione dimessa dell’anima», che è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, e così via.

Ma qui siamo già sul terreno della seconda spinta.

(1-continua)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

 

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