Archivi del mese: ottobre 2014

L’«Elogio degli amanuensi» di Giovanni Tritemio

Ci sono libri che, in relazione al proprio interesse, si leggono un po’ per dovere, perché li si trova spesso citati, magari perché sono stati anche oggetto di mode editoriali. Il caso più recente è stato l’Elogio degli amanuensi di Giovanni Tritemio. È un testo del 1492 che, mentre l’onda della stampa si sta già ingrossando, mette in guardia sull’importanza della copiatura dei manoscritti, un’attività che è di grande utilità per le anime, direttamente per chi la esercita e indirettamente per chi ne riceve i frutti, e che non deve andare perduta. Lo dovevo leggere e l’ho letto.

E come sempre, o quasi, accade ne ho ricavato qualcosa di inatteso (tra l’altro, è lo stesso Tritemio a dire che, se si escludono i volumi dal contenuto ereticale, «nessun libro è così piccolo o povero da non poter avere una qualche utilità»). Anzitutto l’autore stesso, di cui non sapevo nulla e del quale adesso vorrei sapere tutto. Poi la sua straordinaria ambiguità: afferma di dubitare della bontà della carta stampata e al tempo stesso si assicura i servigi di uno dei migliori tipografi di Magonza per le sue opere, Elogio compreso – come se oggi scrivesse un inno al libro di carta e contemporaneamente buttasse fuori ebook a tutto spiano.

In effetti, in più di un passo, sorge il dubbio che nella copiatura di codici l’abate Tritemio vedesse soprattutto uno strumento molto utile per combattere l’ozio o altre cattive abitudini dei suoi monaci. In ogni caso stiamo parlando prevalentemente di testi sacri, e quindi decisivi per la salute delle anime, ed è interessante notare come la pratica della scrittura potesse diventare quasi una forma di meditazione del testo che veniva trascritto, un’idea di corpo a corpo molto significativa e in linea con certe correnti che spingevano verso un accesso non mediato alle Sacre Scritture: «Siede [il monaco], quieto e solitario, godendo dell’esercizio della scrittura, conducendo in tal modo i propri lettori a glorificare il nome del Signore. Inoltre, mentre ricopia tali opere utili e buone, egli si avvicina lentamente alla comprensione dei misteri divini… Ciò che scriviamo infatti, si imprime nella nostra mente con maggior forza, poiché leggendo e poi ricopiando possiamo riflettere sulle cose lette».

Tra le righe emerge la vera preoccupazione di Tritemio. La scrittura è un’attività ideale, adatta a tutti i confratelli, «anche perché molti monaci sono così incerti nella fede o così poco eruditi da non poter svolgere nessun’altra attività di più alto livello». E ancora: «Alcuni infatti sono così pigri e indolenti che si scusano – in realtà quasi gloriandosi del loro stato – dicendo: “Ma io non so scrivere!” Se non sai, impara». Non parliamo poi delle attività alternative, come il lavoro nei campi: con la vanga in mano si finisce col parlare a vanvera: «Gli argomenti di queste conversazioni sono abitualmente le guerre e i conflitti tra re e principi e tutto il fasto del mondo secolare». Stiano nella cella, quindi, e copino.

E se proprio non sanno scrivere, né sono in grado di imparare, i monaci potranno «rileggere quello che il copista ha già scritto» (praticamente correggere le bozze), oppure «aggiungere i segni di interpunzione», o tagliare i fogli, raschiarli, ripulirli e tracciarvi le linee per la scrittura – «troverete sempre qualcosa in cui potrete essere d’aiuto ai vostri copisti».

Insomma, nella grande distrazione di tutti «lasciate che gli uomini mondani perseguano i propri interessi, che vaghino senza far nulla i monaci oziosi, che gli sciocchi abati si divertano con i propri cavalli [sic], che altri perdano tempo giocando con i falchi nel cielo, che altri ancora discutano dei propri cani da caccia», lasciateli perdere e non smettete di copiare riga dopo riga, pagina dopo pagina: «Copiate volumi finché vivrete, e dopo la morte ne raccoglierete i cospicui frutti».

Giovanni Tritemio, Elogio degli amanuensi (De laude scriptorum), a cura di A. Bernardelli, Sellerio 1997.

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Adelardo, ladro ma non bugiardo

«Governava dunque l’Abbate Rabano [Mauro, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza] nell’anno ottocento trenta sette di nostra salute il monastero Fuldese, con fama di santità non meno che di prudenza.» E il buon Rabano si doleva che non ci fossero risorse bastanti per aiutare i bisognosi; nello stesso tempo provava verso i morti un «amore tenerissimo» e incoraggiava la preghiera per i defunti. Per unire le due cose, aveva stabilito che alla morte di un monaco il suo vitto quotidiano fosse distribuito per trenta giorni ai poveri.

In quell’anno una particolare infezione fece strage di molti monaci in un colpo solo, «perciò il Santo Abbate, amandoli non meno morti di quel che li avesse amati quando erano vivi, chiamò a sé Adelardo, ecconomo del monasterio, o come parlano oggidì Celerario, e gli ricordò e gli raccomandò con grande caldezza l’osservanza di questa regola». Mi raccomando, Adelardo; mi raccomando moltissimo; guarda che se non lo fai è colpa gravissima…

Ma certo, padre, rispose Adelardo, «ma con animo di non eseguirlo, sì perché poco gli caleva anco per altro d’ubbidire all’Abbate, sì perché l’avaritia lo tiranneggiava.» E così incamerò le elemosine – «Adelhardus piger ad obedientiam, tardus ad pietatem & ardens totus ad avaritiam», commenta una Vita di Rabano.

Ma la giustizia divina veglia, e una sera, dopo aver lavorato fino a tardi, Adelardo, che «col suo lucernino alla mano passava pel capitolo [la Sala capitolare]», lo trovò pieno di monaci. Ma non è l’ora del capitolo, si disse, mentre si accorgeva che gli stalli erano occupati dai confratelli morti da poco. Aah!, «ultra modum perturbatus animo, retrocedere tentabat» – e sembra di vederlo mentre arretra terrorizzato, incespicando. Ma i monaci fantasmi gli si avventarono contro, lo spogliarono e lo pestarono a sangue, «dal capo alle piante»: «Piglia infelice, piglia il contracambio della tua avaritia, e aspettati pur’ di peggio fra tre giorni, quando con noi sarai annoverato fra i morti». (Non proprio misericordiosi, ‘sti confratelli.)

A mattutino i monaci, quelli vivi, appena svegli, trovarono Adelardo «in loco Capitulari iacentem, mortuo quam vivo similiorem», più morto che vivo, e lo portarono subito in infermeria. «Ma egli, chiamatemi, disse, l’Abbate, che più bisogno ho di medicina per l’anima che pel’ corpo, non più capace di essere medicato.» Mentre già in tutto il monastero si diffondevano voci e dicerie su quanto avvenuto nella notte, Adelardo rese la sua confessione a Rabano, sì pentì, si comunicò e, «fra le fervorose preghiere dei suoi fratelli [i vivi più misericordiosi dei morti], se ne passò all’altra vita».

(Jean-Claude Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale (1994), Laterza 1995, p. 47 → Vita di Rabano Mauro. Acta Sanctorum, Februarius, Tomus 1, Société des Bollandistes 1658, p. 532 → Giovanni Battista Manni, Sacro trigesimo di varii discorsi per aiuto dell’anime del Purgatorio offerto in loro suffragio, Bologna 1673, p. 311.)

 

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Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

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Racchiusi insieme protesi

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, / proteggimi all’ombra delle tue ali, / di fronte agli empi che mi opprimono, / ai nemici che mi accerchiano» (Salmi, 17 [16], 8-9); «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo, 23, 37).

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Sano di Pietro, “Madonna della Misericordia” (Siena; 1440 ca.; coll. priv.)

Poche immagini come quella della Madonna della Misericordia si prestano così bene a sintetizzare il senso della comunità monastica: il senso dell’essere racchiusi in un luogo, dell’essere insieme, dell’essere protesi verso qualcuno che sta al di sopra di quel luogo. E il Cristo può essere più che degnamente sostituito, in quest’ultimo aspetto, da sua madre. Negli esempi medievali di questo potentissimo tema iconografico, assai diffuso anche tra i laici, c’è poi per me un tratto particolarmente significativo, cioè l’anonimato dei membri della comunità raccolti sotto il manto di Maria, un anonimato dovuto non soltanto allo sviluppo del linguaggio pittorico, ma anche all’acerbità del concetto di individuo.

Come nel caso, scegliendo un esempio tra i più belli, delle clarisse (?) di Sano di Pietro: sorelle distinte soltanto dai voti – si riconoscono chiaramente le due novizie più «piccole» anche nelle dimensioni – e da un codice del velo che, ahimè, non so decifrare. Oltre a quelle visibili, poi, ve ne sono altre quattro, sulla destra, di cui si scorge a malapena solo il contorno del capo: sorelle dell’anonimato perfetto.

Zurbaran_Sevilla

Francisco de Zurbarán, “La Virgen de las Cuevas” (1665; Sevilla, Museo de Bellas Artes)

Che differenza, giusto per fare un altro esempio, con gli immacolati certosini di Zurbarán, che hanno con tutta evidenza un nome e un cognome, una personalità e che il giorno prima che venisse il maestro per il quadro devono essersi ricordati di far stirare le loro tonache con particolare cura. (Anche qui d’altra parte ci sono tre confratelli completamente nascosti.)

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Preferenza esclusiva

«Non si può vivere la vita monastica senza dar ragione di una preferenza esclusiva.» Su questa frase mi sono fermato (stavo leggendo il testo di una conferenza recente e molto interessante dell’abate generale dei cistercensi Mauro Giuseppe Lepori). Sembra un concetto molto anticonformista (per mancanza di un termine migliore, che non sia «inattuale») quello di preferenza esclusiva, segno di una lealtà e di una dedizione ormai sempre più rare. Una nobile stabilità che tuttavia può anche cambiare di valore e diventare rigidità mentale, ottusità, ostilità al rinnovamento. (Questa ambiguità, tra l’altro, si rispecchia in una simile ambiguità tipica del mondo dei consumi: ogni produttore di merci sogna che il proprio cliente si assesti su una «preferenza esclusiva», e al tempo stesso è soltanto grazie al tradimento di questa preferenza che è possibile lanciare nuovi prodotti.)

Secondo l’abate Lepori tale preferenza è il distintivo della vocazione monastica, lo è verso la Chiesa, lo è verso le altre forme di vita cristiana, lo è anche verso il mondo. Il mondo, ribadisce con forza, deve vedere con chiarezza la differenza monastica, e deve essere spinto a chiederne il perché («Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro?», Cantico dei Cantici, 5, 9). «Non è solo una liturgia che suscita questa domanda. Né il vivere in luoghi tranquilli. E neppure un modo di vivere e vestire alternativo. Neanche l’essere all’avanguardia su certe tematiche, di vita sana, ecologiche, ecc.» Il perché della preferenza esclusiva, che diventa «consacrazione preferenziale», al Mistero manifestatosi nel Cristo è la vera testimonianza, «l’apporto più prezioso che il monachesimo è chiamato a offrire alla Chiesa e al mondo».

Io trovo che questo perché i monaci e le monache lo abbiano suscitato e lo suscitino con il loro essere, con la loro storia e con le loro testimonianze, più ancora con quelle concrete – gli edifici, gli oggetti, la nozione di comunità che si sono susseguite nei secoli – che con quelle concettuali. Per me spesso è più provocatorio un chiostro, o un ufficio notturno, che una confessione o una meditazione. Queste ultime sono preziose, senza dubbio, e ne consumo sempre in gran quantità, ma credo che si situino nella zona dove la comprensione si fa più difficile. Se mi soffermo ad esempio sulla descrizione che viene tentata di quella «preferenza esclusiva», la mia mente sente sapore di tautologia: «La preferenza di Dio è la preferenza di Dio. È anzitutto la preferenza di una relazione reale con Dio in quanto Dio, un reale fermarsi in sua presenza, un reale ascolto della sua parola, nel silenzio, e fino alla profondità del nostro cuore».

Non lo so. La nube della non conoscenza?

(Mauro Giuseppe Lepori, La vita monastica 50 anni dopo il Concilio Vaticano II, assemblea generale del Service des Moniales de France, Poissy, 11‐12 giugno 2014; il testo, ovviamente molto ampio nell’impianto e assai ricco di spunti, è disponibile sul sito dell’Ordine Cistercense, qui il link diretto alla versione italiana.)

 

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