Archivi del mese: settembre 2014

Un pane e due pesciolini (courtesy of santa Chiara)

FontiClariane«Sono molti anni che p. Giovanni Boccali, con pazienza, umiltà e sapienza, raccoglie antiche memorie attorno alla figura di Chiara d’Assisi.» Questa frase apre – con notevole finezza direi – la presentazione che Marco Bartoli firma delle Fonti clariane, cioè del volume di «Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni», a cura di Giovanni Boccali ofm, che le Edizioni Porziuncola hanno pubblicato l’anno scorso. Un volume eccezionale.

È una sensazione molto bella, e molto precisa, quella che si prova quando si ha in mano un libro che unisce a un argomento di proprio vivo interesse una forma elegante e sostanziosa: tutto è in ordine, disposto con chiarezza e distinzione, la promessa di sapere è limpida, il caos, o almeno una parte di esso, sembra vinto. In maniera più seria, lo dice anche il presentatore, che commenta: «Si tratta, come è evidente a chiunque lo prenda in mano, di un tesoro considerevole, con testi di natura, genere letterario e epoche di redazione differenti», e aggiunge in modo un po’ inatteso: «Come lo si può utilizzare?»

Per mia fortuna io mi ci posso buttare dentro, senza doveri né cautele. E così, nella pagina che apro a caso, «si parla di un segno di pesciolini e di un pane che le furono mandati da Dio». È uno degli «episodi singolari» che compaiono nella Leggenda tedesca di Chiara d’Assisi, di sr. Caterina Hofmann, volgarizzamento della «leggenda» ufficiale Admirabilis femina, attribuita a Tommaso da Celano.

Un giorno, a carnevale, «la cara santa volle che le sue sorelle fossero nutrite con qualcosa che le consolasse». Va in cucina a chiedere, ma la dispensiera la informa che non c’è niente, «né pane, né farina, né alcunché da mangiare», nix, nada. Ciò nonostante, dopo i Vespri, Chiara va in refettorio e apparecchia («e adornò le tovaglie come meglio poté con le sue stesse mani»); dopodiché, sotto gli occhi meravigliati delle consorelle si mette in ginocchio a pregare. Nell’istante in cui termina la sua preghiera bussano alla porta del convento: una «bellissima signora» consegna un cesto alla portinaia e le dice di portarlo subito alla santa, che lei sa.

«La beata santa Chiara aprì il cestello e vi trovò un pane e due pesciolini come aveva chiesto a nostro Signore.» Allegrezza, rendimento di grazie e distribuzione, e qui il fatto interessante: i pesciolini arrivano sulla tavola «arrostiti». Lo erano da prima? Si sono cotti nel trasporto? Chi può dirlo. Ah, va da sé che tutte le consorelle, nonostante si trattasse di due pesci e un pane, ne ebbero «una parte sufficiente e soddisfacente».

Mi si perdonerà la celia, non è altro che un omaggio a un volume davvero eccezionale, per il quale è doveroso essere grati a chi l’ha curato e a chi l’ha pubblicato.

Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

2 commenti

Archiviato in Clarisse, Libri

Rallegrarsi per le mele (Dice il monaco, XXV)

Scrive Cassiodoro, intorno alla metà del VI secolo:

Poiché se per qualcuno dei fratelli, come ricorda Virgilio, “il sangue si arresta freddo intorno ai precordi”, così da impedire una buona conoscenza sia della letteratura profana sia di quella sacra, anche con una scarsa erudizione può darsi che costui scelga con decisione ciò che viene indicato dal verso seguente: “Mi compiacciano allora i campi e le acque che irrigano le valli”; dal momento che è proprio congeniale dei monaci prendersi cura di un giardino, coltivare la terra e rallegrarsi per la fecondità dei frutteti [et pomorum fecunditate gratulari].

(Institutiones Divinarum et Saecularium Litterarum I, 28; il dito che mi ha indicato la citazione è quello del cardinale Newman.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Ognuno nel suo posto (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 1/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol. 15, 1891)

Forse oggi la lettura del saggio La missione di san Benedetto di John Henry Newman, apparso per la prima volta nel 1858, è più significativa per la comprensione della figura del cardinale, che per quella del «patriarca dell’Occidente». Quand’anche fosse così, è comunque una lettura molto piacevole e fertile, a cominciare dalla tesi da cui prende le mosse Newman. Se guardiamo alla storia del cristianesimo, e della cultura, e la dividiamo idealmente nei tre periodi antico, medioevale e moderno, «ci sono rispettivamente tre ordini religiosi che si susseguono sulla pubblica scena l’uno all’altro, e rappresentano l’insegnamento impartito dalla Chiesa cattolica nel periodo della loro egemonia»: quello di san Benedetto, quello di san Domenico e quello di sant’Ignazio. «Forse questo me lo si concederà senza troppe esitazioni», prosegue Newman, assegnando come «suo tratto distintivo» a Domenico lo spirito scientifico, a Ignazio lo spirito pratico e a Benedetto la poesia.

La poesia. Il monachesimo poetico di Benedetto fugge il mondo inautentico dei contrasti, delle vanità e delle ansie e insegue l’isolamento, la quiete e la pace, condizione necessaria per la contemplazione e la «visione dell’eternità»; torna «a quella primitiva età del mondo che i poeti hanno spesso cantato, la vita semplice dell’Arcadia o il regno di Saturno» e sceglie «la natura anziché l’arte, la vasta terra e i cieli maestosi anziché la città affollata» e soprattutto il Creatore anziché la creatura. La «poesia» di Benedetto si oppone alla «scienza»: non vuole comprendere, vuole ammirare; non vuole misurare, ma si compiace del vago; prende la mulattiera e non la ferrovia.

Allo stesso Newman viene il sospetto di aver esagerato – «ho detto più del necessario per chiarire cosa intendo» – e con una mossa improvvisa ci conduce oltre una curva verso un paesaggio sconfinato, quello della «famiglia di san Benedetto», che non è il frutto di una sola mente, di un unico momento, di un’unica intuizione, «è bensì un’organizzazione, variegata, complessa, irregolare e variamente ramificata, ricca più che simmetrica… come una grande vegetazione spontanea; porta sul volto i tratti che mostrano che è un’opera divina, non la semplice creazione del genio umano». Mi sembra un bel modo di restituire la varietà del grande fiume benedettino, che ha sicuramente conosciuto periodi di secca ostinata, ma cui anche il più severo osservatore non può togliere il tempo, la durata, l’aver accolto e l’essere scorso «attraverso le singolari avventure di persone di cui non abbiamo quasi nessuna testimonianza».

Lo sguardo di Newman a questo punto si è sollevato e osserva dall’alto i «monasteri isolati e sparsi per ogni dove [che] occupano la terra, ognuno nel suo posto, con una maestà parallela, ma superiore, a quella delle antiche residenze aristocratiche»: Bobbio, San Gallo, Fulda, Montecassino («la metropoli del nome benedettino»), «case antiche come queste conquistano lo spirito per la grandezza e insieme la dolcezza della loro presenza». È difficile sottrarsi all’afflato di questa pagina, è difficile non lasciarsi trasportare dalle immagini del cardinale («ogni porta e ogni chiostro ha avuto la propria storia, e il tempo ha inciso sui loro muri la cronaca delle proprie rivoluzioni»), è impossibile non comprendere il moto di «riverenza e affetto» ch’egli confessa.

Un poeta qui c’è senz’altro, ma non è Benedetto, è il cardinale.

(1-continua)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

 

Lascia un commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

Una passeggiata con Cipriano

QuandoUomoDiventaIstriceLa nuova collana di libri «Vetera sed nova», che le Edizioni San Paolo hanno lanciato l’anno scorso, sembra fatta apposta per uno come me, e infatti ho preso tutti i volumi apparsi finora (tranne uno). «Le piccole ma non meno preziose “gemme” della letteratura cristiana antica e medievale, dal messaggio umano e cristiano sempre attuale», come recita la presentazione della casa editrice, sono infatti assai ghiotte, come nel caso dell’ultima in ordine di tempo, il De zelo et livore di Cipriano di Cartagine, pubblicato col titolo di Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia.

Il breve testo, forse un sermone, scritto non prima del 251, è sicuramente importante per la conoscenza della figura del vescovo africano (che soffrì il martirio per decapitazione durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano nel 258), ed è importante per la storia del cristianesimo delle origini, quale testimonianza della strada tutt’altro che diretta e rettilinea che ha portato alla definizione dei sette vizi capitali. Ma non sono questi i motivi per i quali, come si suol dire, me lo sono goduto.

Come accade non di rado con questi testi, che non devo tecnicamente studiare, ma posso semplicemente leggere, li considero una passeggiata senza obblighi – se non quello di non inquinare – e mi godo il paesaggio, sempre ricco di sorprese, curiosità e insegnamenti, e particolari anche minori come la più classica delle metafore sportive: non si tratta ancora di calcio ma «corriamo ogni giorno in questo stadio [dove si esercitano] le virtù [in hoc virtutum stadio cotidie currimus]».

Mi dispiace un po’ che Cipriano consideri la musica, certa musica, instrumentum diaboli, il quale «tenta le orecchie attraverso le melodie della musica per dissolvere e rendere fiacco il cristiano vigore mediante l’ascolto di un suono più dolce», mentre trovo perfetta, assolutamente perfetta e non bisognosa di alcuna prova la seguente formulazione: «[È] una calamità senza rimedio odiare chi è felice».

Mi piace la descrizione (di cui il curatore ci mostra la derivazione da Seneca) dell’invidioso, che esibisce «il volto minaccioso, lo sguardo torvo, il pallore del volto, il tremore delle labbra, lo stridore dei denti, parole rabbiose, insulti sfrenati…»; mi piacciono queste cinque parole che descrivono il modo in cui l’Avversario si insinua nei nostri pensieri, «leniore aura et flatu molliore», cioè «con un sussurro più lieve e più dolce»; mi piace l’idea che i pensieri «marciscano»; mi piace molto questa immagine di Dio padre che «di persona [ipso] osserva e giudica il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita [… E] che allora appunto ci potrà capitare di vederlo se gli piacciamo dapprima in questo mondo per essergli graditi per sempre nel suo Regno».

Nell’ultima frase citata «il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita» traduce l’espressione latina conversationis ac vitae nostrae curricula, che trovo molto bella e molto interessante linguisticamente. D’altra parte poco prima Cipriano, citando l’insegnamento dell’apostolo Paolo, aveva ricordato che ci è possibile camminare nella luce perché «illuminati dalla luce di Cristo, siamo sfuggiti alle tenebre di uno stile di vita immerso nella notte», che in latino suona così: «Qui inluminati Christi lumine tenebras nocturnae conversationis evasimus». Quanta strada ha fatto quella espressione: cosa c’è infatti di più intimo, dolce, e scevro di malignità, alle nostre orecchie di una conversazione notturna?

Cipriano di Cartagine, Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia, edizione bilingue a cura di L. Coco, Edizioni San Paolo 2014 («Vetera sed nova»; 5).

 

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Libri

21st Century Monastic Man (pt. 4/4)

AMonasticVision(qui la prima, la seconda e la terza parte)

Una sintesi interessante di preoccupazione per il futuro dell’istituzione monastica e slancio di rinnovamento l’ho trovata nel testo di Joan Chittister (delle Benedictine Sisters of Erie, Pennsylvania), Old Vision for a New Age. La chiave di volta del ragionamento della monaca, e scrittrice, e attivista per la pace e per il dialogo interreligioso, sta nella risposta che secondo lei i monaci, più esattamente le comunità, devono dare alla domanda sulla natura della vita contemplativa: l’energia racchiusa nella spinta alla contemplazione ci spinge verso Dio e nel mondo, o fuori del mondo?

La comunità monastica benedettina è stata un centro di stabilità e un modello di armonia per un mondo in disfacimento, è stata la risposta cristiana a quel mondo, e lo è stata ritraendosi da esso. Per essere un altrettale centro e modello per questo mondo in furiosa trasformazione, se non in disfacimento, la comunità monastica oggi non può ritrarsi da esso, pena la sua scomparsa. «Oggi non è a Roma», afferma con un certo piglio l’autrice, «che bisogna far ascoltare una voce limpida e profetica di giustizia e di pace; è a Washington, alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale. Sono il sessismo, il razzismo, il clericalismo e il materialismo che soffocano le persone; sono l’elitismo, il militarismo e la nuclearizzazione che spaventano realmente la gente. Ed è il benedettinismo, con la sua attenzione per l’uguaglianza, la voce di tutti, l’assistenza, la pace, i bisogni individuali, il riposo, il lavoro, l’apertura alle cose e l’immersione nello spirito di Dio, che possiede il linguaggio per contrastarli.»

Per essere ancora una volta «una nuova voce nel mondo, un nuovo modello di vita benedettina», le comunità devono individuare nuovi sistemi di «contatto», nuovi modi per condividere con gli altri i frutti della contemplazione. Gli ambiti che Joan Chittister indica sono sei, in una profluvie – mi permetto di osservare – di «dovere» che dà la misura dell’urgenza. I monasteri devono dunque diventare: 1) centri di riflessione sulla fede, riflessione comunitaria e non solitaria, con le ricadute pratiche che ciò comporta («le persone vengono nei nostri monasteri per le celebrazioni liturgiche e poi si uniscono ad altre associazioni quando si tratta di trovare il modo di vivere santamente»); 2) centri di coscienza, coscienza sociale e civile anche («la comunità monastica che si batte soltanto per se stessa diventa ben presto di scarso valore nelle vite degli altri»); 3) centri di sviluppo spirituale, integrati con la società che li circonda (grazie soprattutto alla figura degli oblati e al ruolo dei laici); 4) centri di «servizio pubblico», che assolve anche alla funzione di richiamare l’attenzione su ciò di cui c’è bisogno: se il problema è la povertà e la fame, il servizio saranno pasti caldi; se le escluse saranno le donne, il servizio sarà l’inclusione; se i dimenticati saranno coloro che hanno sofferto un abuso, il servizio sarà l’aiuto psicologico, e così via. «Scopo del chiostro è concentrare la nostra attenzione sulle cose di Dio», quindi anche sulla povertà, sulla violenza, sull’abuso: «Il monachesimo non può essere una scusa per l’inazione».

I monasteri devono essere inoltre 5) centri di dialogo tra diverse fedi, e soprattutto 6) modelli di uguaglianza. E qui i toni dell’autrice decollano, fino a mettere in discussione, seppur con la dovuta discrezione, uno dei cardini della vita monastica. E non mi riferisco tanto all’insistito accento sull’uguaglianza di genere – «non possiamo essere bastioni del sessismo in un mondo nel quale metà della popolazione praticamente non ha voce in capitolo nelle scelte della propria vita» –, quanto all’obbedienza. I monaci non possono più vivere nel mondo come se fossero altrove, quindi «non possiamo più rappresentare un modello autoritario, in nome dell’obbedienza, quando mezzo mondo reclama il diritto di essere incluso nei processi decisionali che lo riguardano»; dobbiamo incentivare atteggiamenti adulti di partecipazione, dobbiamo crescere, dobbiamo abbandonare modelli gerarchici di dipendenza e minorità, «non possiamo concedere nulla alla chiusura in noi stessi in nome della contemplazione, che è in ascolto, ma non pianta alcun seme, non reca alcun frutto, non nutre alcunché». Solo così il monachesimo potrà cambiare, restando se stesso.

(4-fine)

Joan Chittister, Old Vision for a New Age, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 89-104.

 

2 commenti

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri