Archivi del mese: agosto 2014

Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

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(Foto Potts)

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Una scelta di uova fritte (Dice il monaco, XXIV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, intorno al 1125:

Siccome infatti schifiamo i cibi semplici, quali la natura li ha creati, mentre mescoliamo variamente i sapori e, disprezzando quelli che Dio ha messo nelle cose, stuzzichiamo la gola con sapori adulterini, noi varchiamo il limite segnato dalla necessità, ma c’è sempre posto per ulteriori piaceri. Chi infatti potrebbe dire, per tacere d’altro, in quanti modi le sole uova si voltano e si strapazzano [versantur et vexantur], con quanto studio si rivoltano, si rovesciano, si liquefanno, si rassodano, si sminuzzano, e si portano in tavola ora fritte, ora abbrustolite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora sole? E a quale scopo tutto questo, se non puramente per ovviare al fastidio?

Bernardo di Chiaravalle, Apologia all’abate Guglielmo IX, 20, in Trattati, Opere di San Bernardo, vol. I, a cura di F. Gastaldelli, Fondazione di Studi Cistercensi, Città Nuova 1984, pp. 193-95.

 

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«Il nostro scopo non è sedurre…» (Reperti 23: Francesco Biamonti)

Isola di Saint-Honorat, foto Potts

Isola di Saint-Honorat, foto Potts

Uno dei personaggi del romanzo di Francesco Biamonti Vento largo, una donna, ha lasciato in seguito a un lutto il piccolo paese dove viveva, nell’entroterra ligure, sopra Ventimiglia. Forse ha preferito cambiare aria anche per questioni poco chiare legate alla vicenda. Dove sia andata il protagonista non lo sa; se lo chiede e lo chiede, e ogni tanto riceve qualche notizia indiretta: Sabèl sta bene.

La donna si è rifugiata sull’Isola di Saint-Honorat, davanti a Cannes, e lavora insieme con un’amica nei campi di lavanda, nelle vigne e nei frutteti dell’abbazia di Lérins. Alloggia nel monastero e condivide spazi e tempi degli altri ospiti laici, in ritiro spirituale o, come lei, temporaneamente fuori dal mondo. Alla sera va a passeggiare sui lunghi sentieri dell’isola, e durante una di quelle passeggiate incontra un monaco: «”Signora, non sta bene? È un po’ che la guardo: è immobile e impietrita.” Il monaco che le parlava dal sentiero aveva i capelli grigi e radi, il volto rugoso e mite. Era quello che ogni tanto, abito chiaro e svolazzante, attraversava il refettorio a grandi passi. Adesso scendeva e qui all’aperto non aveva più nulla di ieratico».

Nel breve dialogo che segue il monaco invita più volte Sabèl a confidarsi, ma la donna è reticente: «”La sera vengo qui”, Sabèl disse; “da quella riga di frangenti si alzano fantasmi musicali. Certe sere seguo il vostro canto. Mi porta via.”

«”La ringrazio. Ma il nostro scopo non è sedurre… Musica e mare! Non mi vuol dire in che la terra l’ha offesa?”»

(Francesco Biamonti, Vento largo, Einaudi 1991.)

 

 

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Questo monastero non è un albergo!

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Sono state rese pubbliche le «Riflessioni conclusive» che l’abate generale dell’Ordine Cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, ha pronunciato al termine della sua Relazione sullo stato dell’Ordine al XVIII Sinodo, tenutosi a Roma ai primi di luglio. Sono riflessioni molto personali, in cui spesso ricorre la prima persona singolare, e per questo assai interessanti, e attraversate da una grande preoccupazione, appena dissimulata.

Preoccupazione profonda, che va oltre la questione della sopravvivenza delle comunità: «Tante nostre comunità, umanamente considerando, possono fare lo stesso discorso [della vedova di Sarepta, 1 Re 17, 7-16]: abbiamo quel che basta per vivere ancora qualche anno, o comunque per morire in pace, poi sarà finita». L’abate generale si augura che la discussione che sta per aprirsi vada la di là del tema pratico della precarietà, che pure va affrontato, e auspica uno slancio che si racchiude in una domanda molto sincera: «Come siamo chiamati ad esprimere la nostra fiducia che anche nelle condizioni odierne del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità, Dio ha un disegno buono, un disegno di vita, per noi e per il mondo?» Insomma, ancora una volta, che senso abbiamo noi monaci oggi? Che ne deve essere di noi?

Con la cautela, e la mitezza, di un abate generale, Mauro Lepori due risposte le tenta: autorità come accompagnamento e comunità come cantiere costante di comunione. Per quanto riguarda il primo aspetto l’abate denuncia il senso di impotenza e solitudine che talvolta avverte («l’abate generale cistercense è un po’ il presidente d’Italia. Ha pochi poteri, e quindi poca “corte”, ma siccome le altre strutture di governo sono spesso in crisi, deve comunque occuparsi di tante realtà difficili, praticamente da solo») e le difficoltà legate all’organizzazione dell’Ordine («la struttura del nostro Ordine non aiuta sempre ad affrontare i problemi con trasparenza»). È importante che i superiori e le superiore si parlino e si aiutino tra loro: accompagnino e siano accompagnati nella loro funzione, che è l’unica che, nella pratica quotidiana di discernimento e decisione, può «tenere insieme» le comunità, mantenerle vive e in cammino, sollecitandone i membri a essere anzitutto fratelli e sorelle. (A questo riguardo, tra l’altro, compare nel discorso dell’abate l’unico, criptico accenno a tensioni intramonastiche: «Poi ci sono falsi pastori o pastore, mercenari o mercenarie, che riescono a fuggire con tutto il gregge, come abbiamo visto purtroppo nel nostro Ordine, col sostegno di altri pastori-mercenari…»)

Dal modo in cui l’abate parla di comunità, seconda traccia della sua risposta, si evince come essa sia da dare tutt’altro che per scontata. È lui stesso a dirlo con inusuale franchezza: «In molte comunità non trovo comunità. Trovo un gruppo, trovo squadra, a volte esercito, ma più spesso ospiti di albergo. È un po’ come gli alberghi che servono un’impresa particolare, per esempio una fabbrica, un aeroporto, un grosso cantiere, e in cui quindi tutti gli ospiti sono più o meno dello stesso mestiere, ma in albergo ci stanno solo per lavorare altrove». No, qualunque sia l’attività cui si è chiamati, la prima ragione della comunità è la comunità stessa, la vita insieme sotto una Regola e una guida. Vita di lavoro, preghiera, meditazione, ascolto, confronto, sostegno, dialogo, silenzio, veglia e ricreazione – tutto insieme, in un «lavoro di formazione continua».

Questa è la ragione e al tempo stesso il messaggio della comunità, in una dimensione mistica, ovviamente, poiché la comunità è «inserita» nel Corpo di Cristo e ha bisogno di questo centro più ancora che dei soldi per pagare le riparazioni e le bollette, «perché senza questo centro vedo che le persone si perdono, perdono la strada, non sono felici, vivono come pagani».

 

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